L’effetto devastante del crack delle Borse sull’economia russa - Falcemartello

Breadcrumbs

 

L’effetto devastante del crack delle Borse sull’economia russa

 

 

Da alcuni mesi a questa parte, il messaggio dei giornali russi era unanime: i tempi bui stavano per finire. Era finito il crollo che aveva quasi dimezzato l’economia del paese dal 1990. Stava per iniziare un periodo di crescita.

Con il crack delle Borse di fine ottobre, molta di quella fiducia è crollata. Se negli Usa i valori borsistici hanno subito un forte calo del 7% dell’indice Dow Jones il 27 ottobre, il mercato azionario russo ha subito qualcosa che assomiglia più ad un olocausto.

In una sola giornata, il 28 ottobre, l’indice Moscow Times delle prime 50 aziende russe è crollato di un 20%. Ad un certo punto l’indice era sceso complessivamente di un 30%. La settimana si è chiusa con una perdita del 17,4%.

 

Gli "esperti" sono intervenuti subito per annunciare che se i mercati azionari si sgonfiavano un pò non c’era niente di cui preoccuparsi particolarmente.

"Possiamo permetterci un calo del 10 o del 20 per cento senza problemi," ha dichiarato il Primo vicepremier Anatoly Ciubais. Secondo gli esperti le basi fondamentali dell’economia russa erano salde.

Nel fine settimana tutti i grandi investitori nei mercati russi riflettevano su questa dura lezione: la "stabilizzazione" in Russia si era rivelata un castello di carta e la favorevole congiuntura economica internazionale, che aveva aiutato le "riforme" sin dal 1992, era ormai quasi esaurita.

Tra tutte le fandonie della stampa economica, una cosa vera però c’era: la Russia è strettamente incastrata negli ingranaggi del capitalismo mondiale.

E ciò veniva presentato come "progresso", ma non spiegavano il ruolo col quale la Russia è coinvolta al 100% nel sistema capitalista mondiale, cioè come fornitore semisviluppato di materie prime e prodotti semilavorati.

Le implicazioni possono essere così sintetizzate: quando Wall Street inciampa, la Russia fa un salto mortale.

Con un’economia fortemente dipendente dalle esportazioni di materie prime e prodotti semilavorati, in primo luogo petrolio, gas, metalli e legname, la Russia perde doppiamente perché i prezzi mondiali di questi prodotti sono molto più instabili che i prezzi in generale, e di conseguenza l’economia locale è soggetta a svolte violente che vanno dalla prosperità relativa fino alla recessione, e siccome la tendenza storica dei prezzi mondiali delle materie prime in rapporto a quelli dei beni industriali è in calo, col tempo un paese che dipende dalle esportazioni di materie prime si trova a dover produrre di più per acquistare
di meno.

Da quando è rinato lo stato russo alla fine del 1991, esso ha potuto sfruttare l’eccezionale boom dei prezzi delle materie prime.

A livello mondiale i prezzi dei metalli sono cresciuti enormemente dal 1992, e sono calati solo gradualmente in questi ultimi anni; il prezzo dell’alluminio, di cui la Russia è un grosso esportatore, è stato alto negli ultimi mesi. Il prezzo del petrolio era cresciuto fortemente e nell’ottobre del 1996 era di un 39% più alto che nel 1991. Questi prezzi elevati del petrolio si sono mantenuti, più o meno, fino alla metà del 1997.

Si può costatare che il presunto "successo" delle "riforme" capitaliste in Russia sia dovuto più ad alcuni fattori casuali nel mercato delle materie prime che non alla presunta "forza dell’economia di mercato".

I prezzi delle materie prime e dei prodotti semilavorati, per ovvi motivi, dipendono strettamente dall’andamento del ciclo economico. Quando si entra in recessione questi prezzi cadono bruscamente.

Quando un periodo di ripresa sta per finire si vede nel comportamento altalenante delle Borse, causato dalla paura degli speculatori che sono sempre meno fiduciosi del buon andamento dei mercati e cercano frettolosamente di strappare le ultime
gocce di profitto dalle azioni sopravvalutate.

Osservatori economici occidentali ultimamente hanno lanciato l’idea della "fine del ciclo economico", basandosi sull’idea che una migliore regolamentazione delle Borse abbia messo fine alla possibilità di altre recessioni.

Questi ragionamenti servono solo a convincere i piccoli investitori ingenui a rimanere nei mercati quando la prudenza dovrebbe spingerli ad uscirne. Verrebbe piuttosto da pensare che i mercati azionari siano diventati più instabili negli anni ‘90, dato che il progresso tecnologico ha moltiplicato enormemente la velocità con cui gli speculatori possono far volare miliardi di dollari da una parte all’altra del mondo.

Quando crescono i segnali di una incombente recessione internazionale il mercato azionario russo è proprio uno di quei luoghi dove i grandi investitori non vogliono assolutamente lasciare i loro soldi. "Quando le cose stiano per andare al peggio, la Russia è il primo posto che gli investitori abbandoneranno," ha dichiarato un osservatore economico moscovita.

Ciononostante, le riviste economiche di Mosca, cercavano di convincere i propri lettori, nelle ultime giornate di ottobre, che la Russia, durante un periodo difficile, fosse un investimento più interessante che non la gran parte dei "mercati emergenti" . Questo ragionamento si basava in gran parte sul fatto che molti dei paesi in concorrenza con la Russia per attirare investimenti esteri hanno bilance dei pagamenti poco sane; mentre le cifre ufficiali indicano che la Russia ha un forte attivo commerciale.

Le cifre ufficiali del commercio estero russo, però, sono considerate inattendibili in quanto sottovalutano enormemente le importazioni perché ignorano le enormi quantità di importazioni di contrabbando. E in ogni caso sarà molto improbabile che l’attivo commerciale russo riuscirà a sopravvivere ad una forte recessione internazionale. Quando le fabbriche del mondo inizieranno a ridurre la produzione, la domanda e, di conseguenza, i prezzi dell’acciaio, del nickel, dell’alluminio e dei prodotti forestali della Russia, calerà bruscamente il mercato per i prodotti russi.

Mentre è assolutamente certo che ci sarà un’altra recessione internazionale, non c’è motivo particolare per credere che si svilupperà nei prossimi mesi.

Alcuni anni separarono il crack delle Borse dell’ottobre 1987 dall’inizio di una recessione generalizzata. Ora c’è una sensazione diffusa che la recessione non tarderà a lungo a farsi sentire, e le crisi sempre più frequenti dei mercati azionari mondiali, provocheranno guai seri al governo già dal prossimo periodo.

Il primo effetto a breve termine per la Russia sarà probabilmente un aumento dei costi dei crediti esteri. Dovuto ad una scarsa capacità di far pagare le imposte e con sempre meno entrate provenienti dalla vendita di beni statali,
il governo russo dipende fortemente dall’emissione di Buoni del Tesoro per finanziare il suo deficit statale.

E sempre di più le amministrazioni regionali e municipali fanno ricorso a questo tipo di finanziamento.

A fine ottobre la caduta della fiducia nelle capacità delle autorità russe di pagare i propri debiti ha costretto il governo ad alzare la rendita dei suoi Bot annuali dal 17% al 23% per attirare acquirenti. Se il costo del credito rimarrà vicino a questi livelli la gestione del debito pubblico ben presto provocherà enormi problemi.

Piuttosto che stabilità e crescita, le vere prospettive sono: crescente caos nelle finanze pubbliche, ulteriori cadute nei già bassissimi livelli di investimento ed un ulteriore calo della produzione. Piuttosto che la fine dei tempi bui, si tratta della fine dei "bei tempi".