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L’accordo separato per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici rappresenta la naturale, quanto annunciata, conclusione di una stagione (quella del governo Monti) caratterizzata dal più brutale attacco ai diritti dei lavoratori nel nostro paese.

Tale intesa segue di pochi giorni quella altrettanto separata sulla “produttività”che ne rappresenta la necessaria premessa sul piano confederale.

Di fatto passano i due concetti fondamentali tanto cari a padroni e governo Monti: salta qualsiasi automatismo di tutela salariale e il tempo di vita dei lavoratori viene stabilito unilateralmente e di imperio dalle aziende.

Il susseguirsi dei due accordi separati decreta il fallimento senza mezzi termini della linea adottata dal gruppo dirigente Cgil.

La Camusso ha provato fino in fondo a firmare il patto sulla produttività, arrivando a proporre nel direttivo della Cgil la firma tecnica. Equilibrismi a parte, nella sostanza si voleva firmare punto e basta. La proposta di firma tecnica è stata però respinta durante il dibattito dalla maggioranza del direttivo anche se non attraverso un voto formale.

Tuttavia ci troviamo ora di fronte ad una situazione nella quale, esattamente come dopo l’accordo separato del 2009, la Cgil pur non sottoscrivendo quel testo, non solo non organizza il conflitto per farlo saltare ma lo recepisce e lo applica nei fatti attraverso la contrattazione di categoria.

Quanto fin qui detto non può che indurci ad alcune considerazioni anche nei confronti delle scelte che il gruppo dirigente della Fiom ha fatto negli ultimi mesi. L’accordo separato ci dice in maniera incontestabile che la scelta di tenere “un profilo basso” nella polemica contro la nostra confederazione, di affidarsi ad essa ed all’accordo del 28 giugno per poter riconquistare il tavolo di trattativa e quindi la legittimità alla contrattazione nazionale si è dimostrata oltre che una vana speranza, un errore molto grave.

Non solo con questa tattica non abbiamo ottenuto nulla, ma abbiamo per di più fatto continue concessioni di merito su questioni di fondo come l’accettazione de facto dell’accordo del 28 giugno. Al punto che il 4 dicembre si è depositata una denuncia nei confronti di Federmeccanica, Fim e Uilm “non contro l’Accordo del 28 giugno bensì per ottenerne l’applicazione”.

Non si contesta il fatto che si possa tentare di invalidare il contratto separato anche attraverso le vie legali oltre a quelle del conflitto di classe, bensì il riferimento al rispetto dell’accordo del 28 giugno. Se proprio si vuole intraprendere una causa legale, lo si faccia appellandosi alla violazione dell’art. 39 della Costituzione.

Gli scioperi del 5 e 6 dicembre hanno mostrato una certa difficoltà a mobilitare i lavoratori. è indiscutibile che ciò in parte sia da attribuire ad un gruppo dirigente che non ha mostrato fino ad ora sufficiente determinazione e chiarezza su quali scelte concrete si debbano intraprendere.

Siamo d’accordo con la proposta avanzata dal compagno Landini di rendere inapplicabile l’accordo separato. Il punto è chiarire praticamente come pensiamo di fare ciò.

La nostra categoria deve assumere una posizione intransigente e di critica in merito a tutte le vertenze in campo. La vertenza di Pomigliano sta lì a dimostrarlo. Una campagna coerente contro il Piano fabbrica Italia alla lunga, nella misura in cui si è dimostrato fallimentare, inizia a dare alcuni risultati.

Condividiamo altresì che si debba aprire lo scontro in ogni azienda e territorio in cui sia possibile farlo. Dobbiamo però avanzarlo elaborando e proponendo una griglia nazionale che abbia al primo punto la chiarificazione di quale sia il contratto nazionale di applicazione (cioè esplicitamente quello del 2008 debitamente migliorato).

Se, al contrario, dovesse passare la logica per cui dove si può si fanno contratti regionali o territoriali, sarebbe evidente il rischio di essere noi a legittimare il federalismo contrattuale e quindi la fine definitiva del contratto nazionale.

La griglia deve essere nazionale, uguale per tutti e deve porre nuovamente al centro la piattaforma della Fiom votata da oltre 372mila lavoratori.

La battaglia per la riconquista del contratto nazionale non può prescindere dal coinvolgimento in essa anche dei lavoratori del più grande gruppo industriale del nostro paese, la Fiat. Il 31 dicembre è scaduto il “contratto nazionale-aziendale” firmato da Marchionne e dai sindacati complici. Dobbiamo sfruttare questo appuntamento e proporre anche negli stabilimenti Fiat Auto e Fiat Industrial di organizzare la vertenza. Sarebbe un grave errore dare per persa questa battaglia. La chiave di volta è unire la difesa dei posti di lavoro e del futuro dell’industria dell’auto con quella per il contratto nazionale. Per questo motivo abbiamo presentato all’assemblea nazionale di Cervia del 10-11 gennaio, come Rete 28 aprile in Fiom, un documento alternativo a quello presentato alla segreteria.

Quelle che ci aspetta è una battaglia difficile e lunga, che potrà essere vinta solo se saremo in grado di costruire con tenacia e coerenza, senza facili scorciatoie, in tutte le aziende metalmeccaniche i rapporti di forza necessari per organizzare la riscossa.

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