Breadcrumbs

Recentemente la fondazione Di Vittorio della Cgil ha pubblicato uno studio sull’allarmante situazione dell’occupazione in Italia.

Lo studio, in sintesi, dice che il 2012 è stato un anno nefasto.

 

Duecentomila posti di lavoro persi solo nell’ultimo trimestre, raggiungendo così a dicembre un numero di occupati pari a quello di sette anni fa. La disoccupazione arriva a quasi 2 milioni 900mila unità. Il tasso disoccupazione giovanile è al 36,6%. Dati che confermano come più flessibilità si concede ai padroni più aumenta la disoccupazione.

 

Da quattro anni la cassa integrazione sfonda il miliardo di ore all’anno. Il tasso di occupazione è del 56,4%, siamo il terzultimo paese d’Europa. Dopo di noi solo Spagna e Grecia. Lo studio quantifica in nove milioni le persone disoccupate, sottooccupate o che, pur lavorando, sono in grandi difficoltà. Cifra destinata a crescere visto che neanche per il 2013 è prevista una ripresa dell’economia.

Uno scenario apocalittico

È di questi giorni l’accordo separato, senza la firma della Fiom, che prevede all’Ilva di Taranto due mesi di cassa integrazione in deroga per due mesi per 1.100 lavoratori e quella straordinaria per 6.417 fino al 2015. Il settore degli elettrodomestici, il secondo per importanza dopo l’automobile, dichiara migliaia di esuberi; nel settore bancario si parla di 50mila esuberi su 250mila dipendenti, la Fiat continua a tenere la stragrande maggioranza dei suoi operai in cassa integrazione; nell’impiego pubblico i contratti sono bloccati da anni e si preannunciano forti tagli nei prossimi mesi.

In questi cinque anni di crisi economica la Cgil ha moderato sempre di più le proprie posizioni, con l’illusione di “ridurre il danno” e non essere esclusa dai tavoli di trattativa. Il risultato alla fine si è rivelato disastroso: quando si firma si ottengono accordi che peggiorano le condizioni di lavoro, vedi l’accordo del 28 giugno 2011. Quando non si firma la regola è non mettere in campo nessuna vera battaglia, vedi pensioni, articolo 18 e ammortizzatori sociali.

Da qui l’impasse e l’idea che per sopravvivere alla crisi si possa solo ed esclusivamente sperare su un nuovo governo di centro sinistra che porti avanti politiche sociali più eque.

Dopo qualche sciopero contro Berlusconi e Monti fatti senza alcuna convinzione, la Cgil si è dedicata esclusivamente a fare la campagna elettorale per il Partito democratico di Bersani.

La tanto incensata conferenza di programma di fine gennaio, dove è stato presentato il Piano per il lavoro, non è stata altro che una manifestazione elettorale in cui offrire una platea al Pd.

Candidati di prestigio legati alla Cgil sono entrati in parlamento, uno su tutti, l’ex segretario Epifani. Si rinuncia ad affrontare la crisi negando ai lavoratori una prospettiva di lotta.

Questo in una certa misura vale anche per la Fiom che, dopo una prima fase in cui si è contrapposta a Marchionne e agli attacchi di Confindustria con la mobilitazione, ha poi decisamente ripiegato su una strategia difensiva, il cui unico punto d’appoggio sono state le cause in tribunale. Anche la Fiom si è giocata la carta delle elezioni, facendo eleggere nelle file di Sel, Airaudo, ex segretario nazionale dei metalmeccanici Cgil, e promuovendo quei candidati che nel Pd, Sel e Lista Ingroia si impegneranno nella prossima legislatura nel promuovere una legge sulla rappresentanza sindacale. Decisamente troppo poco. Intanto nelle fabbriche si subisce l’ennesimo contratto separato senza mettere in campo risposte credibili.

Nonostante lo studio della fondazione Di Vittorio descriva uno scenario apocalittico, il Piano per il lavoro della Cgil non trae le dovute conseguenze.

La proposta è quella di creare posti di lavoro attraverso: il risanamento, la bonifica, la messa in sicurezza del territorio nazionale; il rilancio del turismo e delle belle arti; l’investimento sulla riqualifcazione dei lavoratori e la riorganizzazione dell’impiego pubblico e ovviamente una lotta spietata a sprechi e corruzione.

Al di là della demagogia si tratta di titoli, alcuni magari anche accattivanti, ma niente di più. Una lista di desideri, non certo il piano d’azione di cui avrebbero bisogno i lavoratori. Infatti, per non lasciar dubbi sulle inoffensive intenzioni del piano, nella premessa si dice che questo piano è offerto come contributo al futuro governo, alle forze sociali, alla politica e alle istituzioni, ai cittadini, perché tutto ciò possa contribuire a una grande rivoluzione culturale nel paese.

Ovviamente i soldi per questo grande rilancio dovranno essere recuperati con le solite ricette fatte di patrimoniale, lotta all’evasione, tassazioni sulla speculazione.

Si insiste con l’idea che la precarietà vada regolata, cosa che il sindacato ha provato a fare in questi anni con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Si chiede di ripensare il Fiscal compact, ma nei fatti si accettano le linee guida che lo hanno generato, ovvero far pagare ai lavoratori il prezzo della crisi e la restituzione del debito.

 

La subalternità come linea d’azione

 

Si ripropongono gli sgravi fiscali, detrazioni e finanziamento a fondo perduto alle aziende per recuperare produttività, quando la preoccupazione del sindacato dovrebbe essere quella di difendere e aumentare i salari, cui non si fa alcun cenno. La cosa più inquietante però è che nel documento si chiede che i fondi pensioni e imposti dall’ultimo governo di centrosinistra, anziché che finire nella speculazione finanziaria, vengano usati per investimenti produttivi di lungo periodo, mentre il Tfr dovrebbe essere usato per finanziare un nuovo modello di welfare. Siamo al paradosso. Utilizzare i soldi del salario dei lavoratori per finanziare lo stato sociale e gli investimenti che permettano ai padroni di macinare nuovi profitti.

La mancanza di un orientamento indipendente e di classe è la causa di un programma rivendicativo inadeguato. Da qui l’impasse e la sudditanza al Pd.

Se nelle urne i lavoratori si sono trovati con una scheda in mano senza sapere dove mettere la croce forse è perché è mancato un riferimento di classe in queste elezioni.

La subalternità sindacale è emersa chiaramente con il caso dell’Ilva. Solo grazie alla magistratura è scoppiato il caso della più importante acciaieria d’Europa. Dov’era il sindacato? Che fa la Cgil? Chiede l’intervento dello stato, cioè che la collettività si faccia carico di salvare la salute dei cittadini di Taranto e i posti di lavoro. I profitti fatti da Riva in questi anni, senza mai investire, non si toccano.

Ma un piano per il lavoro non dovrebbe iniziare proprio da casi come questi? Chiedere conto dei profitti fatti, rivendicare l’esproprio dell’acciaieria, promuovere la nazionalizzazione, metterla a disposizione della collettività, gettando le basi per risolvere il problema della salute dei cittadini.

Lo stesso potremmo dire di Termini Imerese, Alcoa, Irisbus e tanti altri casi.

I lavoratori di questo paese ci hanno mostrato più volte la determinazione e il coraggio che sanno mettere in campo nella misura in cui hanno obiettivi precisi e percorsi di mobilitazione. Proprio le fabbriche citate, come molte altre, sono state simboli di lotte importanti. Vertenze dure con i lavoratori determinati a difendere il proprio posto di lavoro ne abbiamo viste e ne vedremo ancora: quel che manca è una generalizzazione del conflitto. La crisi economica incide ma se i lavoratori oggi non si mobilitano non è tanto per il ricatto a cui sono sottoposti ma per l’inconsistenza delle proposte di chi dovrebbe organizzarli. Il compito di una sinistra sindacale dovrebbe essere questo: offrire una prospettiva e costruire in ogni singola azienda una leva di attivisti capaci di conquistarsi il rispetto attraverso il conflitto e una battaglia contro il moderatismo della Cgil. Nella lotta i lavoratori mettono a rischio tutto quello che hanno e per questo ci pensano una, dieci, cento volte prima di mettersi in moto.

Ma presto o tardi questo clima di rabbia esploderà e il conflitto diventerà inevitabile come succede in Spagna, in Grecia e in altri paesi.

Joomla SEF URLs by Artio