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Le primarie Usa e la sinistra italiana


Gli ultimi giorni hanno visto entrare nel vivo la corsa per le nomination del partito democratico e del repubblicano. C’è un testa a testa specialmente tra i democratici, dove Barack Obama sta prevalendo su Hillary Clinton, anche se non è ancora deciso nulla.

Dopo sette anni di Bush e delle sue politiche, c’è un diffuso malcontento nei confronti dello status quo, con lo stato dell’economia e la guerra in Iraq in testa alla lista delle preoccupazioni della maggior parte degli elettori. Bush non può correre per la rielezione e non a caso il candidato repubblicano McCain si presenta come più liberal. Per la borghesia americana Bush ha toccato il fondo del barile: il presidente non solo è impopolare, ma ha gestito nella maniera peggiore possibile la fase più critica che l’imperialismo americano attraversa da decenni a questa parte.

L’impopolarità di Bush e la voglia di cambiamento spiegano anche le caratteristiche dei candidati alla presidenza.

McCain – che quasi sicuramente sarà il candidato di parte repubblicana – non è uomo dell’entourage Bush. Non a caso il Washington Post ha commentato il risultato di McCain nel “super Martedì” classificandolo come “bancarotta dell’agenda conservatrice e della strategia politica perseguita dai repubblicani per molti anni”. McCain non fa parte dei Neo-Con attualmente ai vertici della Casa Bianca, può presentarsi come un reduce del Vietnam e ha agganci sicuri con i settori principali del capitalismo yankee. Dall’altra parte anche il Partito democratico ha cercato di recepire la voglia di cambiamento presente nella società.


I veri interessi in campo


È senza dubbio vero che entrambi i partiti hanno colto l’esigenza di cambiamento presente fra larghi settori di americani. Il problema sta nel fatto che la natura di questi partiti accoglie questa esigenza con un cambiamento di facciata, ma non di sostanza. Anzi, potremmo dire che il cambiamento c’è, ma proprio per permettere che tutto resti come prima.

Questo processo è particolarmente visibile in campo democratico. Negli articoli di molti giornali leggiamo come l’elettorato democratico si divida fra i giovani e gli afroamericani che sostengono Barack Obama e la classe lavoratrice bianca e le donne che sostengono Hillary Clinton.

Ma questo non ci dice ancora niente, al massimo ci fa vedere come questo duello politico funzioni in una maniera molto simile al marketing commerciale, dove si lavora per conquistare un certo “target” e poi si punta a erodere quello dell’avversario.

La realtà la si evince dagli enormi costi di questa campagna elettorale, che secondo gli esperti supereranno globalmente il miliardo di dollari.

Se andiamo a vedere chi sono i principali sovventori della campagna, scopriamo che la banca d’affari Goldman Sachs fino a gennaio aveva versato 400mila dollari a Clinton, 421mila a Obama e 85mila a McCain (dato allora per spacciato). La Lehman Brothers aveva versato 250mila dollari a Obama e 237mila a Clinton.

I capitalisti si vogliono cautelare e fanno donazioni a tutti i candidati, per poi scegliere quello su cui puntare di più. A conti fatti, non mancheranno di chiedere al presidente di turno quello che spetterà loro.

Questi candidati non sono solo finanziariamente legati ai vertici del capitalismo americano, ma dal punto di vista dei padroni sono anche profondamente affidabili sotto il profilo politico.

Su Clinton non c’è molto da aggiungere, basti solo sapere che molti autorevoli commentatori reazionari, diffidenti verso McCain per le sue aperture sull’immigrazione, definiscono Hillary più conservatrice.


Il programma di Obama


Obama ha puntato molto della sua campagna elettorale sul ritiro dall’Iraq (ma non era senatore quando questa missione ebbe inizio e non ha dovuto votare al riguardo), in ogni caso non ha mai detto di essere a favore dell’interruzione del finanziamento alle missioni militari e per il ritiro immediato delle truppe, tutt’altro. Nel suo libro “The audacity of hope” scrive: “Un esercito forte è necessario, più di qualunque altra cosa, per sostenere la pace [...] Dobbiamo essere più preparati a sporcarci gli stivali allo scopo di dare la caccia ai nemici su scala globale [... ]Non esitare ad usare la forza unilateralmente, se necessario, per proteggere il popolo americano e i nostri interessi vitali”.

Questa posizione non è molto distante dalla dottrina che ha informato la politica di Bush fino ad ora. È, ad essere obiettivi, l’unica politica che l’imperialismo Usa, in crisi di egemonia, può portare avanti in questa fase.

Per quanto riguarda le politiche sull’immigrazione, per fare un esempio, nel 2006 Obama ha appoggiato un disegno di legge contro l’immigrazione clandestina che ha autorizzato la costruzione di muri e altre misure repressive al confine con il Messico. Nel campo sanitario, Obama è a favore delle assicurazioni private.

La realtà è che storicamente tra democratici e repubblicani non esiste alcuna differenza sostanziale, ma solo di accenti.

La politica estera e la politica interna seguono le stesse linee guida, tant’è vero che le guerre in Vietnam e quella in Kosovo sono state iniziate proprio da presidenti democratici, Kennedy e Clinton rispettivamente.

Non si capisce cosa dovrebbero sperare i lavoratori americani da questi personaggi. Hillary Clinton ha fatto parte del consiglio d’amministrazione della Wal-Mart, la catena della grande distribuzione nota per la sua intransigente politica antisindacale, che ha visto di recente una mobilitazione dei propri dipendenti, una delle più importanti degli ultimi anni negli Usa.

Di fronte alla recessione, la situazione della classe lavoratrice statunitense è sempre più drammatica: cresce l’indebitamento delle famiglie, mentre la disoccupazione è cresciuta di un milione di unità nel corso del 2007.

La questione decisiva per i lavoratori statunitensi è la totale assenza di proposte concrete per fornire un vero sistema sanitario e scolastico universale, per creare posti di lavoro e fornire case sicure ed a basso prezzo per tutti, per garantire la legalizzazione immediata ed incondizionata degli immigrati clandestini e delle loro famiglie, per interrompere gli sconti fiscali ai ricchi e invece tassarli pesantemente per finanziare la spesa sociale.


I commentatori nostrani


Ancora una volta dobbiamo registrare come queste dinamiche restino completamente incomprensibili per i gruppi dirigenti della sinistra italiana.

Specialmente dalle pagine di Liberazione assistiamo a un effluvio di commenti che certificano come di sinistra e “di svolta” il fatto che “la lotta per la leadership è delimitata a una donna e a un nero, cioè a due figure che [….] erano state discriminate nella vita civile e poste sotto il dominio del maschio bianco. Oggi, invece, è il maschio bianco che viene escluso.”

È impressionante come si riescano a dare valutazioni del genere, o come si riesca a intitolare un editoriale “Gli Stati Uniti si spostano a sinistra, l’Italia no” (Liberazione del 7 febbraio), andando completamente contro l’esperienza e i dati concreti. Per non parlare di quel dirigente dei Giovani comunisti che di recente ha dichiarato di essere “affascinato” da Obama, invitando a dismettere i toni liquidatori verso il Partito democratico (quello di Veltroni, s’intende…).

Nessuno discute il fatto che Obama o Hillary siano un simbolo. Ma fino ad ora la politica non si è mai fatta solo con i simboli. Verrebbe da dire che questi due candidati, legati fino al midollo alle politiche dei capitalisti americani, sono uno specchietto per le allodole, fatti perché da sinistra si levino commenti come questi, il cui risultato principale è creare confusione e illusioni.

Se c’è una cosa che l’esperienza italiana ci ha insegnato negli ultimi due anni, è il danno che può provocare il tentativo di cercare ad ogni costo un alleato nel campo avversario.

Veltroni non si sposterà a sinistra se gli spieghiamo che è in controtendenza rispetto ai suoi miti democratici d’oltreoceano.

Dobbiamo essere capaci di dire che, se c’è un parallelismo fra Usa e Italia, sta precisamente nei due partiti democratici, entrambi legati alla classe dominante ed entrambi capaci di spargere tanta retorica per coprire le loro reali intenzioni. Una situazione da cui usciremo solo nella misura in cui la sinistra – in opposizione a questi partiti, tanto qui quanto negli Stati Uniti – sarà capace di riaffermare posizioni classiste e saprà riconquistare un radicamento reale fra i lavoratori.

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