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Bari-Natuzzi, azienda storica che produce divani. L’azienda ha da tempo dichiarato di voler licenziare 1.726 lavoratori, forse saranno “solo” 1.506, grazie a qualche ricollocazione e mobilità incentivata. Per le famiglie di quella provincia una vera e propria tragedia.


Avellino-Irisbus, l’unica fabbrica che produce pullman e autobus del paese chiusa dalla Fiat, 700 lavoratori a casa, più altri 1.300 nell’indotto.
Sevel-Chieti, ancora Fiat, 5mila lavoratori, si lavora tanto, troppo. Infortuni e malattie professionali non si contano più. Intanto a Pomigliano 2mila lavoratori devono fare i sabati di recupero (cioè lavorare a gratis per il padrone) mentre altri 2mila sono in cassa integrazione da quattro anni. A Mirafiori, Melfi e Cassino si lavora qualche giorno al mese se va bene.
Milano, un call center come tanti. Contava un centinaio di lavoratori, qui niente contratti a tempo indeterminato, solo precariato. Con il calo delle commesse, con un tratto di penna vengono lasciati a casa i lavoratori senza colpo ferire.
Cooperative per le pulizie dei treni, una città qualunque, scade l’appalto, i lavoratori vengono riassunti a condizioni peggiori. Intanto l’amministratore delegato di Trenitalia annuncia profitti da record.
Firem di Modena o Hydronic di Pero (Milano), ad agosto il padrone approfittando della chiusura estiva scappa coi macchinari, altre famiglie senza lavoro.
Sono alcuni dei tantissimi casi delle tragedie che si consumano in questo paese. Il tutto in un contesto dove la disoccupazione è al 13%, quella giovanile al 40%, crolla la produzione, allungano l’età pensionabile, pensione che ormai per molti è solo un miraggio. Intanto si preparano nuove ristrutturazioni e licenziamenti, Alitalia, Telecom, Ilva, Fincantieri, Finmeccanica, Eni, Enel.
Davanti a questo disastro che fa il principale sindacato, ovvero la Cgil di Susanna Camusso? Nulla, anzi no, persiste ad inseguire sindacati sdraiati ai diktat padronali, e agli stessi padroni.
Come il patto firmato a settembre con Cisl e Uil e, udite, udite, il presidente di Confindustria, per chiedere al governo nuovi regali alle aziende. Ovviamente se vuoi firmare un patto coi padroni non puoi chiedere conto di cosa succede nel distretto pugliese del divano o nel call center di Milano, né tanto meno puoi gridare giustizia su pensioni e cassintegrati. Accetti solo quello che il rappresentante dei padroni è interessato a ricevere.

 

La chimera del cuneo fiscale

Tolte le frasi di rito e il tanto fumo che sempre accompagna questi documenti, nella sostanza, “l’arrosto”, è che si chiedono sgravi e incentivi alle aziende. Totem di turno il famoso cuneo fiscale.
Cos’è il cuneo fiscale? È un indicatore della somma di tutte le imposte che gravano sul costo complessivo del lavoro a carico del padrone. Con queste imposte lo Stato ci paga le pensioni, lo stato sociale, le scuole, e tanto altro.
Squinzi, presidente di Confindustria chiede che sia tagliato per almeno 8-10 miliardi di euro. Una parte di questi soldi andrebbe alle aziende, una parte in busta paga ai lavoratori. Bene, sembra che alla fine un interesse comune lavoratori e padroni ce l’hanno. In verità se ciò avvenisse sarebbe una nuova fregatura per i lavoratori, e ovviamente un grande affare per i padroni.
Il perché è presto detto: il governo è diretta espressione della grande borghesia di questo paese. Un governo così il taglio lo farebbe tutto a favore dei padroni dando qualche briciola ai lavoratori, come ci spiega il Corriere della sera del 9 settembre 2013 a proposito degli incontri tra l’attuale governo e parti sociali, comparando l’attuale richiesta di taglio del cuneo con l’ultimo taglio fatto dal governo Prodi (centro sinistra) nel 2007. Allora il taglio del cuneo significò ridistribuire cinque milardi di euro: tre ai padroni, due ai lavoratori. Ma i lavoratori quasi non se ne accorsero. Nelle loro tasche finirono circa 200 euro che l’anno successivo vennero ripresi con l’aumento delle tasse regionali imposte dai governatori a causa dei tagli dello Stato alle amministrazioni locali. Le imprese invece qualche beneficio lo ebbero ma come sempre non li usarono certo per investire e rilanciare le proprie industrie.
A beneficiarne sarebbero ancora una volta gli industriali, i sindacati godrebbero esclusivamente di un momentaneo successo d’immagine dato che i lavoratori nel breve periodo restituiranno tutto con gli interessi.
D’altra parte, come potrebbero Cgil, Cisl e Uil strappare qualcosa di duraturo per i lavoratori, visto che, da un lato con la crisi di governo si sono dimostrati, in particolare la Cgil, convinti difensori dell’esecutivo, dall’altro i padroni stiano ampiamente approfittando della pavidità e sudditanza della Cgil. Solo per citare un esempio, poco tempo dopo questo patto i padroni riuniti nell’associazione dei banchieri (Abi) hanno disdettato unilateralmente il contratto nazionale.

 

La crisi d’identità della Fiom

Anche la Fiom non è da meno, con l’assemblea nazionale di Rimini tenuta a fine settembre Landini ha suggellato il patto di non belligeranza con la Camusso. Tutte le polemiche tra la Cgil e la Fiom di questi ultimi tre anni, che in qualche modo (pur tra mille contraddizioni) avevano fatto intravvedere a molti lavoratori la possibilità che qualcuno in Cgil contrastava la deriva moderata della Camusso, si sono per ora infrante. Lo scontro tra la Cgil e la Fiom sull’accordo di Pomigliano e Mirafiori, sull’abolizione dell’articolo 18 e sull’accordo del 28 giugno del 2012, solo per citare le questioni più famose, vengono da Landini messi in soffitta. Lo scambio a Rimini è stato plateale, reticente il segretario della Fiom sui motivi che erano stati oggetto di scontro, disponibilità della Camusso a fare il prossimo congresso unitariamente guadagnandosi la medaglia di aver ricompattato la Cgil.
Purtroppo per Landini viviamo in un mondo ingrato. Da un lato la Camusso un minuto dopo la fine dell’assise di Rimini ha rispedito al mittente la richiesta di aderire alla manifestazione del 12 ottobre della Fiom in difesa della Costituzione, dall’altro lo stesso Landini che nella sua relazione si era prodigato nel proporre a Fim e Uilm uno sciopero unitario contro la crisi, per tutta risposta ha ricevuto un netto rifiuto. Anzi, oltre al rifiuto Fim e Uilm hanno pure firmato un nuovo contratto separato nelle piccole imprese metalmeccaniche.
Insomma una Cgil lontana mille miglia da quelli che sono i bisogni reali dei lavoratori e una Fiom in crisi d’identità. Ma la novità di Rimini è stata anche quella che, al di là del voto sui documenti finali dove ha prevalso largamente quello di Landini contro quello della Rete 28 aprile, è stato che il gruppo dirigente ha mostrato grosse difficoltà a giustificare questo nuovo atteggiamento. Tanto è vero che al contrario del passato, dove in queste iniziative prevaleva l’entusiasmo, in questa occasione tra la base dei delegati il disagio era decisamente marcato.
La crisi del capitalismo si esprime in tutti i risvolti della società. La distanza tra le burocrazie sindacali e i lavoratori, sempre più profonda e alla fine è destinata a provocare un esplosione sociale senza precedenti.
Tempo fa, a inizio settembre, quando Landini insieme a Rodotà ed altri lanciò la manifestazione del 12 ottobre, disse che la stagione degli accordi a perdere, delle chiusure delle fabbriche senza reagire doveva finire, anche a costo di occupare le fabbriche. Siamo d’accordo. Sì, è arrivato il momento di contrastare la crisi con quelli che sono gli unici strumenti a disposizione dei lavoratori, la lotta attraverso un programma che parli di riduzione d’orario di lavoro, di redistribuzione del poco lavoro che c’è, della nazionalizzazione delle aziende in crisi o che chiudono. Non sono più sufficienti i proclami che strappano grandi applausi in televisione. È necessario dare gambe a tutto ciò, lottare per l’unità dei lavoratori contro i padroni, contro questo sistema, solo così ci riapproprieremo della Fiom, della Cgil, cioè del principale strumento per difendere i nostri interessi contro questo sistema marcio.

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