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Il caso degli Jena Six ha destato clamore negli Stati Uniti e a livello internazionale non solo per le ingiustizie perpetuate contro questi giovani afro-americani, ma anche perchè queste ingiustizie rispondono ad uno schema conosciuto.

 dal sito dei marxisti Usa Socialist appeal

A partire dalla situazione sociale della High School di Jena, che rimanda all’epoca di Jim Crow (protagonista di una canzone dell’inizio del Novecento, divenuto emblema della discriminazione razziale, ndt), fino ad arrivare al trattamento palesemente diversificato a seconda della razza da parte delle autorità giudiziarie di Jena, il caso Jena Six ha rappresentato una versione emblematica della situazione intollerabile di coloro che hanno a che fare con una condizione di doppia oppressione: essere parte della classe lavoratrice ed essere neri negli Stati Uniti. La reazione di massa attorno al caso Jena Six dimostra inoltre un’altra verità sul razzismo: qualsiasi sistema che divide i lavoratori produce inevitabilmente un’opposizione e questa opposizione può potenzialmente aiutare ad unire la classe operaia non solo contro il razzismo, ma anche contro la sua origine, il capitalismo. 

La vicenda degli Jena Six ha è cominciata quando diversi studenti neri hanno deciso di sfidare una vecchia tradizione della scuola sedendosi sotto un albero che da tempo veniva utilizzato solo da studenti bianchi. L’autorizzazione a compiere questo gesto era stata garantita da parte del regolamento della scuola. In risposta, molti studenti bianchi hanno appeso all’albero dei cappi  come minaccioso richiamo al modo in cui il Ku Klux Klan aveva l’abitudine di linciare i neri che non stavano “al loro posto”. Nonostante per gli studenti responsabili di questo gesto fosse stata raccomandata l’espulsione dalla scuola, questi sono stati al contrario solamente sospesi per tre giorni da parte del sovrintendente scolastico. Gli studenti neri della scuola di Jena hanno risposto con una protesta spontanea durante la quale si sono radunati sotto l’albero riservato ai bianchi. Ciò ha rappresentato un affronto per le autorità della città. Lo stesso giorno, più tardi, il procuratore distrettuale Reed Walters è stato scortato da poliziotti armati davanti ad un’assemblea di studenti di Jena durante la quale si è riferito ai cappi solo come ad un “innocente birichinata” e, in un commento diretto agli studenti neri, ha continuato minacciosamente: “Io posso stroncare la vostra vita con un tratto di penna”. La scuola è poi stata chiusa per il resto della settimana.

Il messaggio insito nelle parole del procuratore Walters, che in pratica avallavano l’intimidazione razzista contro gli studenti neri condannando qualsiasi tentativo da parte degli stessi di opporsi, ha incentivato violenti scontri. Uno studente nero è stato picchiato ad una festa di bianchi. Gli studenti responsabili del pestaggio hanno ricevuto solo un’accusa per aggressione. A ciò è seguito uno scontro nel quale uno studente bianco ha puntato una pistola contro diversi studenti neri. Dopo che questi sono riusciti a toglierli la pistola e a chiamare la polizia, sono stati gli studenti neri ad essere arrestati per avere “rubato” la pistola. Infine, dopo essere stati provocati con insulti razzisti, diversi studenti neri hanno picchiato uno studente bianco.

Questa volta le autorità hanno deciso di agire, nonostante lo studente non fosse stato ferito gravemente. Hanno arrestato coloro che poi sono diventati noti come Jena Six. Tutti e sei sono stati immediatamente espulsi dalla scuola. L’accusa iniziale è stata di tentato omicidio, successivamente il capo d’accusa è stato tuttavia ridotto a tentato omicidio di secondo grado e “associazione a delinquere a fine di omicidio”. Per sostenere tali accuse, l’accusa ha dichiarato che le scarpe da tennis degli studenti rappresentavano delle “armi letali”. In un giornale locale, il procuratore Walters, riferendosi agli Jena Six, ha detto: “Quando sarete condannati, cercherò di farvi avere la massima pena consentita dalla legge”.

Cinque degli Jena Six sono stati puniti come adulti nonostante uno di loro, Mychal Bell, avesse solo 16 anni al momento del fatto. Sono stati minacciati di condanne che avrebbero potuto andare dai 20 ai 100 anni e le cauzioni oscillavano tra 70,000 e 138,000 dollari. Theo Shaw e Robert Baily hanno passato otto mesi in carcere, sono stati manganellati ripetutamente senza motivo, nonostante Shaw abbia l’asma e lo si sia dovuto portare all’ospedale dopo l’aggressione da parte di una guardia carceraria. Mychael Bell è stato il primo ad essere processato ed è stato condannato da una giuria composta da soli bianchi. Il suo avvocato d’ufficio non si è disturbato di chiamare neanche un testimone a dispetto delle circostanze del caso.

Il trattamento giudiziario degli Jena Six è coerente con una pratica ben consolidata nel sistema legale statunitense verso i giovani lavoratori di colore: chiuderli dentro e buttare via la chiave. Questa pratica alimenta le discriminazioni razziali. Pur rappresentando solo il 13% della popolazione degli USA, i neri costituiscono metà della popolazione carceraria. Un decimo degli uomini di colore tra i 20 e i 35 anni sono in prigione, con una percentuale  di neri in carcere più di 8 volte superiore a quella dei bianchi. Uno su tre afro-americani sopra i trent’anni è stato almeno una volta in carcere, così come quasi i 2/3 di tutti i maschi neri che abbandonano scuola. Con un tale record, che è persino peggiore rispetto dei tempi di Jim Crow, non c’è da stupirsi se Marcus Jones, padre di Mychal Bell, ha detto che l’incarcerazione di suo figlio è “la migliore lezione che un figlio possa imparare: capire cosa vuol dire essere neri oggi”.

Il modo in cui i neri vengono trattati dal sistema giudiziario, in concomitanza con l’ascesa dell’attivismo politico contro il razzismo e la povertà in seguito al disastro dell’uragano Katrina a New Orleans, ha fatto sì che il caso degli Jena Six destasse un’eco a livello di massa e che la NAACP (Associazione nazionale per l’emancipazione delle persone di colore, NdT) si incaricasse della loro difesa. La mobilitazione è culminata il 20 settembre, giorno della sentenza di Mychal Bell. Circa 20,000 persone hanno riempito le strade della piccola Jena, compresi membri del sindacato dei lavoratori delle poste americane, che hanno fornito sostegno e aiuto per l’organizzazione dell’iniziativa. In contemporanea si sono tenute manifestazioni in tutto il paese, con 700 manifestanti a Philadelphia.

Nel periodo precedente alle manifestazioni, la corte d’appello del terzo distretto della Louisiana ha rigettato la condanna di Bell per aggressione aggravata, dicendo che il ragazzo non avrebbe mai dovuto essere processato come adulto. Alla fine è stato rilasciato su cauzione dopo dieci mesi di detenzione. Questa è un’importante vittoria che mostra l’incisività dell’organizzazione di massa e della mobilitazione. Si tratta comunque solo di un primo passo. Secondo il procuratore George Tucker di Hammond, in Louisiana, il ritiro della condanna di Bell non avrà conseguenze per gli altri 4 ragazzi accusati come adulti perchè loro avevano già compiuto 17 anni all’epoca dei fatti.

Considerando le ingiustizie che i ragazzi accusati hanno subìto e il palese razzismo del procuratore di Jena e del sovrintendente della scuola, il movimento che si è riversato nelle strade il 20 settembre deve continuare ad organizzarsi e a mobilitarsi su scala nazionale fino a quando tutte le accuse contro gli Jena Six non saranno cadute.

Il magnifico movimento per i diritti civili degli anni sessanta è riuscito ad ottenere la fine della segregazione per legge. Tuttavia, la mancanza di buone opportunità di lavoro, l’accesso diseguale all’istruzione e alle cure sanitarie, le condizioni di vita sempre peggiori e la criminalizzazione dei giovani sono la norma per milioni di neri, specialmente se appartengono alla classe lavoratrice. Le leggi sono state cambiate ma i problemi della discriminazione razziale rimangono.

Questo accade perchè l’oppressione razziale gioca un ruolo strategico per la classe dominante statunitense. Continuando sistematicamente ad opprimere in modo particolare gli afro-americani, i capitalisti riescono a tirar fuori più profitti dal lavoro dei proletari neri. E riescono anche a sfruttare meglio tutti i lavoratori mantenendo divisa la nostra classe, costringendoci a competere gli uni con gli altri per scarsi posti di lavoro e opportunità. La nostra forza più grande come classe risiede nella nostra azione unitaria contro il sistema che ci sfrutta e ci opprime.  

Per saldare questa unità, è dovere di tutti i lavoratori opporsi al razzismo in tutte le sue forme. Ogni lotta di massa contro il razzismo mette intrinsecamente in discussione il sistema capitalista e tende a portare gli attivisti più combattivi e più coscienti alla conclusione che una soluzione rivoluzionaria è necessaria. Il razzismo può essere combattuto concretamente lottando per un lavoro decente, assistenza sanitaria, istruzione e casa per tutti, così come con programmi sociali che migliorino le condizioni di vita di ognuno, perchè tutti possiamo avere i mezzi e il tempo per costruire una civiltà umana degna di questo nome. Solo sotto il socialismo, un sistema in cui la società e l’economia sono controllate dalla classe lavoratrice nell’interesse di tutti, le basi materiali del razzismo saranno spazzate via. Ciò aprirà una nuova era per l’umanità in cui tutte le forme di oppressione saranno gettate nella spazzatura della storia.

 

 


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