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Dalle calde giornate di lotta dello scorso autunno sembra passata un’eternità. Dopo la oceanica manifestazione del 25 ottobre e il tardivo sciopero generale del 12 dicembre, le promesse del gruppo dirigente della Cgil di “continuare la mobilitazione” si sono tradotte nel più totale immobilismo. Questo è quanto emerso nel direttivo nazionale dello scorso 22 dicembre e ancor più esplicitamente nella direzione nazionale del 9 e 10 gennaio. Ad oggi i punti attorno cui ruota la “strategia” della Cgil per contrastare il Jobs act sarebbero due. Da un lato la sempreverde quanto inutile e smobilitante raccolta di firme per una iniziativa di legge popolare sulla questione degli appalti e dell’applicazione del nuovo contratto a tutele crescenti (che sarebbe meglio definire a elemosina crescente) ad ogni cambio di azienda appaltatrice. Inutile ricordare che se manco un referendum stravinto come quello sull’acqua pubblica ha cambiato le cose in assenza di una mobilitazione di massa, figuriamoci queste raccolte firme.
Dall’altro l’indicazione confederale è di demandare alla contrattazione, di categoria o aziendale, il contrasto alla legge. Come dire: dato che noi non siamo capaci di guidare la lotta, si salvi chi può, come può, se può. La traduzione concreta di tutto ciò è il nulla più assoluto. Con la scusa di dire “non possiamo andare avanti a colpi di sciopero generale” si è tirato il freno a mano e bagnate le polveri, lasciando i lavoratori nel l’abbandono più totale.
Tutto questo mentre dall’altra parte della barricata i padroni ed il governo stanno invece applicando il vecchio slogan della sinistra extraparlamentare degli anni ‘70, “Cosa vogliamo? Vogliamo tutto”. Da un lato infatti, sul versante della contrattazione la linea della borghesia è molto semplice. Il contratto nazionale non si rinnova più a meno che non sia un bagno di sangue per i lavoratori in termini di salario e diritti. Il caso più emblematico è quello dei Chimici. Federchimica, a fronte della riduzione dei prezzi stabiliti dall’indice Ipca, ha chiesto che i lavoratori restituiscano ai padroni 70 dei 142 euro dati nel rinnovo precedente. La cosa tragicomica è che lo fanno chiedendo il rispetto di una esplicita norma del contratto nazionale di categoria, l’art.69 appunto. Questo la dice lunga sia sulla qualità di dirigenti che firmano contratti nazionali che consentono ai padroni di chiedere indietro i soldi, e sia sul famigerato indice Ipca che racconta di una riduzione di prezzi che di certo non coincide con la realtà dei proletari che non ce la fanno ad arrivare a fine mese.
Anche il governo non si fa pregare e oltre ai decreti attuativi del Jobs act, sta già elaborando una proposta di legge sulla rappresentanza che è pure peggio dell’accordo del 10 gennaio, in quanto costruito su un regime stile americano. Ovvero se il sindacato ha il 50% più uno dei lavoratori iscritti ha diritto di parola in azienda altrimenti no.
In tutto ciò anche la Fiom ad oggi non ha fatto che accettare ed allinearsi alla Cgil. L’assemblea nazionale dei 500 di fine febbraio sarà più esplicita in questo, ma per ora la strategia dei meccanici Cgil è quella di limitarsi a contrastare in sede contrattuale del Jobs act. Ovvero la rinuncia al contrasto vero e generalizzato della norma. Contrasto che significherebbe scontro aperto e totale col governo. Cosa che ad oggi, non a parole ma nei fatti, né Camusso né Landini vogliono concretamente fare.
A dire il vero una cosa condivisibile la compagna Camusso l’ha detta. Durante la Direzione ha affermato che la Cgil a livello nazionale ha rotto col Pd (sarebbe più corretto dire che è il Pd di Renzi che ha deciso di rompere e scaricare la Cgil) ma a livello locale le Cgil territoriali o non se ne sono accorte o non sono in grado di elaborare il lutto. Come si suol dire, a buon intenditor...

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