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Il secondo Social Forum mondiale ha visto la partecipazione di 50.000 persone. La delegazione più presente era ovviamente quella brasiliana, la seconda quella italiana. Fiumi di inchiostro hanno celebrato la riuscita di questo avvenimento. La valutazione sull’effettiva riuscita di Porto Alegre non può basarsi su dati esclusivamente organizzativi: i campeggiatori sono stati tanti, le commissioni sono andate bene, il pranzo era abbondante e biologico. Queste sono valutazioni da organizzatori di rinfreschi. Una valutazione politica deve partire da un’altra questione: le idee e i programmi espressi dal Social Forum mondiale permetteranno degli effettivi passi avanti del movimento reale? Su questo poco o nulla è stato detto.

Diplomazia e sinistra moderata

Tutti si riconoscono a parole nel programma finale di Porto Alegre. Nessuno vi si riconosce totalmente. Non appena ne viene messo in luce un limite o una contraddizione, si alza un coro di voci: lo so, lo so, ma questo programma è il risultato di una mediazione.

Ogni singola proposta è il risultato di un lungo gioco diplomatico svoltosi nelle commissioni. Questo viene presentato come necessario alla salvaguardia dell’unità del movimento. In realtà nasconde le divisioni che sono in campo e impedisce ai militanti di base di entrare nella dialettica delle diverse posizioni.

Secondo lo stesso Agnoletto: "vi sono state opinioni differenti sull’opportunità di avviare confronti diretti con le istituzioni finanziarie neoliberiste come Banca Mondiale e Fmi; alcuni ritengono che in tal modo il movimento rischierebbe di farsi cooptare nelle decisioni e di perdere in radicalità, altri pensano che, se si desidera ottenere risultati concreti, è inevitabile un confronto con tali istituzioni". Di questa discussione non c’è traccia in nessun documento finale. Anche sulla guerra in Afghanistan Liberazione riferisce che la posizione finale è il risultato di una "lunga e difficile mediazione".

Queste lunghe e difficili mediazioni nascondono la discussione, la lasciano nei corridoi. Nascondono il cristallizzarsi di un’ala moderata che spinge per l’abbandono di una prospettiva di lotta e per la trasformazione del movimento in puro movimento d’opinione, attento ai tavoli con le istituzioni locali, regionali e nazionali.

La differenza tra il Primo Forum Mondiale e il Secondo non risiede, infatti, soltanto nel raddoppio della partecipazione, ma anche nello sbarco a Porto Alegre dei dirigenti e dei parlamentari della sinistra moderata. Uno sbarco che è apparso particolarmente evidente con lo svolgimento, tra le varie commissioni, del Forum dei Parlamentari.

La stampa di sinistra ha cercato di minimizzare la questione. Il Manifesto ha raccontato tre volte in quattro pagine che una Ministra francese si è presa una torta in faccia. Tentativo generoso quello di arginare le influenze moderate a suon di torte in faccia. Generoso, ma insufficiente. Il Forum dei Parlamentari è stato contestato da 3.000 persone, ma questi stessi parlamentari hanno poi condizionato le "lunghe e difficili mediazioni" che hanno partorito il programma finale. Perchè la contestazione non si è espressa invece in una chiara divisione programmatica?

Il manifesto di Porto Alegre non mette in discussione nemmeno una delle caratteristiche strutturali del capitalismo. I parlamentari socialdemocratici possono tornare a casa contenti. La gioia dei comunisti folgorati sulla via di Porto Alegre è invece totalmente fuori luogo.

Locale è bello

Il movimento antiglobalizzazione ha avuto da subito caratteristiche internazionali. Eppure quest’internazionalismo nel programma di Porto Alegre lascia spazio alla convinzione che la maggioranza dei problemi possano essere risolti "a livello locale". Il documento redatto dagli intellettuali spiega: "la globalizzazione economica consiste soprattutto nella delocalizzazione e nell’impoverimento delle comunità e delle economie locali. E’ necessario invertire questa tendenza e favorire il locale e il principio di sussidiarietà: tutte le decisioni che possono essere prese a livello locale debbono essere prese a questo livello".

Questo localismo attraversa come un filo rosso diverse dichiarazioni delle commissioni. In quella sul potere si dice: "i relatori hanno inoltre sollevato dubbi sulla possibilità di avere istituzioni globali democratiche basandosi sull’idea che la democrazia sia possibile soltanto in comunità relativamente ridotte". L’ex-sindaco di Porto Alegre Pont si lamenta che in Brasile soltanto il 14% delle tasse rimane a disposizione delle autorità locali. Diversi relatori hanno chiesto che questa percentuale salga all’80%.

Il ritorno ad una fiscalità municipale non rappresenta nessun passo avanti nè per l’umanità nè per il movimento antiglobalizzazione. Esistono comuni di milioni di abitanti e comuni di qualche centinaio di anime. Si pensa realmente che le risorse locali a disposizione di una città o di un piccolo municipio permetterebbero di risolvere i problemi di fame, povertà e sviluppo? L’esistenza di una fiscalità nazionale non ha rappresentato un passo indietro nella storia dell’umanità. Al contrario: una singola comunità non avrebbe mai avuto le risorse necessarie per promuovere ferrovie, ospedali, ricerca scientifica, scuole, biblioteche ecc. ecc.. Soltanto centralizzando a livello nazionale queste risorse è stato possibile fare questi passi avanti. Ritornare ai comuni medievali non ci pare un passo avanti. Il nostro compito non è guardare indietro ma chiederci chi potrà controllare in modo democratico le enormi risorse sviluppate dal capitalismo. Come si penserebbe di risolvere, ad esempio, in un’ottica locale l’esistenza di zone povere di risorse e zone ricche? Cosa succederebbe se le città del nord d’Italia trattenessero per sè l’80% delle risorse e lo stesso facesse un piccolo comune in provincia di Enna? Naturalmente i localisti no-global insorgeranno, gridando: certo, certo ci vorrebbe un fondo nazionale di perequazione che trasferisca risorse dai comuni ricchi ai comuni poveri. Aggiungiamo noi che a questo punto ci mancherebbe soltanto un’alleanza con la Lega e con Formigoni: questo è infatti il loro programma sputato.

Il localismo è farcito e sostenuto in tutte le salse. Il Forum sugli Enti Locali conclude: "le città sono chiamate ad un compito storico: globalizzare la democrazia; (..) le città e i loro governi democratici, per poter contribuire alla correzione assunta dall’attuale globalizzazione, devono organizzarsi secondo i parametri della società contemporanea". La globalizzazione capitalista, quindi, andrebbe "corretta" con un fronte unico di tutti i cittadini. Peccato che la divisione in classi non sparisca all’interno delle quattro mura di una città. Non esistono "cittadini", esistono sfruttati e sfruttatori indipendentemente dal comune dove risiedano. L’idea che sta dietro a questo "ruolo delle citta" è quella che le istituzioni municipali siano più sensibili alle esigenze del piccolo capitalismo locale in contrapposizione al capitalismo internazionale. La municipalità di Porto Alegre ha ritirato le esenzioni fiscali ad alcuni grandi gruppi multinazionali per finanziare le aziende nazionali. Questo non elimina il mercato, non elimina lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non elimina la divisione in classi. La base dello sfruttamento capitalista non viene intaccata minimamente.

La municipalità di Porto Alegre dovrebbe insegnare da questo punto di vista. Nel 2000 lo sciopero degli insegnanti di Porto Alegre si è rivolto contro i tagli portati dall’amministrazione comunale all’istruzione. Di fronte agli scioperi l’amministrazione ha risposto che "non c’erano abbastanza risorse", che c’era da pagare il debito, finanziare le aziende locali. Qualsiasi buon amministratore borghese avrebbe risposto la stessa cosa. Non lo mettiamo in dubbio: ma è questo l’altro mondo possibile?

Un parlamento globale?

Ovviamente concentrarsi solo sulle questioni locali sarebbe stato improponibile per un Forum Internazionale. Non sono mancate, infatti, le discussioni sul modello di democrazia da proporre a livello internazionale. Il dibattito non è andato molto lontano. La conclusione finale ammette: "L’esatta natura e fattibilità delle istituzioni globali è un tema su cui la maggioranza dei relatori non ha voluto concentrarsi in modo dettagliato e specifico". Due sono state le idee espresse in maniera più insistente: richiedere la creazione di un’assemblea globale della società civile o la costruzione di un parlamento globale. Fatichiamo a capire cosa sarebbe l’assemblea globale della società civile se non appunto un parlamento globale.

Quale degli enormi problemi mondiali potrebbe essere risolto dalla creazione di un parlamento globale? Perchè un parlamento globale non dovrebbe riflettere gli stessi limiti di un parlamento nazionale? Nessuna di queste questioni è stata affrontata.

Nella democrazia parlamentare formalmente ognuno ha a disposizione un voto. Nella realtà finchè l’economia rimane capitalista, un qualsiasi spostamento di capitali deciso dall’Agnelli di turno vale più di un milione di voti. Il capitale ha in mano l’economia, le risorse, gli eserciti, le banche, i grossi fondi da destinarsi alla campagna elettorale, i mass-media, la produzione culturale. Questo è vero oggi per i Parlamenti nazionali. Cosa cambierebbe con un Parlamento "globale"?

Il Parlamento, diventa a Porto Alegre la chiave di soluzione; anche per il problema delle risorse idriche si propone di "istituire un parlamento mondiale per l’acqua (multisettoriale, popolare e gestito dal basso) che possa mettere in atto il contratto globale per le acque". Il problema delle risorse idriche non deriva dall’assenza di un parlamento delle acque ma dal fatto che nel capitalismo l’acqua verrà sempre ripartita come una qualsiasi merce: non in base alle esigenze della popolazione, ma in base alle esigenze del profitto, concentrando la maggioranza delle risorse idriche in base alle esigenze del capitale.

Chi applica tutto questo?

Poche proposte hanno riscosso l’unanimità a Porto Alegre. L’ unica che è stato in grado di farlo è stata la Tobin Tax. Con un potere taumaturgico questa tassa sembra in grado di mettere d’accordo tutti: dal grande speculatore finanziario Soros, all’ex-direttore dell’Fmi Camdessus, fino ai dirigenti del nostro partito, Rifondazione Comunista. Attac si siede compiaciuta in mezzo a questa folla unanime, mentre tutti lodano la Tobin Tax. Forse la Tobin Tax riscuote tanti consensi per la sua inutilità, perchè non danneggerebbe realmente gli interessi del capitale, forse per il suo minimalismo. O forse è dotata di un potere eccezionale che mette d’accordo tutti gli interessi di classe? Lo dubitiamo.

Anche nel caso fossimo noi a sbagliarci, per la Tobin Tax, così come per il regime di ‘tassazione globale""una tematica che molte organizzazioni qui riunite a Porto Alegre considerano importante è l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, spesso chiamata Tobin Tax. Tuttavia non viene sufficientemente approfondito quale istituzione o quali istituzioni debbano esigere tale tassa". proposto da Susan George di Attac rimane aperto un piccolo problema: chi applicherebbe tutto questo? Nella commissione apposita si dice:

Tobin, l’inventore dell’omonima tassa, proponeva che fosse l’Fmi a garantirne l’applicazione. Nessuno è così stupido da pensare che questo possa avvenire: non si può mettere il lupo a custodire il gregge. Secondo gli amministratori no-global le città sono belle e le comunità locali piccole ancora di più. Ma non possono riscuotere una tassa sulle transazioni finanziarie. Il Parlamento globale non esiste ancora e dubitiamo sia del fatto che un giorno esisterà, sia che sarà un garante della tassazione globale. In Italia esiste un Parlamento, fino a prova contraria, ma esiste anche l’evasione fiscale portata avanti dai principali capitali. Alla fine per trovare chi applichi queste proposte, ci si deve gettare di nuovo nelle braccia degli Stati nazionali. In contrapposizione agli organismi internazionali, emerge a Porto Alegre una visione benefica degli Stati nazionali. Nella commissione sul potere si proclama "il ruolo dello stato nazionale quale importante spazio per le lotte democratiche".

Lo Stato nazionale è uno strumento di classe tanto quanto gli organismi internazionali. Anzi ci risulta essere l’unico apparato coercitivo che tutt’oggi difenda, armi alla mano, gli interessi del capitale a livello interno ed a livello internazionale. Come porebbe tale apparato andare contro gli interessi del capitale?

Il problema del "chi applica tutto questo?" si ripropone sulle questioni scientifiche. Si rivendica il blocco della ricerca scientifica finchè non si chiarisca se la ricerca genetica ha effetti negativi. Si rivendica il blocco dell’uso dei prodotti chimici in agricoltura e l’applicazione del bollino di qualità su tutti i prodotti. Ma chi può controllare tutto questo finchè la comunità scientifica è finanziata dalle stesse imprese? Chi controllerà "la qualità" o la "nocività" dei prodotti? Tutto l’apparato di controllo dei prodotti è in mano alle stesse aziende. Si può pensare che si controllino da sole? Soltanto l’espopriazione delle aziende per metterle sotto il controllo democratico dei consigli dei lavoratori portà darci un effettivo controllo su queste questioni. Solo una società dove i mezzi di produzione siano in mano alla popolazione, che si basi a tutti i livelli su delegati eletti dai consigli di fabbrica, di quartiere, di scuola, potrà applicare delle misure che vadano contro gli interessi del capitale.

Un altro mondo è possibile, è addirittura in costruzione. Intanto siamo in attesa di capire chi dovrebbe applicare una tassa dello 0,1% sulle transazioni finanziarie.

Basta cambiare i "governanti"

Una delle idee fondamentali che attraversa le varie conclusioni delle commisioni è che il problema non stia nel capitalismo stesso e nelle sue caratteristiche fondanti. Il problema viene individuato nel come viene amministrata la globalizzazione. Basterebbe qualche riforma degli organism internazionali, delle regole chiare, un contratto sociale limpido ed internazionale tra sfruttatori e sfruttati e soprattutto una classe dirigente non arruffona ed avida. Nel documento finale si dice "il Wto continua nel suo obiettivo di trasformare ogni cosa in merce". Se ne dovrebbe derivare che eliminando il Wto questo problema verrebbe meno. In realtà la mercificazione di ogni aspetto della vita è l’essenza stessa del capitalismo. Si cerca di dimostrare che accettare le proposte finali di Porto Alegre sarebbe producente anche per il capitalismo: "gli accordi internazionali sulla proprietà intellettuale non sono solo inaccettabili ma anche controproducenti per lo stesso commercio mondiale". Basta cambiare l’amministrazione, quindi. Al contrario: tutti i problemi denunciati correttamente dal movimento anti-globalizzazione risiedono nelle caratterische essenziali del capitalismo. Senza mettere in discussione quest’ultimo, non si può mettere in discussione niente. La Commissione sul lavoro si è proposta l’obiettivo di "risolvere la contraddizione per cui esiste un mercato globale senza una politica globale: imporre un contratto sociale globale che crei legittime istituzioni globali". Finchè esisterà un mercato, non esisterà altra politica globale che non quella imposta dal capitale finanziario attraverso l’apparato militare degli Stati più potenti.

A chi proponiamo di chiudere le porte?

Il secondo giorno di Porto Alegre Agnoletto dichiarava ai mass-media di tutto il mondo: "noi abbiamo già vinto". Buon per lui: a noi sembra che la battaglia sia tutta davanti a noi. In mezzo a questa effusione di elogi a Porto Alegre, condita da qualche frase amara come quella del Manifesto: "un po’ passerella, questa seconda annata di Porto Alegre, in effetti lo è" o dell’inserto di Liberazione: "nell’organizzazione del Forum prevalgono mediazioni politiche", non potevamo che concentrarci sulle questioni negative. Non è un tentativo di sminuire il movimento o di affossarlo. Al contrario solo chi guarda con franchezza ai limiti per risolverli sta contribuendo a farlo avanzare. E’ un volto, non una maschera, quello che abbiamo voluto mostrare. Nel movimento anti-globalizzazione abbiamo visto esprimersi la radicalità di migliaia di giovani disposti a lottare sinceramente contro il sistema capitalista. A Genova abbiamo visto migliaia di bandiere rosse con slogan contro il capitalismo. Abbiamo visto lavoratori e giovani di tutte le nazionalità fronteggiare uniti gli attacchi della polizia. A Porto Alegre abbiamo visto un corteo iniziale di 30.000 persone aperto dallo slogan "un altro mondo socialista è possibile".

Questo è il movimento che salutiamo con entusiasmo. Questi sono gli attivisti di un futuro processo rivoluzionario.

Cosa c’entrano tutti questi giovani con la marea di politicanti, imprenditori, riformisti che si è abbattuta su Porto Alegre condizionandone le linee programmatiche? La nostra accusa ai dirigenti del movimento è chiara: le vostre pratiche, le vostre tesi confuse hanno aperto la porta a questi elementi. Voi chiudete le porte a chi vuole lottare contro il capitalismo per spalancarle a questi rappresenti dell’ultim’ora del movimento anti-globalizzazione.

La borghesia cerca di deviare i movimenti che non riesce a reprimere. Grosso eco ha avuto tra i dirigenti no-global il "Manifesto per uno sviluppo durevole" prodotto in Francia. Chi sono i firmatari di questo Manifesto? Accanto ad alcuni sindacalisti e dirigenti comunisti, troviamo un folto gruppo di presidenti di grandi società, industriali e banchieri tra cui il presidente del Credit Lyonnais, l’ex-direttore dell’Fmi Camdessus o Jacques Delors ex-presidente della Commissione Europea. L’intento del banchiere Lion che ha ispirato questo Manifesto è quello di influenzare il passaggio dalla fase di protesta alla fase propositiva del movimento.

Alla fine di Porto Alegre, cosa abbiamo? Un Parlamento globale, con un forte federalismo, un dubbio se concertare o no con la Banca Mondiale, una tassa dello 0,1% che non sappiamo chi dovrà applicare, un elogio agli Stati nazionali e gli imprenditori illuminati (!!) di tutto il mondo in festa. Dov’è finita la lotta? Così iniziava la dichiarazione degli amministratori locali: "Siamo più di mille amministratori di comuni, province e regioni venuti qui a Porto Alegre per portare le proprie convinzioni". Noi abbiamo un’altra dichiarazione da fare: siamo milioni di proletari che a Porto Alegre non sono potuti venire, porteremo le nostre convinzioni nelle aziende, nelle scuole, nei nostri scioperi; non vi permetteremo di riproporci cambiamenti di facciata mentre veniamo sfruttati ogni giorno. La nostra lotta si rivolgerà contro lo sfruttamento capitalista, non per un Parlamento Globale ma per prendere in mano il controllo sull’economia e sulla produzione e portarla avanti in base ai bisogni delle nostre famiglie e dei proletari di tutto il mondo.

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