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Un primo bilancio dopo l’assemblea di Firenze

L’assemblea nazionale dei Social forum di fine ottobre mostra con chiarezza tutti i dilemmi che oggi si pongono di fronte al movimento antiglobalizzazione. Nonostante l’incontro non abbia sciolto nessuno dei nodi, e non a caso è stato messo da parte il tentativo di giungere a un nuovo "patto di lavoro", ha avuto il pregio di illustrare chiaramente i processi in atto

Dopo le giornate di Genova molti si erano posti il problema di rivisitare criticamente le concezioni della "disobbedienza civile" fino ad allora dominanti. Tuttavia quella parziale autocritica iniziale è stata rapidamente seppellita. Lo stesso piatto viene servito con un nuovo nome: disobbedienza "sociale" anziché "civile".

Il movimento è chiaramente a un bivio, ma nella mancanza di chiarezza politica emergono le spinte centrifughe, accelerate dalla guerra.

Si dice che si è contro la guerra, cosa che costituisce un punto di partenza, ma come fermarla? Nel gruppo di lavoro di Firenze su "pace e guerra" si sono avute posizioni contrastanti sul ruolo dell’Onu che non si è riusciti a dirimere; si sono ricordati nel documento finale i vari scioperi di sindacati extraconfederali e della Fiom che si sarebbero svolti e "in molti" hanno chiesto un unico grande sciopero generale contro la guerra.

Emerge un settore moderato, che ha già un piede fuori dal social forum, diretto da una serie di organizzazioni cattoliche e dall’Arci, si struttura l’area dei "disobbedienti" (vedi articolo a fianco), si struttura il Network per i diritti globali, già presente in forma distinta a Genova, prevalentemente attorno ai Cobas e a una parte dei centri sociali.

Queste divisioni hanno impedito che si arrivasse a una convocazione comune del corteo di Roma del 10 novembre: una parte delle associazioni vi si opponeva vedendovi una contrapposizione (a loro parere negativa) con la parata di Berlusconi.

Poiché raramente in queste strutture si vota, la soluzione è stata suggerita da Agnoletto: la manifestazione romana era una "proposta" del SF di Roma, e ognuno avrebbe deciso se aderirvi o meno. Dopodiché ci si può anche venire a dire che il movimento è unito e che "non si è trattato di una mediazione al ribasso" (Agnoletto sul Manifesto): il dubbio resta più che legittimo.

Tutti d’accordo invece sull’obiezione di coscienza alla leva e alle spese militari. Peccato però che i governi di tutta Europa (e degli Usa) abbiano ormai intrapreso la strada dell’esercito professionale; quanto all’obiezione fiscale, è una strada che non incide di un millimetro sul governo (se vengono a mancare dei soldi non li taglierà certo dal bilancio militare) e soprattutto è una risposta puramente individuale, che può certo costituire una testimonianza, ma che è l’esatto contrario di una lotta collettiva e organizzata.

Quale alternativa al capitalismo?

Fin dall’inizio il movimento antiglobalizzazione ha sempre riconosciuto la propria difficoltà ad esprimere una concezione di una società chiaramente alternativa a quella in cui viviamo. Le varie "discriminanti" che via via vengono poste (contro la guerra, contro il neoliberismo, ecc.) lasciano sempre in ombra questo aspetto. Tra l’altro bisogna dire che, con l’avvicinarsi della crisi economica, il "neoliberismo" è già in crisi per conto suo. Le privatizzazioni andavano bene finché c’era da privatizzare i profitti; oggi che fioccano i fallimenti, economisti e politici borghesi sono ben disposti a chiedere l’intervento dello Stato, ma non per questo la loro politica diventa più progressista o meno ingiusta.

Nel documento del "gruppo economia e lavoro" di Firenze troviamo una proposta precisa. "Ci riferiamo alla questione di una economia sostenibile (…): è stato infatti rilevato che la sostenibilità è infatti in contraddizione con l’idea di uno sviluppo senza limiti e ipotizzato che i paesi industrializzati dovrebbero bloccare il Prodotto interno lordo, il che consentirebbe la possibilità di una redistribuzione delle risorse a livello mondiale." (Liberazione, 23/10/2001)

Qui veramente si resta a bocca aperta: la soluzione dei problemi sta nel bloccare la crescita economica! Cari amici e compagni, scendete dalle nuvole e guardatevi attorno: la crescita zero è già qui, e nei prossimi mesi ne vedremo tutti gli effetti: milioni di posti di lavoro cancellati, impoverimento generale, concorrenza spietata (con anche le relative ricadute ambientali) oppressione sfrenata sui paesi poveri, guerre, razzismo. Altro che "redistribuzione delle risorse"!

Le risorse economiche e le tecnologie esistenti già oggi, o che sono in via di sviluppo, potrebbero facilmente risolvere i principali problemi che tormentano l’umanità, precisamente attraverso un rapido innalzamento della produttività del lavoro e un’applicazione su vasta scala delle nuove tecnologie. Il problema non è "fermare" l’economia (cosa peraltro del tutto impossibile), ma è chi controlla queste risorse, nell’interesse di chi si deve gestire la produzione, in altre parole è il problema della proprietà dei mezzi di produzione.

Sarebbe troppo lungo sviluppare pienamente la critica di queste concezioni e speriamo di potervi tornare in futuro.

Le idee sottintese a questa proposta sono:

1. L’occidente consuma "troppo" (senza distinguere tra borghesia e lavoratori).

2. Il modo per risolvere la povertà nei paesi sottosviluppati è distribuire diversamente le risorse esistenti, toglierci qualcosa "noi" per darlo a "loro"

3. È necessario combattere la produzione su larga scala per tornare alla piccola produzione e al piccolo commercio.

L’insieme di queste idee dimostra fino a che punto l’elaborazione teorica che si sta sviluppando nei Social Forum, o perlomeno nelle loro componenti più moderate, sia profondamente regressiva e incapace di collegarsi al movimento operaio: è chiaro che se il problema è consumare meno, i metalmeccanici sbagliano a lottare per un contratto nazionale migliore, così come sbagliano i lavoratori dell’Alfa Romeo a tentare di salvare quello che resta della loro fabbrica.

Il futuro dei Social Forum

Fino ad oggi sono circa un centinaio i Social Forum sorti in giro per l’Italia. Gli ultimi mesi dimostrano però come questo processo di strutturazione non sia affatto omogeneo, e soprattutto i suoi sbocchi siano ben diversi da quelli che vengono auspicati dai vari portavoce.

Fino a quando c’è un obiettivo chiaro e condiviso da tutti, come per esempio contestare il G-8 o, in parte il corteo di Roma del 10 novembre, allora è relativamente facile trovare un accordo. Gli accordi, però, sono in questo caso stati efficaci solo sul terreno strettamente organizzativo: organizzare treni e pullmann, propagandare l’iniziativa, ecc. Non appena sorgono questioni politiche (piattaforma di una manifestazione, comportamento in piazza, ecc.) le divisioni sono dominanti, e alla fine si "decide di non decidere" e ciascuno fa come meglio crede con le conseguenze del caso (vedi Genova).

Quando invece si tenta di giungere a una maggiore omogeneità politica, di programmi, di analisi, di proposte, allora accade inevitabilmente quello che si è visto a Firenze: il movimento si divide per aree politiche. Diciamolo francamente: è un bene, soprattutto se questo toglie quel velo di perbenismo per il quale pubblicamente tutti si abbracciano e si baciano e dietro le quinte ognuno lavora per minare la posizione degli altri.

Tuttavia è bene dire che questo confronto è ancora tutt’altro che trasparente. La logica del minimo comune denominatore, la gestione assemblearistica dei dibattiti, la strutturazione "a rete" in realtà non fanno che favorire chi ha già più peso organizzativo, oppure quei singoli che possono dedicare un tempo considerevole a questo genere di attività.

I Social Forum, in particolare su scala nazionale e nelle grandi città, non raccolgono così che una minima frazione di quelle centinaia di migliaia di giovani, di lavoratori che si sono visti a Genova e che comunque in questi mesi hanno guardato con interesse al movimento e hanno partecipato alle sue iniziative di massa. Se è vero che in molte località periferiche i SF costituiscono realtà più vitali, che riempono il vuoto lasciato dalla crisi organizzativa e politica delle organizzazioni storiche della sinistra, e però anche vero che a livello nazionale la rotta è dettata in base alla logica da intergruppi che abbiamo descritto.

Tutto negativo allora? Niente affatto. Non si tratta qui di mettersi da parte e limitarsi a criticare quanto avviene nei SF. Oggi sarebbe senz’altro necessario creare un ambito nel quale possano unificarsi le diverse vertenze che si sviluppano nella società, particolarmente in un contesto nel quale i vertici sindacali e in generale della sinistra fanno tutto il possibile per tenere divise le diverse lotte, per evitare che confluiscano in una vera e propria esplosione sociale. Coordinamenti, o forum, di organizzazioni sindacali, territoriali, studentesche, ecc. potrebbero certamente giocare un ruolo positivo nell’unificare le lotte e nell’alzarne il livello, a patto però di seguire una strada diversa da quella fin qui proposta, e in particolare di lottare per l’applicazione di criteri quali:

- No alla finta unanimità, per una chiara dialettica tra le diverse posizioni esistenti.

- Puntare non a riunire sigle, ma a sviluppare forme reali di rappresentanza degli strati ai quali vogliamo rivolgerci: coordinamenti che rappresentino (realmente, e non formalmente) settori di lavoratori di studenti, di disoccupati, ecc., dando a ciascuno un peso proporzionale alla sua reale rappresentatività.

- Rifiutare il terreno puramente simbolico della "disobbedienza", così come il ritirarsi su una logica di seminari e di microvertenze su obiettivi "realistici", per orientarsi sistematicamente ai luoghi di lavoro sviluppando un lavoro a 360 gradi per far avanzare l’idea dello sciopero generale e dell’unificazione delle lotte già in corso in un unico movimento contro il governo, i padroni e la guerra.

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