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Le occupazioni di luoghi pubblici, le manifestazioni imponenti, gli scontri nelle piazze che da una parte all’altra del pianeta crescono in numero ed intensità, altro non sono che i riflessi immediati di movimenti profondi che stanno investendo le nostre società. In una fase come quella attuale, il tentativo di indagare più a fondo il processo di radicalizzazione del conflitto sociale ci sembra doveroso e necessario, soprattutto in vista di una possibile ulteriore espansione delle lotte.

È quello che hanno provato a fare Augusto Illuminati e Tania Rispoli nel loro ultimo lavoro, Tumulti, Scene del nuovo disordine planetario, Derive Approdi, p.135. Protagonista indiscusso del saggio è il “tumulto”: prassi politica ricorrente nel corso dei secoli, che, a detta degli autori, caratterizzerebbe le dinamiche antagonistiche di un’era che si sarebbe messa definitivamente alle spalle la necessità della trasformazione rivoluzionaria dell’esistente. In un passaggio chiave dell’indagine sul rapporto che intercorre fra tumulti e rivoluzione si può leggere: “dovremmo in luogo di rinnegare, rileggere la tematica della rivoluzione otto-novecentesca come Machiavelli e i giacobini facevano con Roma. Tramandandola nell’imitazione-citazione e tradendola nella sostanza”. Il tumulto, prodotto della moltitudine autorganizzata, rappresenterebbe quindi un fine in sé, forza che nel suo dispiegarsi supera le istituzioni e ne crea di nuove, in un continuo divenire nel quale gli antagonismi vengono eternizzati al di sopra del tempo e delle classi.

Il discorso di Illuminati e della Rispoli, inserendosi all’interno di una corrente post-modernista che ha in Toni Negri il suo principale alfiere, rischia però di trascurare completamente i processi reali che fanno scaturire e sviluppare il conflitto, i diversi livelli di coscienza detenuti dai suoi partecipanti e l’intima natura dello scontro fra i diversi soggetti sociali. Scontro che nell’ epoca in cui viviamo, se portato alle sue conseguenze ultime, ci conduce dritto al nocciolo della questione: chi detiene il potere e in nome di quali interessi di classe? Il proletariato è ancora la “classe rivoluzionaria”?

La risposta che i due danno a queste domande si può desumere da una serie di ragionamenti che vengono sviluppati nella parte centrale del saggio e che costituiscono i pilastri dell’impianto teoretico di “Tumulti”. La finanziarizzazione globale dell’economia, secondo gli autori, sarebbe andata a modificare i processi di produzione sociale: dallo sfruttamento di fabbrica dell’epoca fordista si sarebbe passati alla “fuga dalla fabbrica” e alla ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro. I cambiamenti quantitativi nella composizione del proletariato lo avrebbero trasformato qualitativamente: dalla classe in sé si sarebbe passati ad una classe in disfacimento, atomizzata, indeterminata. Da qui il passaggio determinante: nel passato compiti rivoluzionari di una classe compatta, oggi esplosioni tumultuarie di una moltitudine indistinta. Di pari passo sarebbe mutato il ruolo dello stato nazionale, svuotato delle sue funzioni normative a favore di altri soggetti. L’idea che emerge è che si possano costruire altri modelli di società eludendo la questione decisiva del potere statale, della sua violenza, della sua natura classista.

Le lezioni delle rivoluzioni arabe, dalla tunisia all’Egitto, ci insegnano che le lotte dei lavoratori sono state l’elemento decisivo nella cacciata dei dittatori dal potere. Esattamente come nello scorso secolo, la classe operaia, a causa della centralità che occupa all’interno del processo produttivo, è l’unico soggetto sociale che può bloccare gli ingranaggi del sistema capitalistico. Inizia a farsi largo nella coscienza delle masse di quei paesi la consapevolezza che fra potere statale e potere economico vi è una stretta interconnessione. Il processo rivoluzionario ha racchiuso in sé e superato la fase del tumulto. La scintilla della rivolta, per la natura oggettiva dei processi sociali, si è trasformata, ancora una volta, nel grande incendio della rivoluzione.

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