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La manifestazione nazionale organizzata il 31 marzo scorso a Milano dal comitato No Debito ha avuto sicuramente un esito positivo, di cui abbiamo già riferito sul nostro sito. Si impone pertanto una discussione seria e senza ipocrisie sulla futura iniziativa del comitato e delle forze che gli hanno dato vita.

 

Va confermato quanto dicemmo fin dalla prima assemblea nazionale di Roma del 1° ottobre scorso: l’appello ha avuto due pregi che non dobbiamo stancarci di sottolineare. Primo, il volere aggregare forze politiche, sindacali e di movimento che si pongono con chiarezza all’opposizione del governo Monti e che rifiutano di conseguenza una futura collaborazione col Pd e le forze di centrosinistra interne, in un modo o nell’altro, al perimetro dell’unità nazionale. Secondo, segnalare che qualsiasi piattaforma di opposizione alle politiche di austerità e “risanamento” deve necessariamente fondarsi sul rifiuto dei vincoli europei nelle loro varie forme, dalla famosa lettera della Bce dell’estate 2011 fino al “fiscal compact”.

Va detto però che non basta segnalare questi meriti, tanto più che ad oggi rischiano di apparire i primi, ma anche gli unici, di questa campagna.


Quale strategia?


La costruzione della manifestazione ha mostrato a nostro avviso una serie di punti critici che vanno discussi apertamente:

1) non esiste ad oggi un vero legame tra il No Debito e quei tanti fronti di lotta che continuano ad aprirsi nel paese, primo fra tutti quello sull’articolo 18, ma anche le lotte per la difesa dei posti di lavoro, contro le chiusure di stabilimenti e fabbriche, ecc.;

2) la maggior parte delle organizzazioni che hanno partecipato al 31 marzo affrontano una crisi della loro strategia, tanto sul piano sindacale quanto su quello politico. Non basta sorreggersi a vicenda in una manifestazione, per quanto sacrosanta, per sciogliere i nodi di una strategia che manca.

Sarebbe ingeneroso attribuire tutte queste difficoltà a un semplice problema di scelte soggettive, stiamo indubbiamente affrontando una fase estremamente complicata del conflitto sociale nel nostro paese, segnata da una estrema frammentazione politica della sinistra, da un distacco profondo dei gruppi dirigenti della Cgil dalla classe lavoratrice, proprio mentre questa tenta di trovare dei punti di riferimento per resistere all’offensiva incessante del governo e del padronato.

Il punto centrale che vorremmo porre in discussione è il seguente: non si esce da questo mulinello ripetendoci che il governo è cattivo, i padroni insaziabili, i dirigenti sindacali incapaci, la sinistra divisa. Gli attivisti di avanguardia, e indubbiamente il 31 marzo ve ne era rappresentata una fetta importante anche se non maggioritaria, devono porsi il problema in altri termini. L’obiettivo non è lamentarsi, bensì mutare questo scenario. Questo non si ottiene rimescolando in modo diverso le carte di uno stesso mazzo: un po’ di sinistra Cgil, un po’ di sindacalismo di base, un po’ di partitini (o aspiranti tali) della sinistra, magari pensando che tutto questo possa portare l’anno prossimo anche a qualche sbocco elettorale.

Se esiste uno scopo per un comitato come il No Debito, questo non può che essere quello di agire da lievito per fare emergere posizioni più radicali e coerenti in tutti gli ambiti nei quali il conflitto oggi si esprime e si organizza, a partire dai luoghi di lavoro. Quello di proporre un punto di vista più radicale (appunto l’idea di rifiutare le compatibilità nella gestione della crisi) e di proporsi sia con proprie iniziative, sia interloquendo con le mobilitazioni reali oggi in atto, di costruire un terreno più avanzato per una lotta di resistenza oggi e domani per una controffensiva.

Il punto sul quale mai si è discusso è: su quali forze può fondarsi una simile azione?

La nostra risposta è nota: solo l’intervento, anzi l’irruzione della soggettività operaia può scompaginare il quadro che abbiamo di fronte, come peraltro conferma l’esperienza degli ultimi anni. Solo quando settori di lavoratori, punte avanzate della classe, si sono messi in spalla il fardello che tutti i gruppi dirigenti rifiutavano, allora si sono prodotti avanzamenti reali nell’organizzazione delle lotte. Da Pomigliano, a Mirafiori, a Fincantieri, a tante e tante vertenze meno note ma altrettanto radicali, sono stati questi i punti di riferimento attorno ai quali si è manifestata spontaneamente la spinta a serrare le fila, influenzando anche organizzazioni come la Fiom e altri settori della Cgil. In assenza di questa spinta si ricade immediatamente nei balletti burocratici.

La battaglia sull’articolo 18


Un movimento come il No Debito deve guardare in questa direzione, proporsi di agire in modo intelligente per favorire questi processi, influenzandoli ma anche lasciandosene influenzare.

Emerge invece una spinta a fuggire da un terreno considerato troppo impervio. Tra una parte coloro che fanno parte della Cgil e della sua area di minoranza c’è una evidente crisi di fiducia e una incapacità di delineare un intervento efficace, che vada al di là della semplice denuncia di quanto va facendo il gruppo dirigente; sul fronte del sindacalismo di base emerge una difficoltà simile, colpisce il sostanziale silenzio e soprattutto l’incapacità di scendere realmente in campo da parte di queste forze di fronte a uno scontro decisivo quale è quello sull’articolo 18.

Ebbene, su questo vogliamo essere chiari: se il No Debito deve diventare un’ipotesi di fuga da queste difficoltà, una specie di appello ad andare altrove e costruire da zero, nel vuoto, un movimento che vuole essere di alternativa ma si dimostra incapace di confrontarsi col conflitto reale e le sue contraddizioni, allora si tramuterà in un vicolo cieco.

Quanto detto sul fronte sindacale ha anche un corrispettivo per quanto riguarda il terreno politico. Parlare di costruire un movimento politico di opposizione, con la grande ambizione di rovesciare le politiche dominanti di gestione della crisi non è cosa da poco: come si inserisce questo orizzonte ambizioso nel panorama della sinistra italiana ed europea? Stiamo parlando della prospettiva dei “nuovi partiti anticapitalisti” che è stata tentata in Francia e in altri paesi? Sappiamo bene che non esistono risposte bell’e pronte alla crisi politica che vive oggi il movimento operaio nel nostro paese; resta il fatto che provare a immaginare risposte che prescindano dai militanti oggi organizzati anche sul piano politico, a partire da quelli di Rifondazione comunista, sarebbe un errore non da poco.

Chi ha posizioni dirigenti ha il dovere di discutere apertamente di tutto questo e di segnalare il pericolo che una deriva autoreferenziale significherebbe sia per il comitato che per quegli attivisti che oggi lo sostengono.

C’è ancora un altro punto critico, la necessaria democrazia. Il famoso e famigerato metodo “del consenso”, ossia quello della continua ricerca dei minimi comuni denominatori fra diversi soggetti, ha dei limiti molto precisi.

Sul piano programmatico fa sì che, non potendo sviluppare una seria discussione, la piattaforma del comitato rimanga inchiodata a quei cinque punti originari che per quanto positivi contengono numerosi punti irrisolti e si prestano a letture divergenti se non addirittura contrapposte (su questo abbiamo scritto su Falcemartello n. 241: “No Debito: i nodi da sciogliere” e nell’opuscolo Crisi, debito, default). Sul piano organizzativo condanna a un processo decisionale nel quale le scelte sono spesso assunte in sedi ristrette e poco leggibili.

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