Breadcrumbs

L'unica cosa reale è stata l'illusione di un cambiamento. Al momento dell'elezione di Obama scesero in piazza a festeggiare migliaia di americani commossi. Il regista Michael Moore la definì la fine dell'era repubblicana e dei democratici che si comportano come repubblicani. Economia, sanità e politica estera erano i terreni su cui più chiaramente si concentravano le speranze di una svolta.

Il colore della pelle doveva simboleggiare un cambiamento di natura epocale. A distanza di un anno e mezzo, tutto ciò si rivela per quello che è sempre stato: un ritocco di facciata, per l'appunto. Il texano Bush e l'afroamericano Obama si differenziano per il colore della pelle, il partito nominale, forse per fascino, intelligenza e arte oratoria. Ciò che li accomuna è la classe di riferimento. Obama non ha cambiato nulla finora e non cambierà nulla. Non si tratta di inesperienza, né di errori o di cattivi consiglieri. Il partito democratico forma insieme al partito repubblicano un sistema di dominio secolare da parte del capitale Usa. È un sistema con un corpo solo e due facce diverse. Per la propria campagna elettorale Obama ha ricevuto 600 milioni di dollari dalle grandi multinazionali, quasi il doppio del proprio avversario repubblicano. Non è cambiato nulla, quindi, perché la sua elezione è stata sin dall'inizio dettata dalla logica esattamente opposta. Obama era necessario perché l'aspetto diverso potesse garantire il sempre uguale.

 

Prima di tutto l'economia

 

La storia lavora con un'ironia tutta propria. Il primo anno di governo del presidente democratico che più ha affascinato la sinistra mondiale è coinciso con uno dei peggioramenti più repentini dell'economia e della condizione delle masse popolari. Nel novembre scorso, il tasso di disoccupazione negli Usa è arrivato al 10,2%. Dall'inizio della recessione nel 2007, si sono persi 7,4 milioni di posti di lavoro. La disoccupazione tra i giovani compresi tra i 16 e i 24 anni ha raggiunto la percentuale impressionante del 53,4%. In Illinois, solo il 37% dei giovani afroamericani risulta attualmente occupato.

Nel quarto trimestre del 2009 il Pil Usa ha registrato uno spettacolare rimbalzo, crescendo del 5,9%. Un effetto tecnico, una convulsione improvvisa che rivela semmai la gravità del malato. Dopo sei trimestri consecutivi in cui le aziende avevano diminuito le scorte, sono state costrette in parte a reintegrarle. Ciò nonostante, nel 2009 il Pil Usa ha comunque registrato la maggiore contrazione dal 1946, ma non è solo questo il punto.

La crisi strutturale dell'economia americana si rivela in questo: se non cresce entra in una spirale depressiva di dimensioni catastrofiche, se riprende a crescere ritorna ad accumulare contraddizioni di dimensioni catastrofiche. L'unico trimestre in cui il Pil è cresciuto, infatti, si è registrato un improvviso ravvivarsi del deficit commerciale (differenza tra importazioni ed esportazioni). Questo è il frutto dell'equilibrio distorto degli ultimi 20 anni. In pratica, se la capacità di acquisto dei consumatori Usa torna a crescere, beneficia maggiormente le aziende straniere, peggiorando la bilancia commerciale e aumentando il debito. Se viceversa il consumo negli Usa cala, va a picco l'economia mondiale e con essa la capacità di pagare l'enorme massa di debiti accumulati.

Un terzo dei lavoratori Usa registra un reddito annuo inferiore ai 21mila dollari. I tempi in cui l'industria mondiale si reggeva sul consumatore statunitense sembrano definitivamente andati. Potrebbero tornare solo ricominciando ad espandere il debito, ma quest'ultimo viaggia ormai su livelli di guardia. Solo in Gran Bretagna e negli Usa, il debito pubblico sommato a quello privato raggiunge la cifra sbalorditiva del 400% del Pil.

Il debito pubblico Usa non è mai stato così alto dal 1946, quando salì al 120% del Pil per i costi della seconda guerra mondiale. Era del 31% nel 1981, del 60% nel 1991, del 61% nel 2001, del 69,55% nel 2008 ed è arrivato all'82% dell'estate del 2009. Il livello del 1946 non è quindi così lontano, con una differenza sostanziale: oggi gli Usa non sono una potenza in espansione.

Dopo il fallimento Lehman Brothers, Obama ha deciso di risolvere tramite le finanze pubbliche la crisi finanziaria. Il rischio di insolvenza ora si addensa sullo stesso debito pubblico. Bernanke, il capo della Federal Riserve, ha dichiarato che gli Usa sono pronti per una tragedia greca (Washington Times). Secondo quella che nella finanza è nota come formula Greenspan, ogni paese deve avere riserve valutarie pari al 100% delle scadenze a breve dei pagamenti del debito pubblico. Nel 2010 gli Usa devono rifinanziare circa 2000 miliardi di debito in scadenza, a fronte di 600 miliardi di riserve in valuta, oro e petrolio. Per la prima volta assistiamo ad un tentativo significativo di sganciamento della Cina dal debito Usa, con la vendita da parte di Pechino di Buoni del Tesoro Usa per 34,2 miliardi di dollari.

 

I riflessi sulla politica

 

Quindi gli Usa falliranno? No, questo non accadrà, almeno fino a che la loro situazione economica è puntellata da precisi fattori politici, sociali e militari. Tali fattori dovranno essere però accentuati in maniera direttamente proporzionale all'acutizzarsi della crisi. Se possibile, quindi, Obama è destinato ad ampliare la distanza tra la parvenza progressista del suo discorso e il contenuto profondamente conservatore della sua politica. Gli Usa devono guadagnarsi sul terreno militare il diritto a sfidare le leggi dell'economia. A dicembre Obama ha annunciato l'aumento del contingente militare in Afghanistan da 30mila a 60mila unità. Il costo del mantenimento delle truppe sale quindi a 70 miliardi di dollari annui, a cui si aggiungerebbero i 20 per addestrare i 150mila militari afghani necessari per controllare il paese (Newsweek).

È stato sbandierato l'abbandono del piano di scudo missilistico previsto da Bush, ma in verità si tratta di una correzione tecnica, come dichiarato dallo stesso Obama (New York Times). L'installazione di missili intercettori fissi in Polonia e Repubblica Ceca non ha alcun senso dal punto di vista militare. Il nuovo piano Obama prevede invece l'utilizzo di postazioni missilistiche mobili su navi, integrate con una rete di missili Patriot attualmente in corso di installazione in Polonia (Il Manifesto). Va ricordato che l'attuale segretario della difesa Gates è lo stesso dell'amministrazione Bush.

Infine è da notare l’aumentato interesse della Casa Bianca rispetto al “cortile di casa”, l’America Latina. La costruzione di sette nuove basi Usa in Colombia e l’invio di 15mila marines ad Haiti a poche miglia da Cuba e Venezuela dimostrano un cambiamento importante rispetto alla politica di Bush, non certo nel segno della distensione.

Al posto del ritorno a forme di stato sociale, assistiamo ad un attacco a qualsiasi residuo di spesa sociale. I circa 16 miliardi di tagli alla spesa scolastica previsti per i prossimi due anni hanno provocato proteste dapprima nelle università californiane tra settembre e novembre, e un'estensione della mobilitazione a livello nazionale lo scorso 5 marzo. La tanto sbandierata riforma sanitaria altro non è che una razionalizzazione della privatizzazione. Il sistema sanitario americano è tra i più costosi al mondo, a causa delle laute convenzioni con le lobby farmaceutiche. La riforma passata al Senato permette risparmi per duemila miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Il cartello di aziende farmaceutiche (Big Pharma) è stato ampiamente risarcito con un'estensione della durata dei diritti sui farmaci e con una maggiore penetrazione nei servizi lasciati liberi dal pubblico. In compenso 20 milioni di americani continueranno a rimanere senza assicurazione sanitaria e operazioni come l'aborto saranno sprovviste di qualsiasi copertura pubblica.

Sul piano elettorale e sociale, tale politica lascia ampio spazio alla demagogia dei repubblicani. Dopo l'elezione di Obama, i democratici hanno perso le elezioni dei governatori in Virginia e in New Jersey. E' stato un vero e proprio shock la sconfitta elettorale nel Massachussets, roccaforte storica dove i democratici contano il doppio di adesione rispetto ai repubblicani. È anche sorto il movimento di destra del Tea Party, che attacca istericamente Obama per le sue “politiche socialiste” e si oppone all'interventismo statale nell'economia. Obama riesce così ad ottenere il peggio del peggio: una politica antipopolare che viene attaccata da destra per la sua finta parvenza progressista.

Una cosa rimane chiara. Obama non è il frutto di un caso. È stata la finzione scenica che andava offerta ad una società alla ricerca di un risveglio politico. Il radicalizzarsi di un settore del sindacato, l'episodio dell'occupazione di una fabbrica di Chicago, le lotte nel settore delle pulizie, le manifestazioni degli immigrati e infine il movimento studentesco sono solo piccoli sintomi di una società che vive costantemente sull'orlo di un trauma economico e politico.

Joomla SEF URLs by Artio