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A quasi sette anni dai fatti di Genova il quadro è ormai chiaro. Per i 25 manifestanti sotto processo sono arrivate pene durissime: 110 anni di carcere con una sola assoluzione.

Sono stati addirittura contestati danni “non patrimoniali” per aver rovinato l’immagine dell’Italia all’estero, con tanto di risarcimenti da pagare nei confronti della Presidenza del Consiglio (la quale, come è noto, ha l’esclusiva in materia di vergogna nazionale). Ma soprattutto è stato pescato dal lontano passato il reato di “devastazione e saccheggio”, contestato solo due volte dagli anni ’50 ad oggi, per il quale non è necessario partecipare fisicamente ai “danneggiamenti”. È infatti sufficiente essere presenti mentre avviene il fatto o avervi una qualche forma di “copartecipazione psichica”. Spinto fino alle sue ultime conseguenze, questo principio determina la possibilità di processare interi cortei. Ogni persona presente in una manifestazione dove avvengano danneggiamenti può esserne considerata una potenziale complice.

“Assolti” per tortura

Per le forze dell’ordine invece, per coloro che ordinarono o furono gli esecutori materiali di ogni tipo di violenza e abuso, le cose sono andate un po’ diversamente. Nel migliore dei casi sono rimasti ai loro posti, nel peggiore sono stati promossi sul campo a incarichi più prestigiosi. Sono arrivate infine le richieste di condanna dei pm per i torturatori della caserma di Bolzaneto: 76 anni di carcere per 45 imputati (per i 25 manifestanti la richiesta iniziale era stata di 225 anni di carcere). La sentenza arriverà a maggio, ma è plausibile che molti dei reati contestati cadranno in prescrizione.

Nella propria memoria finale i pm confermano l’esistenza di un’azione sistematica di sequestro e tortura a danno di manifestanti e attivisti politici, che ha avuto nella caserma di Bolzaneto uno dei propri epicentri. È sufficiente dare una rapida lettura all’elenco dei danni subiti dagli oltre 200 reclusi per rendersene conto: minacce e percosse di ogni tipo, costrizioni a pronunciare e ascoltare frasi inneggianti al fascismo, violenza sessuale, costrizione a firmare atti e dichiarazioni sotto minaccia, costrizione a mantenere a lungo posture scomode, impossibilità di comunicare con l’esterno, digiuno forzato, costrizione a indossare abiti sporchi di urina, impossibilità ad andare in bagno e a ricevere qualsiasi forma di assistenza medica, ecc.

In una sorta di teatrino tragicomico, in un tripudio di cretinismo legalitario, ripreso con serietà e candore da tutte le principali testate giornalistiche borghesi, il pm ha però affermato l’impossibilità a procedere con pene più gravi per l’inesistenza del reato di tortura nel nostro codice penale: “Non è stato ancora introdotto nel nostro ordinamento un reato di tortura. Il nostro Paese è stato fatto oggetto di molte raccomandazioni sia da parte del Comitato contro la tortura (…) sia da parte del Comitato dei diritti umani. In tali raccomandazioni si evidenziava la difficoltà di ricomprendere, in mancanza di una fattispecie ad hoc, i fatti eventualmente configurabili come tortura nei reati ordinari previsti dal codice penale”.

Lo Stato non condanna lo Stato

Le cause di questa “assoluzione per tortura” non sono in ogni caso da ricercarsi nel mondo astratto delle leggi ma in quello concreto dei rapporti tra le classi e del funzionamento della macchina statale. Il fatto che 25 manifestanti possano essere condannati per 110 anni di carcere per “copartecipazione psichica” al danneggiamento di “cose e oggetti” mentre 45 agenti delle forze dell’ordine (di basso e alto grado) non possano essere processati per tortura a danno di oltre 200 persone, rappresenta un paradosso solo apparente. A oltre sei anni dai fatti di Genova il messaggio è chiaro: in questa società il monopolio della violenza è nelle mani dello Stato che se ne serve con diverse gradazioni di ferocia nei confronti di chiunque osi mettere in discussione lo stato di cose esistente. Dimenticandosi di iscrivere tra i possibili reati quello specifico di tortura, lo Stato italiano non fa che ricordarci una banale verità: la violenza è la funzione principale dello Stato e la tortura ne è solo una delle forme più feroci. La vecchia definizione di Engels secondo cui lo Stato borghese non è altro che “corpi di uomini armati in difesa della proprietà privata” è stata provata vera per l’ennesima volta, non nelle pagine di un trattato di teoria marxista ma in quelle reali della lotta di classe.

Per arrivare a ricostruire la verità sui fatti del luglio 2001, è stato svolto in questi anni un lavoro encomiabile e oscuro da parte di centinaia e centinaia di compagni. C’è chi ha reso pubbliche le udizioni e le sentenze, chi ha cercato di tenere alta l’attenzione con cortei e assemblee, chi ha raccolto fondi per finanziare le spese legali e chi più semplicemente ha avuto la forza di presentarsi a testimoniare e rievocare quei traumi. Non è a loro che vogliamo rivolgere la nostra osservazione critica, tanto più che la loro azione è stata lasciata nel completo isolamento dai vertici dei principali partiti di sinistra, intenti a sacrificare la verità di Genova sull’altare delle ragioni di governo.

Parte del movimento no global si è sicuramente lasciata imbrigliare da illusioni legalitaristiche, dall’illusione di ottenere giustizia nelle aule dei tribunali. Non si tratta di un errore casuale ma del frutto di un’impostazione teorica. Sin dal 2001 parte del gruppo dirigente dei vecchi Social Forum affermò l’idea che nel luglio del 2001 si fosse assistito ad una “sospensione della democrazia e dello stato di diritto”. Se si considerano lo Stato democratico e le giornate di Genova come due poli contrapposti, due realtà assolutamente differenti, è logico correre in tribunale a chiedere il soccorso dello stato di diritto contro le prepotenze dello Stato reale, salvo poi scoprire con sdegnato stupore quanto le due cose coincidano. Qualche settimana fa uno dei militanti incarcerati a Bolzaneto mi ha detto: “Quando eravamo lì pensavamo di morire, perché con tutto quello che ci stavano facendo non credevamo che potessero lasciarci andare via. Pensavamo al casino che sarebbe successo se avessimo raccontato quello che stava accadendo”. A distanza di anni, nonostante ogni singolo dettaglio sia stato spiegato nelle aule di tribunale, lo Stato si assolve per aver commesso il fatto. Genova non fu la “sospensione della democrazia”, ma il vero volto di quella macchina repressiva che riposa sotto la maschera della routine parlamentare.

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