Breadcrumbs

Il primo aprile, al photofinish prima della disapplicazione del contratto, è stata raggiunta l’intesa fra l’ABI (l’associazione di categoria dei banchieri) con i sindacati per il rinnovo del contratto dei bancari.

 

Come troppo spesso è avvenuto negli ultimi anni in tutti i settori anche questo rinnovo ha visto i sindacati in una posizione di subalternità alla parte padronale: a fronte dell’importante mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici del settore con lo sciopero del 30 gennaio non è seguita, da parte dei sindacati, una prosecuzione della mobilitazione che alzasse il tiro verso una riconquista dei diritti persi in questi anni e che mettesse la parte padronale con la schiena al muro.

Ne è nata invece una spinta concertativa che ha messo in secondo piano una piattaforma di rivendicazioni, votata dai lavoratori a larga maggioranza, che non è mai stata discussa con i banchieri (analoga cosa avvenne anche per il rinnovo scorso e a questo punto ci chiediamo a cosa serva, se non per un puro esercizio di stile sindacale).

Sul ruolo delle banche all’interno di questa crisi non ci dilunghiamo: sottolineiamo soltanto che sono state le principali artefici della speculazione che ha condotto alla crisi attuale, che hanno ricevuto in questi anni ingenti aiuti di Stato per coprire i buchi dei loro bilanci, soldi dei lavoratori e delle lavoratrici italiane, ma nulla hanno dato in cambio.

I dirigenti delle banche italiane anzi sono stati al centro di moltissimi scandali in questi ultimi anni (basti pensare al caso Monte Paschi) ma, mai sazi, oggi vengono a chiedere ulteriori benefici; non è bastato il Jobs Act o la defiscalizzazione, i crediti deteriorati che le banche hanno nei loro bilanci (frutto evidentemente di errati investimenti) verranno a breve trasferiti ad una “bad bank” garantita ancora una volta dai soldi pubblici.

In tutto questo scenario da parte delle dirigenze sindacali non c’è stata la seria intenzione di mettere in discussione un sistema marcio che continuerà a speculare sul Paese e far pagare i suoi errori ai lavoratori: mai si è messa in discussione la retribuzione milionaria di gran parte dei dirigenti bancari ma anzi si è venuto incontro alle “difficoltà del sistema” agitando, come sempre, il classico senso di responsabilità.

Accantonate le “buone intenzioni” della piattaforma presentata ai lavoratori, sin troppo moderata e risultato di una convergenza unitaria di tutti i sindacati,  in cui comunque oltre alla riduzione dei compensi dei manager si chiedeva anche un modello sociale di banca, rivolta più agli interessi delle persone, dei territori e della produzione reale piuttosto che alla speculazione, restano dei punti di accordo che arretrano ancora di un passo i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici e preparano per un ulteriore attacco sociale nel prossimo futuro.

Basterebbe il trionfalismo con cui è stato accolto da quotidiani come il Sole24Ore e Milano Finanza questo accordo per far tremare i polsi ai lavoratori: se gli organi di informazione del padrone gridano alla vittoria insieme ai sindacati non è perché il socialismo è dietro alle porte ma perché qualcuno ha chinato il capo.

Infatti a fronte dell’unica “vittoria” sbandierata in questi giorni dai sindacati, ovvero il minimo recupero della grande ingiustizia del salario ridotto dei neo-assunti che viene attenuata portando il gap al 90% (rispetto all’82% del precedente rinnovo), pur rimanendo congelate per quattro anni qualsiasi promozione od aumento del lavoratore, tutti i punti dell’accordo verranno pagati principalmente dai lavoratori tramite il FOC (Fondo per l’occupazione).

Introdotto nel precedente contratto il FOC è sostenuto solamente dai lavoratori che rinunciano ad un giorno di permesso per sostenerlo mentre è volontario per i dirigenti e non prevede alcun contributo dalle aziende bancarie.
FOC, e quindi ripetiamo soldi dei lavoratori, che verrà utilizzato anche per la riqualificazione e la riconversione dei lavoratori fuoriusciti dalle banche: competenze fino a questo accordo della Parte Ordinaria del Fondo di Solidarietà; è chiaro lo spostamento dell’onere della contribuzione al Fondo suddetto dalle Banche ai lavoratori.

L’aumento salariale di 85 euro in quattro anni e mezzo (tanto varrà il nuovo contratto!) inizierà ad essere corrisposto solo dal 2016 mentre la riduzione del TFR, che assorbirà in gran parte l’aumento, partirà da subito: un rinnovo a costo zero per le ricche banche e tutto sulle spalle dei lavoratori!

A tutto questo si aggiunge l'accettazione implicita delle conseguenze del Jobs Act, su cui quasi nulla si dice nell’ipotesi di accordo sconfessando in pieno la linea della segreteria nazionale della CGIL che rimandava ai contratti nazionali la battaglia sulla contro-riforma del lavoro.

Non a caso eravamo critici verso questa strategia che rimandava, alle singole sigle, di lottare per arginare i devastanti effetti del Jobs Act: strategia che arrivava dopo la desistenza dei vertici della CGIL che non hanno voluto cavalcare le riuscite mobilitazioni di massa del 25 ottobre e del 12 dicembre.

Ammainata la bandiera da un punto di vista confederale ora, nei bancari e nel commercio, si ammaina anche a livello di categoria la difesa del posto di lavoro: viene fuori la paradossale idea di trattare la questione nelle contrattazioni di secondo livello, un ulteriore “si salvi chi può” che non si basa assolutamente sui rapporti di forza e sulla partecipazione dei lavoratori, un’autostrada che si apre alla balcanizzazione dei contratti con grossa soddisfazione dei padroni e del Governo Renzi che ha introdotto queste contro-riforme.

L’ipotesi di accordo è figlia di una dirigenza sindacale inadeguata a sostenere i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici; solo la lotta sulle piazze, con scioperi e proteste, avrebbe mostrato i reali rapporti di forza che, invece, si sono voluti tenere attenuati: di fronte alla grande mobilitazione del 30 gennaio la risposta dei sindacati è stata quella di arretrare e di ricondurre la vertenza nelle stanze concertative, non deve pertanto stupire il pessimo risultato nato soprattutto dal timore dei sindacati di vedere disapplicato il contratto nazionale: le minacce padronali hanno vinto e faranno scuola nei prossimi rinnovi!

Nei direttivi avevamo richiesto di coinvolgere i lavoratori e le lavoratrici, di tenerli informati sugli sviluppi e di coordinare con loro una serie di azioni che potessero far comprendere ai padroni la forza della classe, arrivare preparati alla disapplicazione del contratto in modo da poter reagire ai diktat dei banchieri: tutto questo è stato disatteso e come conseguenza ha portato l’ennesimo scoramento nella classe e la rassegnazione ad accettare un contratto di arretramento.

I mal di pancia emersi in questi giorni da parte di alcuni dirigenti della FISAC che si oppongono alla firma dell’accordo ci sembrano tardivi e non porteranno alcun risultato; questi sindacalisti, seppur motivati da ottime intenzioni, non hanno cercato il supporto dei lavoratori e la loro battaglia sarà oggi marginalizzata dalla burocrazia.

Se si vuole fare una battaglia per screditare le dirigenze sindacali che hanno piegato la testa l’unica azione da mettere in campo è, come per lo scorso contratto, la creazione di un comitato per il NO: solo con il voto democratico dei lavoratori si potrà riprendere con forza la lotta per un contratto degno di questo nome. Sosterremo il fronte del no nelle assemblee dei lavoratori ma continueremo a sottolineare il metodo errato in cui operano i dirigenti sindacali, sempre più lontani dagli interessi della classe che dovrebbero rappresentare, sempre più interessati a trovare l’approvazione dei padroni piuttosto che il sostegno dei lavoratori.

Il contratto dei bancari è l’ennesima dimostrazione di come il sindacato necessiti di una profonda riforma, ma questa riforma non potrà costruirsi nelle stanze della burocrazia ma solo grazie al protagonismo della classe lavoratrice che, presto o tardi, farà i conti con i suoi pessimi rappresentanti.

Joomla SEF URLs by Artio