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Il 10 gennaio 2014 Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno firmato il regolamento attuativo dell’accordo del 31 maggio 2013. Con questa firma, Susanna Camusso fa un salto di qualità nella sua strategia politica, mette all’angolo Landini e la Fiom, ma soprattutto condanna tutti i lavoratori italiani, a cui di fatto viene esteso il modello di Pomigliano.

 

In questo regolamento infatti sono contenute norme che cancellano la democrazia sindacale, negando ai lavoratori la libertà di organizzarsi sindacalmente e stabilendo una sorta di monopolio sindacale. Questo avviene tramite una serie di meccanismi di certificazione, di soglie di sbarramento ma soprattutto di clausole discriminatorie. Nel testo, infatti, si dice chiaramente ed espressamente che, sia per quanto riguarda la contrattazione nazionale che per le elezioni delle rappresentanze sindacali, sono ammesse solo le organizzazioni “che accettino espressamente, formalmente ed integralmente i contenuti del presente accordo, dell’Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011 e del Protocollo del 31 maggio 2013”.

Cosa dice l’accordo

Questo significa che se non si accetta preventivamente questo sistema di regole, non si ha nessun diritto sindacale e di rappresentanza. Basterebbe questo a riportare alla mente l’accordo di Pomigliano! Ma anche concesso che si accettino queste regole, il testo aggiunge subito un’altro impedimento: bisogna infatti che qualsiasi organizzazione voglia rappresentare i lavoratori tanto nelle Rsu quanto ai tavoli di contrattazione superi nel meccanismo di certificazione delle deleghe una soglia di sbarramento del 5%. La certificazione delle deleghe avverrà tramite l’Inps e il dato utile per raggiungere la soglia di sbarramento sarà una media ponderata tra le deleghe raccolte tra i lavoratori e i voti assoluti raccolti nelle elezioni dell’Rsu a livello nazionale.

è evidente come questo meccanismo sia pensato apposta per liberarsi in un solo colpo di tutti i sindacati di base, e come questo comprometta del tutto il diritto alla libera organizzazione sindacale dei lavoratori. Infatti, anche se viene sbandierato ai quattro venti che con questo accordo viene abolita quella quota di rappresentanza, pari a un terzo dei seggi, che fino ad oggi era riservata ai sindacati confederali, e si attiva invece un meccanismo puramente proporzionale, è chiaro che con queste clausole discriminatorie d’ora in poi tutti i diritti sindacali e di rappresentanza diventano esclusivi delle tre organizzazioni confederali. Ma non è tutto, il regolamento non si limita a questo. Queste nuove Rsu normalizzate e sterilizzate da tutte le “impurità”, non solo potranno sottoscrivere ogni tipo di deroga ai contratti nazionali, anche “intese modificative con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”, ma saranno soggette a sanzioni nel caso promuovano azioni di lotta contro contratti che non condividono. Dice il testo: “(…) i contratti collettivi nazionali di categoria, sottoscritti alle condizioni di cui al Protocollo d’intesa 31 maggio 2013 e del presente accordo, dovranno definire clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti con il contratto collettivo nazionale di categoria e a prevenire il conflitto. (…) I medesimi contratti collettivi nazionali di lavoro dovranno, altresì, determinare le conseguenze sanzionatorie per gli eventuali comportamenti attivi od omissivi che impediscano l’esigibilità dei contratti collettivi nazionali di categoria stipulati ai sensi della presente intesa.”

Fra questi “sanzioni, anche con effetti pecuniari, ovvero che comportino la temporanea sospensione di diritti sindacali di fonte contrattuale e di ogni altra agibilità derivante dalla presente intesa (…).

Delegati e categorie sono quindi perseguibili sia con sanzioni di tipo monetario che con la sospensione dei diritti sindacali. Ma se anche questo non dovesse bastare come deterrente al conflitto, il regolamento prevede un ulteriore passaggio. Infatti, nel caso in cui una categoria o un livello territoriale non si adegui a quanto sottoscritto dal resto della confederazione l’accordo prevede che “le organizzazioni di categoria appartenenti ad una delle Confederazioni firmatarie del presente accordo (…) (siano) obbligate a richiedere alle rispettive Confederazioni la costituzione di un collegio di conciliazione e arbitrato composto, pariteticamente, da un rappresentante delle organizzazioni sindacali confederali interessante e da altrettanti membri della Confindustria (…)” allo scopo di stabilire quali misure adottare per fare rispettare i contenuti degli accordi firmati. Ciò significa che la Rsu o la categoria che non accetti accordi o contratti firmati dalla confederazione, non solo potrà subire forme di repressione tramite le sanzioni, ma si troverà anche a dover affrontare un processo da parte di una commissione arbitrale composta da elementi in maggioranza della Cisl, della Uil e di Confindustria. è facile capire come questa sia una norma pensata su misura per schiacciare e disciplinare la Fiom, ma che potrebbe tradursi addirittura in un isolamento della stessa Cgil, qualora Cisl e Uil volessero metterla in minoranza.

Il bavaglio al dissenso

Susanna Camusso crede di aver fatto un passo avanti, ma si trova a camminare in mezzo a sabbie mobili. Da quando è diventata segretario generale della Cgil, ha avuto un solo obiettivo, tornare a sedersi ai tavoli, essere riconosciuta da governo e padroni. Una strategia pienamente concertativa, che abbandona il conflitto per puntare tutto sulla contrattazione, che nel periodo attuale di crisi capitalista significa piegarsi completamnente alle richieste padronali. Le battaglie abbandonate o combattute per finta, come contro la riforma delle pensioni o dell’art.18, in nome di una riconquista del peso contrattuale del sindacato, si sono tradotte in un impoverimento dei lavoratori e in una perdita di diritti, oltre che in una seria perdita di credibilità da parte del sindacato.

In questo percorso la spina nel fianco della Camusso è sempre stata la Fiom che, pur essendo entrata in una crisi di strategia negli ultimi tre anni (e lo si vede bene dalle sue scelte congressuali), ha rappresentato per moltissimi lavoratori l’ultimo baluardo del sindacalismo conflittuale. Con questa firma la Camusso ottiene quindi due obiettivi per lei molto importanti: da un lato, tramite la certificazione delle deleghe, può finalmente far pesare i numeri della Cgil ed essere legittimata ai tavoli con i padroni e il governo; dall’altro lato, di concerto con Bonanni e Angeletti, tramite il sistema delle sanzioni e del collegio arbitrale, può finalmente mettere una pietra sopra all’insubordinazione non solo della Fiom, ma di chiunque dissenta nelle fabbriche. Che questo avvenga a scapito della democrazia sindacale e dei diritti dei lavoratori poco importa per la maggioranza della Cgil.

Ora Landini e la Fiom hanno chiesto che ci sia un referendum interno degli iscritti su questo accordo e la Camusso lo ha concesso, anche perché molto probabilmente lo vincerà.

Questo accordo insegna una cosa, per coloro che non l’avessero ancora capito. Per il padronato non esistono diritti “inesigibili”. La borghesia vuole tutto e subito, vuole riportare le condizioni di lavoro e i salari agli anni ’50. Per fare ciò, è disposta a cambiare leggi e accordi e ove questo non fosse sufficiente, a calpestarli.

Il movimento operaio deve essere all’altezza di questa sfida e non si può limitare la risposta a ricorsi, pur sacrosanti, alla magistratura. Bisogna rispondere con la lotta e con una strategia complessiva di riconquista dei nostri diritti e dei salari. In poche parole, dello stesso sindacato.

Proprio per tali ragioni oggi è fondamentale sostenere e votare il documento alternativo al congresso della Cgil ma soprattutto riorganizzare il conflitto nei luoghi di lavoro. Su accordi come questi, con la Camusso e con la concertazione, non si può scendere a compromessi, si può e si deve solo lottare.

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