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Irisbus, Leuci, Ginori, Terim: sono solo alcune fra le moltissime fabbriche nelle quali la lotta dei lavoratori si è dovuta scontrare con la volontà padronale di chiudere, almeno parzialmente, fabbrica e produzione. Alcune di queste lotte sono ancora vive, altre si svilupperanno nella prossima fase di una crisi economica la cui fine è ancora lontana.
Approfondire il dibattito sulla strategia di cui necessita ora il movimento operaio di fronte alla minaccia di chiusure è di vitale ed immediata importanza.



La resistenza dei lavoratori

Numerosi sono stati i tentativi di coordinare il fronte di queste mobilitazioni – come quello organizzato dal comitato di Resistenza operaia dell’Irisbus – e di proporre da parte operaia alternative alla desertificazione industriale sulla base di una reindustrializzazione finalizzata a produzioni utili per la società. Pensiamo al progetto di restyling di pullman, proposto dai lavoratori dell’Irisbus, che garantirebbe un prodotto ecocompatibile e a più basso costo. Si tratta di una proposta nata assieme al rifiuto dell’offerta avanzata nel 2011 da DR Group (che avrebbe voluto produrre Suv) e basata sul rilancio del trasporto pubblico, collassato in Italia dalle 1.444 immatricolazioni di autobus del 2006 alle sole 291 del primo semestre 2011. Similmente, alcuni anni fa il circolo operaio del Prc delle fabbriche di Pomigliano ha abbozzato, con la collaborazione della compagna M. Piro di Legambiente Campania, una proposta di auto ecologica ed un ragionamento industriale su un’idea diversa della mobilità urbana
e della filiera di riciclo dei materiali ferrosi: un progetto per produrre taxi e minibus elettrici a tariffa ridotta con cui innovare l’intero parco pubblico del Mezzogiorno. Oggi la cellula del Prc dell’Ilva ripropone giustamente la nazionalizzazione della fabbrica e l’esproprio dei fondi di Riva per risanarla.
Nel cuore produttivo della Lombardia, alla Leuci di Lecco, la storia è stata inizialmente simile a tante altre di aziende in liquidazione: crollo degli investimenti, portafoglio clienti che si assottiglia e professionalità tenute “in congelatore”. Davanti alla chiusura, però, i lavoratori hanno reagito con uno straordinario presidio permanente a difesa dei posti di lavoro ed hanno costruito il progetto noto come “Cittadella della luce”, una riconversione industriale firmata dalla sede lecchese del Politecnico di Milano e finanziato da numerosi enti locali. Il nuovo polo dell’illuminazione dovrebbe puntare su green economy, led, fotovoltaico di ultima generazione e risparmio energetico. La lotta è in corso e per ora alla Leuci si lavorerà in contratto di solidarietà fino al termine del 2013. La coscienza di classe sviluppata dai lavoratori della Leuci è profonda. Secondo un lavoratore, Bottazzi, “mentre ovunque è in corso lo smantellamento delle fabbriche, con la Cittadella della Luce indichiamo la strada della reindustrializzazione. È un segnale anche per i nostri figli”. A fargli eco è Germano Bosisio, rappresentante Rsu: “Abbiamo interpretato la lotta in modo non tradizionale, come lavoratori ‘pensanti’. Non ci siamo limitati a ridurre il danno, anche se gli ammortizzatori ci vogliono, altrimenti non hai la ‘michetta’. Siamo passati dalla fase difensiva a quella progettuale, dal basso”. Insomma, non una semplice vertenza aziendale per salvare i posti di lavoro, ma “un banco di prova per un intero territorio e la sua capacità di mettere in pratica un esempio concreto di riconversione innovativa ed ecocompatibile”. Anche perché hanno visto com’è andata ai colleghi della vicina Riello: “Hanno accettato la buonuscita, e quando i soldi sono finiti si sono ritrovati per strada”(citato dal periodico Left del 16 febbraio 2013).
Una delle difficoltà comuni a questo tipo di lotta è stata l’assoluta – e non sorprendente – impermeabilità dei governi, tutti, al tentativo dei lavoratori di non chiudere le aziende. Il Ministero delle attività produttive in questi anni è stato sostanzialmente un produttore di “tavoli” consultivi per discutere di chiusure sulle quali non voleva seriamente mettere il becco ed un dispensatore di ammortizzatori sociali di accompagnamento. Non è neanche nell’anticamera del cervello del medio burocrate ministeriale la prospettiva di un intervento pubblico nell’economia per riconvertire i siti produttivi in chiusura.
È evidente che un piano generale di intervento pubblico richiederebbe un governo di tutt’altro genere, la possibilità di partire dai settori decisivi dell’industria, dei trasporti, della finanza, ecc. Oggi questo fronte non esiste ancora, la lotta si produce come reazione alle chiusure laddove per motivi oggettivi o soggettivi i lavoratori riescono a mettere in campo la resistenza. In altre parole l’unificazione non è spontanea, ma necessita di una strategia e di una organizzazione che possa dargli credibilità.
I numerosi tentativi di produrre coordinamenti autoconvocati delle lotte non sono mai riusciti a dare risposte, e non per caso: riunire situazioni diverse, dire che bisogna fare la “lotta dura e a oltranza” e poi ritrovarsi in un’altra città per dire le stesse cose, spesso con le stesse presenze, non crea una prospettiva praticabile per i lavoratori. Nel migliore dei casi sono dimostrazioni di solidarietà, nel peggiore terreno di discorsi roboanti di qualche setta “rivoluzionaria”.



Per un mobilitazione generale: quali parole d’ordine?

Ad oggi, in Italia la Fiom-Cgil è la sola organizzazione del movimento operaio che potrebbe aprire una vertenza nazionale contro le chiusure degli stabilimenti e per una riconversione industriale orientata da piani di utilità pubblica decisi da operai, sindacati e comunità locali. Non basta però evocare, come fa spesso e volentieri il segretario generale della Fiom Landini, la necessità che il governo ed il padronato si occupino di “politiche industriali”. L’unica soluzione, da percorrere immediatamente, è una lotta generale per imporre, anche a livello legislativo, la possibilità di esproprio dei siti produttivi abbandonati dai padroni.
Le leggi esistenti prevedono la possibilità di nazionalizzazione temporanea, decisa dal Ministero, laddove si ravvisi la opportunità di salvare determinati impianti, ma sempre nella logica di ristrutturarli e riconsegnarli ai privati. Ma in un paese dove nel primo trimestre del 2013 hanno chiuso quasi 150mila imprese, con un saldo negativo di 31mila, il giudizio sulla necessità o meno di mantenere aperta una fabbrica non può essere lasciato né ai padroni, né ai loro ministri. Devono essere i lavoratori stessi a giudicare se uno stabilimento a rischio può avere una prospettiva produttiva, ed in tal caso la nazionalizzazione deve essere immediatamente esigibile.
Questa proposta implica che, dopo l’esproprio, a gestire e a controllare gli stabilimenti siano le stesse maestranze, gli operai, gli impiegati e i tecnici, e non qualche “boiardo” di Stato con uno stipendio da sogno, come è successo in tante nazionalizzazioni negli anni ‘60 e ‘70 utili solo a ristrutturare la fabbrica e renderla di nuovo appetibile per gli “investitori privati”.
E se è lecito che la Bce presti a tassi inferiori all’1 per cento alle banche che poi lucrano sul debito pubblico, nulla vieta a un governo di imporre a quelle stesse banche di prestare agli stessi tassi una quota dei loro capitali per finanziare il rilancio di imprese pubbliche e sotto il controllo operaio.
Non sono misure risolutive, ma proposte immediate per impedire che l’abbandono di interi settori produttivi disgreghi il tessuto sociale, trasformando centinaia di migliaia di lavoratori in numeri nelle statistiche o, nel migliore dei casi, nei destinatari di qualche spicciolo di ammortizzatori sociali (sempre meno, peraltro). Si tratta di una piattaforma difensiva che punti a creare un terreno più solido sul quale riunificare i lavoratori per fare avanzare il movimento verso una battaglia generale.
La questione dell’esproprio deve quindi tornare ad animare il dibattito nelle principali organizzazioni della classe lavoratrice, a partire dalla Fiom, perché altre soluzioni non ce ne sono. Neanche per risolvere problemi “immediati”.

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