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Genova 2001: il risveglio di una generazione


Sono trascorsi cinque anni dal G8 di Genova. Il “movimento no global”, che nel 1999 aveva realizzato una massiccia contestazione, animata da lavoratori sindacalizzati e giovani, alla riunione Wto di Seattle, diede vita nel luglio del 2001 ad una vera mobilitazione di massa. Dopo anni di riflusso delle lotte e di sconfitte, una nuova generazione ricominciò ad opporsi alle scelte economiche dettate dal perverso sistema capitalista.

A Genova, le mobilitazioni di piazza che si aprirono il 19 luglio con il pacifico corteo di 50mila persone (numerosi gli immigrati) che rivendicava il diritto alla cittadinanza, al lavoro e alla casa, incontrarono nei giorni successivi la spietata repressione dello Stato borghese. Le “forze dell’ordine” seminarono il terrore per le strade della città. La presenza a margine dei dimostranti di sparuti gruppi di black-bloc (che incendiarono auto e sfasciarono banche e negozi) prestò il fianco, anche grazie all’insistente campagna mediatica, alla violenza di polizia e carabinieri; oggi sappiamo con certezza che nel “blocco nero” non mancavano infiltrati delle stesse forze dell’ordine.

L’apice degli scontri fu raggiunto venerdì 20 luglio con l’uccisione di Carlo Giuliani, un manifestante che stava partecipando alla costruzione di barricate
difensive in piazza Alimonda, freddato da un colpo di pistola proveniente da un defender dei carabinieri.

Il 21 luglio una manifestazione di 300mila persone sfilò per il lungomare genovese, sfidando la paura e nonostante la vergognosa diserzione dei dirigenti dei Ds che la sera prima invitarono i loro militanti a non partecipare. La storia di quel corteo fu scritta nel sangue: fu caricato e attaccato con idranti e gas lacrimogeni, la polizia diede vita ad una vera e propria “caccia all’uomo” nei confronti di chiunque avesse osato scendere in piazza. La sera stessa le forze dell’ordine fecero incursione nella scuola Diaz, dove un centinaio di manifestanti che si trovava lì per passare la notte fu picchiato e condotto nella caserma di Bolzaneto dove, come nei giorni precedenti, venne usata una violenza brutale che da decenni non si era vista nel nostro paese.

Dietro a questo intento repressivo era visibile la chiara volontà politica messa in campo dal neoeletto governo Berlusconi, volta a stroncare qualsiasi espressione di dissenso verso le politiche liberiste e reazionarie che caratterizzeranno tutto il quinquiennio di governo. La destra ha quindi la responsabilità politica delle ignobili violenze subite dai manifestanti a Genova, della morte di Carlo Giuliani e della sospensione dei diritti democratici. La strada comunque fu spianata dalla repressione attuata dal governo di centrosinistra verso le manifestazioni del Global Forum di Napoli, nel marzo precedente. L’intento era chiaramente quello di scoraggiare le iniziative antiglobalizzazione che si sarebbero susseguite da lì sino a luglio, demoralizzare e fiaccare una nuova generazione di giovani che entravano in lotta.


I limiti politici del movimento No global


La mancanza di una piattaforma condivisa con parole d’ordine chiare e rivoluzionare che rivendicassero una trasformazione socialista della società, ha dato spazio al proliferare di idee frammentarie e confuse: dal boicottaggio dei prodotti delle multinazionali per creare un “mercato alternativo”, all’idea di una riforma progressista di organismi come la Banca Mondiale, fino alle disastrose pratiche dei disobbedienti (appoggiate in toto dalla dirigenza dei Giovani Comunisti), il cui unico obbiettivo nelle giornate genovesi era varcare la “zona rossa” nell’estenuante ricerca dell’azione simbolica e del gesto eclatante. Una confusione politica che rifletteva da un lato la natura ancora embrionale del movimento, e dall’altro l’arretramento ideologico di gran parte della sinistra che per lunghi anni si è sempre più allontanata da ogni prospettiva di reale superamento del capitalismo, sostituendo l’idea socialista con tentativi più o meno confusi di convivere con questo sistema.

Il movimento di Genova aveva una composizione estremamente eterogenea: partiti come Rifondazione e i Verdi, Cub, Cobas, la Fiom; l’arcipelago dei centri sociali, settori di associazionismo anche cattolico come la Rete di Lilliput… L’ala più moderata negli anni successivi a Genova affievolirà la propria presenza nelle strutture di movimento, fino quasi a scomparire, così come poi le strutture stesse: i Social Forum, nati come rete organizzativa di tutte le realtà che avrebbero partecipato alle contestazioni del G8, si sono tramutati in vuoti e ristretti “circoli” d’informazione, nel migliore dei casi, quando non si sono completamente dissolti. In Francia Attac, la più tipica organizzazione “no global”, che fece una bandiera della cosiddetta Tobin Tax (una tassazione dello 0,05% sulle transazioni finanziarie internazionali), oggi è lacerata da dissensi interni. Lo stesso movimento dei Disobbedienti è ormai inesistente e diviso da conflitti di leadership.

Retrospettivamente, possiamo dire che quel movimento non è diventato “il movimento dei movimenti”, come andava di moda dire nei congressi di Rifondazione Comunista, ma è stato un momento decisivo di risveglio politico per migliaia di militanti che hanno poi riversato la loro voglia di cambiare il mondo nelle grandi lotte degli scorsi anni, dal movimento contro la guerra alle lotte studentesche e operaie. Le idee anticapitaliste più radicali che si sono espresse (più o meno compiutamente) in quel movimento hanno ancora un ruolo importante da giocare nelle lotte presenti e future.


Noi non dimentichiamo


Il 5 maggio 2003 è stato archiviato il caso dell’omicidio Giuliani, grazie ad un’improbabile perizia balistica (il proiettile sarebbe stato deviato da un calcinaccio lanciato dai manifestanti!). Sono tuttora in corso i processi ai 74 agenti coinvolti nelle torture di Bolzaneto e della scuola Diaz. Non abbiamo mai nutrito nessuna fiducia nella giustizia dello Stato borghese, e l’attuale sviluppo delle inchieste e dei processi ai responsabili delle violenze durante il G8 di Genova ci dà ragione. Per evitare che oltre al probabile insabbiamento si vada anche incontro all’oblio collettivo, saremo tutti presenti questo 20 luglio in Piazza Alimonia a gridare che esiste solo un altro mondo possibile: quello socialista.

11-07-2006 


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