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La seconda assemblea nazionale No Debito del 17 dicembre è stata sicuramente positiva. Oltre 500 militanti impegnati nel sindacato e nelle principali vertenze si sono incontrati a Roma sancendo una continuità importante con l’iniziativa di fondazione del Comitato avvenuto il primo ottobre. Questo non era scontato anche perché mentre il primo ottobre l’iniziativa si inseriva nel percorso del movimento che poi è sfociato nel corteo del 15 ottobre a Roma questa volta non vi erano grandi appuntamenti di movimento in vista.

Già in questi mesi abbiamo visto la rivendicazione del non pagamento del debito crescere ed affermarsi, dimostrando il grande spazio che ha nella società, in particolare con l’approfondirsi delle politiche di austerità del governo Monti. L’assemblea e le successive riunioni hanno proposto un appuntamento nazionale per il 10 marzo a Milano, sotto la parola d’ordine “occupiamo Piazza Affari!”: un corteo con un alto valore simbolico che attraverserà la capitale finanziaria dalla Bocconi, università d’élite che sforna tecnocrati fino a Piazza Affari, sede della Borsa.

“OCCUPIAMO PIAZZA AFFARI”

Ci impegneremo a fondo per la riuscita di questo appuntamento al quale attribuiamo importanza centrale innanzitutto per il contesto sociale. Secondo il Centro studi della Confindustria il Pil nel 2011 registrerà un -1,6%, la disoccupazione toccherà il 9%, portando a 800mila in meno i posti di lavoro rispetto al 2008, mentre già si è registrato un aumento della Cassa integrazione nei primi nove mesi del 2011 e si valuta che la pressione fiscale toccherà il livello record del 53% nel 2013.

Questa condizione sociale e di classe devastante è percepita in modo sempre più chiaro dai lavoratori italiani. Secondo un recente sondaggio di Demos & pi l’89% degli italiani pensa che nel 2011 l’economia italiana sia peggiorata e il 55,6% pensa che il 2012 sia uguale o peggio del 2011.

Nonostante un sostegno corazzato da stampa e Tv il governo Monti vede un calo della sua popolarità; tanto più viene osannato dalle “grandi firme” sui grandi giornali, tanto più in realtà il sentimento popolare si distacca da quel tanto di aspettativa che poteva esserci al suo esordio.

Se questo è l’umore della classe nel suo complesso alcuni settori sono più avanti rispetto alla capacità di produrre conflitto. Una serie di lotte che attraversano il paese in questi mesi rappresentano un punto di osservazione importante rispetto alla generalizzazione del conflitto che la recessione e le politiche di tagli ed austerità produrranno.

Il nuovo governo che ha il compito di “salvare l’Italia” ha iniziato aumentando le tariffe e attaccando le pensioni. La cosiddetta “fase 2” si inaugurerà con la visita di Sarkozy e della Merkel il 20 gennaio, approfondendo i termini che abbiamo già visto nella Finanziaria. Sotto la foglia di fico delle cosiddette “liberalizzazioni” andranno all’attacco dei servizi pubblici locali con una nuova ondata di privatizzazioni, a partire dalla cancellazione del referendum sull’acqua, sferrando l’attacco decisivo al contratto nazionale di lavoro. L’inizio di questa operazione farsesca lo abbiamo visto il primo gennaio, data in cui è stato liberalizzato l’orario dei negozi. Se questo provvedimento non rappresentasse un significativo aumento dello sfruttamento per i lavoratori del commercio, oltre ad una corda al collo per i piccoli esercizi ed una occasione di concentrazione di capitale per la grande distribuzione, farebbe davvero sorridere l’idea che vi sia un crollo degli acquisti perché i negozi non sono aperti abbastanza a lungo.

Malgrado la disponibilità della segreteria nazionale della Cgil ad aprire una trattativa con il governo assieme a Cisl, Uil ed Ugl continua da parte padronale la linea degli accordi separati e la Fiat continua a fare scuola. Lo dimostra la volontà dell’azienda guidata da Marchionne, sostenuta da Federmeccanica, di non considerare la Fiom firmataria del contratto nazionale a partire dal primo gennaio 2012, con la conseguente cancellazione di una serie di diritti acquisiti (elezioni delle rsu, permessi sindacali, assemblee retribuite, sale sindacali in fabbrica, ritenuta dell’iscrizione in busta paga, ecc.) per la principale organizzazione dei metalmeccanici.

Tutto ciò sta iniziando a produrre conflitto. Le lotte ci sono ed esprimono un livello di enorme radicalità.

Lo dimostrano i lavoratori degli Intercity notte delle Ferrovie dello Stato che rifiutano un accordo su
base regionale che li divide e che non dà piene tutele per il futuro, continuando a stare sulle torri nelle stazioni ed imponendo alla Filt-Cgil di non firmare così come gli operai di Fincantieri che rifiutano la prospettiva di due anni di cassaintegrazione e decidono uno sciopero ad oltranza che nei fatti è una occupazione dello stabilimento di Genova Sestri. Queste sono certamente le due lotte più conosciute in questa fase ma sono tantissime le aziende in cui davanti a cassaintegrazione, licenziamenti e chiusure sta crescendo il conflitto di classe.

GLI OBIETTIVI DEL COMITATO NO DEBITO

La nostra battaglia politica deve essere per collocare il tema del non pagamento del debito al centro della conflittualità che si sta esprimendo e all’interno di una battaglia più complessiva contro la politica di lacrime e sangue che il governo Monti, la Bce e il padronato italiano stanno portando avanti.

Il percorso di costruzione della manifestazione sarà anche l’occasione per approfondire l’analisi e la piattaforma del comitato, in un dibattito trasparente fra le diverse posizioni in campo. Obiettivo del comitato No Debito e delle sue iniziative non deve essere infatti quello di costruire un movimento nel vuoto e tanto meno di prefigurare soggetti politici; il comitato vede la partecipazione di numerose forze politiche e sindacali, dal Prc a diversi sindacati di base, e fra i suoi obiettivi pensiamo ci debba essere precisamente quello di allargare sempre più la discussione in tutti questi soggetti, sulle risposte da mettere in campo di fronte alla crisi.

Un problema quantomai attuale se consideriamo le esitazioni, i ritardi e le difficoltà che la sinistra italiana, politica e sindacale, incontra nel mettere in campo la resistenza necessaria; la radicalità che vogliamo mettere in campo deve essere l’onda che si allarga andando a scoperchiare le contraddizioni e la subalternità che paralizzano i gruppi dirigenti della sinistra, parlando ai tanti che scenderanno in campo nelle prossime settimane, dallo sciopero dei sindacati di base del 27 gennaio alla manifestazione della Fiom dell’11 febbraio.

Non possiamo pensare infatti che l’affermazione della rivendicazione del non pagamento del debito, come parte di un programma anticapitalista più complessivo che rimetta al centro il tema della nazionalizzazione e del controllo dei lavoratori nella gestione delle aziende, sia un tema che può semplicemente vivere nei convegni e nelle manifestazioni politiche. Può vivere ed affermarsi come rivendicazione che ha un sostegno di massa se entra a fare parte delle piattaforme delle lotte, se vive e cresce nel conflitto come accade nelle lotte in Grecia.

Se sarà così l’appuntamento del 10 marzo non sarà solo una delle numerose iniziative di questa fase politica ma potrà permettere al comitato No Debito di essere uno dei tasselli della costruzione di quell’opposizione politica e sociale che non ha rappresentanza nel parlamento dell’“unità nazionale” che unisce Pd e Pdl attorno agli interessi del grande capitale.

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