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Il 1 settembre Barack Obama ha ufficialmente annunciato il ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Molti esponenti della politica e della carta stampata si sono affrettati ad elogiare il presidente americano per la coerenza con cui ha mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale e per l’abilità con cui ha rimediato ai guai di Bush in Medio Oriente. La verità è che il costo della missione in Iraq in termini umani e finanziari era diventato insostenibile.

In sette anni più di un milione di soldati americani hanno prestato servizio in Iraq (più che in qualsiasi altro conflitto americano dai tempi del Vietnam). Di questi 34mila sono rimasti feriti o mutilati e 4.427 hanno perso la vita. Per sostenere l’avvenuta irachena, il tesoro americano ha speso mille miliardi di dollari cui dovranno aggiungersi le spese per l’assistenza sanitaria ai feriti e quelle per le pensioni alle vedove e agli invalidi. Di fronte a queste cifre la stessa amministrazione Bush nel 2008 aveva raggiunto un accordo con l’allora premier iracheno Al Maliki per un ritiro parziale delle truppe nell’estate 2010, accordo che Obama si è limitato a mantenere.

 

L’ordine regna in Iraq?

 

Ad ogni modo non verrà effettuato un ritiro completo. In Iraq resteranno fino alla fine del 2011 50mila soldati americani. Il fatto che non vengano più chiamati “brigate di combattimento”, ma “consiglieri militari” non cambia affatto la loro natura di truppe di occupazione. La riduzione della presenza militare “ufficiale” verrà poi parzialmente compensata raddoppiando il numero di mercenari (“contractors”) presenti nel paese, che verranno portati a 7mila entro il prossimo anno.

Questo residuo dispiegamento di forze dimostra che l’esercito regolare iracheno messo in piedi dagli americani non è affatto in grado di mantenere la sicurezza. Uno degli esponenti di spicco delle nuove forze armate irachene, il generale Babaker Zebari, ha dichiarato che le forze militari dell’Iraq non saranno in grado di assumere un serio controllo del paese prima del 2020 e che i veri problemi inizieranno nel 2012 quando gli Usa avranno completato il loro ritiro.

 Il fatto è che il paese non è affatto stabilizzato come vorrebbero farci credere e la guerra non è ancora finita. Negli stessi giorni in cui Obama annunciava il ritiro, si sono registrati ben 15 attentati sul territorio iracheno: sono esplose bombe in tutte le principali città. La situazione è resa ancora più complicata dal vuoto di potere che si è creato a Baghdad. Le elezioni si sono svolte a marzo, ma a sei mesi di distanza né il vincitore delle elezioni Allawi (che ha conquistato 91 seggi in parlamento) né l’ex premier Al Maliki (che ne ha presi 89) sono riusciti a trovare un accordo con gli altri partiti per formare una coalizione che garantisca i 163 voti necessari a formare un governo.

 

La strategia di Petraeus

 

Molti commentatori sostengono che la “dottrina Petraeus”, la strategia del generale che ha comandato il fronte iracheno tra il 2007 e il 2008, ha consentito una normalizzazione del paese che ha reso possibile l’odierno ritiro. Ma le cose non stanno esattamente in questi termini.

Sicuramente David Petraeus si è dimostrato un generale più raffinato ed intelligente rispetto agli ottusi militari che lo hanno preceduto, che vedevano nella forza bruta l’unico modo per sedare la rivolta e hanno invece ottenuto l’effetto contrario. Petraeus si è assicurato un incremento delle forze dislocate in Iraq nel 2007 (il cosiddetto “surge” con l’invio di altri 21.500 soldati), ma non lo ha utilizzato per tentare di distruggere gli insorti, bensì per creare le condizioni favorevoli al raggiungimento di un accordo con una parte di questi. In particolare ha coinvolto i sunniti, l’etnia sulla quale si basava il partito Baath al potere con Saddam Hussein e che dopo l’invasione americana era stata completamente esclusa dall’apparato amministrativo e militare a vantaggio degli sciiti e dei curdi. Petraeus ha finanziato a suon di dollari la creazione di milizie sunnite (“I Consigli del Risveglio”) cui ha lasciato il controllo del territorio, in cambio di una lotta comune contro Al-Queda. Il che non è stato certo un problema, visto che Al-Queda non esisteva in Iraq prima dell’invasione americana e costituiva un corpo separato dal resto della resistenza che compiva stragi indiscriminate tra i civili. Petraeus in seguito ha raggiunto accordi simili anche con i curdi e gli sciiti.

Tutto questo sicuramente ha contribuito ad abbassare il livello di violenza in Iraq rispetto ad anni come il 2006 in cui si registravano fino a 3mila vittime ogni mese, ma nemmeno i sostenitori più accaniti di Petraeus possono affermare che sia stato in grado di domare la resistenza irachena. Si può anzi dire che il generale abbia riconosciuto la disfatta dell’esercito americano e abbia improvvisato una strategia per uscire dal pantano iracheno contenendo il più possibile le perdite. Lo stesso Petraeus, al termine del suo incarico nel 2008, ha sottolineato che l’Iraq era un paese ancora in bilico e successivamente ha sconsigliato la riduzione del contingente di occupazione. È infatti la sua politica militare che ha favorito una suddivisione del paese su basi etniche in aree curde, sciite e sunnite, una frammentazione che oggi rischia di far precipitare l’Iraq in una guerra civile con il possibile intervento di paesi confinanti quali Iran e Turchia.

 

L’incubo afgano

 

Obama si è preso il rischio di ridurre le truppe di occupazione in Iraq con il chiaro obiettivo di concentrare le forze degli Stati Uniti attualmente disperse e costituire una forte riserva militare che gli consenta di esercitare lo sforzo principale in Afghanstan, congelando al contempo tutti gli altri terreni di conflitto. In questo senso va interpretato anche il suo tentativo di far ripartire il negoziato israelo-palestinese.

Questo sforzo di razionalizzare la situazione strategica degli Usa è tanto più urgente in quanto le cose in Afghanistan vanno sempre peggio. Lo scorso novembre Obama ha inviato in Afghanistan altri 30mila soldati portando il contingente di occupazione al livello mai raggiunto prima di 100mila uomini. Ciò nonostante c’è stata un’escalation degli attacchi dei Talebani senza precedenti dal 2001 ad oggi, mentre l’esercito afgano è rimasto debole e inaffidabile, con molti settori scarsamente fedeli al governo centrale e alcuni elementi addirittura legati ai Talebani. L’insuccesso delle operazioni militari è stato tale che il comandante in capo in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal, ha rilasciato un’intervista in cui attaccava pesantemente i vertici del governo statunitense e Obama ha dovuto destituirlo per non perdere la faccia.

Uno scontro tra generali e politici di queste proporzioni dimostra che la classe dominante americana è seriamente preoccupata di perdere questa guerra, che è già durata più di quella del Vietnam. Obama ha già espresso l’intenzione di iniziare l’evacuazione delle truppe nel 2011 e ha nominato al posto di McChrystal proprio Petraeus, nella speranza che questi possa imbastire una “exit-strategy” anche in Afghanistan. E in effetti il nuovo comandante sta cercando di utilizzare il maggior numero di truppe dispiegato da Obama per forzare i Talebani a stringere un accordo con il governo filo-americano di Karzai e contemporaneamente sta promuovendo la formazione di milizie tribali cui affidare il controllo del territorio allo scopo di far loro combattere la guerra al posto degli americani. Ma se la sua strategia ha avuto effetti limitati in Iraq, rischia di provocare una catastrofe in Afghanistan, dove la frammentazione etnica è ancora più marcata.

Innanzitutto l’intensificarsi delle attività militari americane (con i conseguenti “effetti collaterali” sui civili) aumenta il risentimento della popolazione contro l’occupazione e quindi rafforza la posizione dei Talebani. In secondo luogo qualsiasi tentativo di concludere un accordo tra Karzai e i Talebani, che affondano le loro radici nelle popolazioni pashtun, incontrerebbe la resistenza armata degli esponenti delle etnie tagika, uzbeka e hazara. Queste ultime, che rappresentano il 45% della popolazione afgana, hanno costituito la base dell’Alleanza del Nord (che nel 2001 appoggiò gli Americani contro i Talebani) e hanno fornito la maggior parte degli ufficiali dell’esercito regolare. Anche in questo caso la situazione è ulteriormente complicata dalle interferenze dei paesi vicini, visto che il Pakistan appoggia i Talebani, mentre l’Iran, la Russia e l’India sostengono le altre etnie del nord. In un simile contesto il ritiro degli americani potrebbe far ripiombare l’Afghanistan al tempo della guerra civile, quando tra il 1989 e il 1996 i signori della guerra e le bande armate hanno devastato il paese. Un conflitto intestino che per di più potrebbe trasformarsi in uno scontro regionale con l’intervento dei paesi limitrofi.

In poche parole, se le avventure di Bush in Iraq e Afghanistan hanno destabilizzato profondamente intere regioni, il ritiro delle truppe progettato da Obama rischia di provocare crisi e conflitti ancora peggiori. E a pagarne le conseguenze non saranno presidenti e generali, ma come al solito i popoli arabi e asiatici.

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