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L’assemblea nazionale della Fiom, tenutasi il 10 e l’11 gennaio a Cervia, ha approvato con 377 voti favorevoli la linea proposta dalla Segreteria Nazionale sul proseguo della battaglia per la riconquista del contratto nazionale. 111 sono stati gli astenuti (sostanzialmente gli appartenenti all’area camussiana) mentre in 34, tra cui chi scrive, hanno votato un documento alternativo.

La Linea della Segreteria Nazionale

Nel testo uscito maggioritario dall’assise si delinea una “Carta Rivendicativa” che se da un lato ribadisce l’illegittimità del contratto separato firmato il 5 dicembre 2012 da FIM, UILM e Confindustria dall’altro propone di presentare sia a livello aziendale che territoriale e regionale un elenco di 5 punti che devono essere sottoscritti dalla controparte padronale. Tali punti sono:

  1. La democrazia e la conferma delle agibilità sindacali anche per la Fiom.
  2. La richiesta di un aumento di 60 euro mensili come integrazione alla cifra di 130 euro sottoscritta nel CCNL separato.
  3. La riconferma di quanto previsto dal CCNL unitario del 2008 in merito alla disciplina sugli orari di lavoro.
  4. La riconferma di quanto previsto dal CCNL unitario del 2008 in merito alla regolamentazione del lavoro precario.
  5. Il pagamento al 100% dei primi tre giorni di malattia. Il contrasto dell’accordo sulla sanità integrativa di Metasalute attraverso la conferma e promozione di fondi sanitari (aziendali o territoriali/regionali) anche intercategoriali che abbiano carattere integrativo e non sostitutivo della sanità pubblica.

L’idea è quella di aprire vertenze ovunque possibile per ottenere la firma di questi 5 punti ritenuti lo strumento attraverso cui si dovrebbe rendere inapplicabile, nei fatti, il CCNL separato e quindi il mezzo per aprire contraddizioni nel fronte avversario.

Perché e su cosa dissentiamo

Le ragioni del dissenso che ci hanno spinto a proporre un documento alternativo non riguardano l’idea di tentare a livello aziendale, così come territoriale o regionale, di aprire vertenze e conflittualità che ci portino a creare problemi di tenuta del versante padronale. Non è l’idea in se della carta rivendicativa che ci vede contrari ma l’errore politico-sindacale di fondo presente nel merito di queste rivendicazioni. Per essere più precisi non è quello che è presente in questi 5 punti che ci vede contrari (con l’eccezione della sanità integrativa su cui torneremo più avanti), bensì quello che non c’è scritto. Ovvero la rivendicazione del riconoscimento e dell’applicazione del CCNL unitario del 2008 fino al suo rinnovo e quindi dell’ultrattività di quel contratto.

L’aver omesso questo punto, come primo, fondamentale, da cui partire per organizzare il nostro conflitto, rappresenta un errore di fondo gravido di conseguenze.

“Portare a casa” accordi in cui è omessa la esplicitazione dell’applicazione del CCNL 2008 significa riconoscere il CCNL separato del 2012 e quindi rinunciare ad affermare la validità di quello del 2008. Vuol dire fare un ulteriore passo indietro nei contenuti delle nostre rivendicazioni dopo la ormai espressa accettazione da parte della Fiom dell’accordo del 28 giugno 2011.

Ci si obietta che nella carta rivendicativa la questione del CCNL 2008 è implicita, poiché se si accettano quei 5 punti si disinnescano di fatto tutti i punti peggiorativi introdotti col nuovo CCNL. Purtroppo crediamo che sia vero esattamente il contrario. In primo luogo ogni sindacalista sa che gli accordi “impliciti” non esistono. Gli elementi acquisitivi e migliorativi per i lavoratori o si scrivono chiaramente nero su bianco o non esistono. Ma oltre a ciò è palese che una carta rivendicativa del genere non solo non afferma implicitamente il 2008, ma al contrario conferma esplicitamente il riconoscimento da parte nostra del CCNL separato.

Difatti se la controparte accettasse il CCNL 2008, non ci sarebbe bisogno di esplicitare nessuno dei 5 punti avanzati, poiché sarebbe già tutto inequivocabilmente regolamentato da quel contratto nazionale unitario. Se invece si fanno intese in cui le parti si limitano ad applicare la Carta Rivendicativa, si sta esplicitamente affermando che si vuole migliorare le normative peggiori del CCNL separato e quindi se ne riconosce la vigenza e validità.

Del resto cosa sono, sindacalmente parlando, questi 5 punti se non un esempio di quelle famose “intese modificative” (cioè deroghe) al CCNL da noi, giustamente, tanto contrastate fin dal 2009? Certo sono deroghe “in meglio”, ma l’art.4 del CCNL separato così come l’accordo interconfederale del 28giugno 2011 non stabiliscono che le deroghe aziendali o territoriali ai ccnl debbano essere per forza e solo peggiorative. Pertanto il dato di fatto che ne scaturisce è che la Fiom sta proponendo di applicare alcune deroghe al CCNL 2012. A maggior ragione questo è vero se accade non in intese aziendali ma in accordi territoriali o regionali.

Nelle discussioni di corridoio alcuni compagni ammettono esplicitamente che se la Fiom nella carta rivendicativa avesse posto la questione del CCNL 2008, non avremmo alcuna possibilità di fare intese territoriali o regionali poiché le Confindustrie locali non si siederebbero neanche al tavolo di trattativa.

La prima domanda che sorge spontanea sentendo queste argomentazioni è: “ ma davvero pensiamo che ammorbidire ancora le nostre posizioni ci aiuterà ad ottenere la riconquista del contratto nazionale? L’esperienza recente, cioè l’accettazione dell’accordo del 28 giugno 2011, non ci dice invece l’esatto contrario?”

Queste considerazioni non sono che una esplicita ammissione della fondatezza di quanto da noi sostenuto. Di più, ci dice come nei gruppi dirigenti locali del nostro sindacato si stia insinuando pericolosamente l’idea del “si salvi chi può”. In quali territori o regioni si può credibilmente pensare di poter ottenere (forse) un qualche tipo di intesa con le Confidustrie locali? Di regioni una sola, l’Emilia Romagna, di province forse un paio (Genova e Brescia) e poco altro.

Lo ripetiamo: accordi regionali o territoriali potrebbero essere uno sfondamento delle linee nemiche qualora prevedessero esplicitamente il riconoscimento del CCNL 2008. In quel caso sì che saremmo di fronte ad un cedimento sia sindacale che politico dei padroni alle nostre ragioni.

Ma dal momento che siamo noi i primi a rinunciare a questa rivendicazione di fondo, la conseguenza non potrà che essere la balcanizzazione e il federalismo contrattuale. Perciò assisteremo allo sfondamento della nostra linea gotica e non di quella avversaria. Vi saranno alcuni territori con condizioni di miglior favore mentre la stragrande maggioranza dei meccanici del paese non potranno più aggrapparsi nemmeno al CCNL 2008 perché passato definitivamente in cavalleria.

Questo è il punto di fondo del nostro dissenso. Pensiamo che la proposta di Cervia creerà un precedente estremamente grave e indebolirà ancor più la posizione politico-sindacale dell’unico sindacato, la Fiom, che ha sempre difeso, non solo a parole ma con i fatti, il ruolo unificante del contratto nazionale di lavoro.

Per questo a chi ci chiede qual è la nostra proposta alternativa rispondiamo, come già ampiamente trattato nel precedente articolo (http://www.marxismo.net/metalmeccanici/produttivita-e-contratto-nazionale-metalmeccanici-come-possiamo-respingerli), che l’alternativa è che questa carta rivendicativa abbia come primo punto fondamentale la rivendicazione del riconoscimento e applicazione del CCNL 2008 e della sua ultrattività.

Sulla sanità integrativa

Un ultima considerazione merita la questione della sanità integrativa così come affrontata nel testo approvato a Cervia. Il documento afferma “affinché finalità e prestazioni sanitarie non siano sostitutive alla sanità pubblica sono anche da riconfermare i fondi sanitari aziendali, salvaguardandoli dall’assorbimento in Metasalute, al fine di realizzare un maggior controllo diretto delle lavoratrici e dei lavoratori sul carattere integrativo delle prestazioni e di sperimentare l’istituzione di fondi territoriali anche intercategoriali.”

Questa presa di posizione, come confermano le ultime parole da noi sottolineate, sanciscono un allineamento totale della Fiom alla Cgil anche in materia di sanità integrativa. Posto che risulta misterioso come i lavoratori possano avere un controllo sui fondi sanitari integrativi, non vi è dubbio che questa posizione rappresenta una apertura inedita e grave della Fiom alla sanità privata. La giustificazione che si da è che molti lavoratori potrebbero essere indotti ad aderire a Metasalute, (fondo gestito dai soli sindacati firmatari del CCNL separato Fim, Uilm e Ugl), poiché esso garantirebbe, alla modica cifra di 3 euro mensili per lavoratore, un risparmio su tutta una serie di spese sanitarie. Aderire a Metasalute significherebbe (in base al suo statuto) aderire al CCNL separato e ciò, secondo molti dirigenti Fiom, costituirebbe un pesante indebolimento per la nostra organizzazione.

Anche in questo caso chi scrive non mette in discussione l’esistenza del problema, ma contesta la soluzione che si propone, poichè si tenta di contrastare l’azione di Fim e Uilm scendendo sul loro stesso terreno proponendo una sanità integrativa alternativa e concorrenziale a Metasalute.

In questo modo, checché se ne dica, l’unico effetto che si otterrà sarà di rafforzare la sanità privata a scapito di quella pubblica. Ci si obbietta che la Fiom, come la Cgil, sostiene il principio per cui la sanità integrativa deve essere “integrativa” e non “sostitutiva” di quella pubblica. Ci permettiamo di far notare sommessamente che se è per questo anche Metasalute è teoricamente integrativa e non sostitutiva al SSN.

Il punto di fondo è che qualsiasi apertura e diffusione della sanità integrativa (cioè privata), per di più in un contesto in cui ogni anno i governi tagliano miliardi di euro al SSN (solo quest’anno 7300 posti letto in meno e Monti che dichiara l’insostenibilità del servizio sanitario nazionale), è un ulteriore colpo alla sanità pubblica. Inoltre l’accettazione di questi fondi integrativi contraddice con la critica che da sempre la Fiom ha fatto di un modello sindacale, quello americano ormai abbracciato da Fim e Uilm, per cui i finanziamenti ai sindacati non arrivano più solo dalle tessere dei lavoratori iscritti ma anche tramite altre vie come appunto i fondi privati e gli enti bilaterali.

La strada che si vuole intraprendere rischia di essere molto pericolosa e di minare alle fondamenta quei principi di autonomia ed indipendenza propri di un sindacato come la Fiom che non vuole essere “per” i lavoratori, ma “dei” lavoratori.

Se si vuole tentare di dare una risposta contrattuale al problema della sanità altre possono essere le vie da intraprendere. Da un lato, ove possibile, si dovrebbero riprendere le esperienze degli anni 70. Allora, in diversi territori, si destinava parte della contrattazione aziendale ad un fondo pubblico da cui i comuni attingevano esclusivamente per costruire e potenziare la sanità pubblica, gli asili pubblici, in una parola il welfare per tutti. Quindi da un lato si rafforzava lo stato sociale pubblico e dall’altro non si incappava in dinamiche di tipo corporativo o aziendalista. Di questo genere di soluzioni il compagno Landini parla spesso nei suoi interventi, ma quanto scritto nel testo approvato a Cervia è esattamente l’opposto.

Qualora questa soluzione fosse impraticabile, anche per l’indisponibilità di istituzioni locali totalmente asservite agli interessi dei baroni della sanità privata, e se non ci si vuole limitare a dare una risposta “politica generale” ma si vuole tentar di dare una risposta “sindacale”, allora si usino parte dei soldi della contrattazione per finanziare esperienze di ambulatori popolari là dove già esistono (come per esempio a Genova o Milano) o per contribuire a crearne dei nuovi nei vari territori. Questa ipotesi non indebolirebbe la sanità pubblica, non aprirebbe a dinamiche corporative e allo stesso tempo darebbe soluzioni immediate anche al problema dell’operaio che deve pagare il dentista ma non sa come fare perché ha un salario da fame.

 

Valentina: hanno accreeditato i soldi
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