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La casa editrice Ponte alle Grazie ha recentemente pubblicato “Un anno sognato pericolosamente”, libro nel quale il filosofo sloveno Slavoj Žižek fornisce un'interpretazione e delle chiavi di lettura rispetto ai movimenti sociali che hanno attraversato il 2011.

Interpretazione che può essere interessante tenere presente per un militante: qualunque sia il nostro giudizio sulla fondatezza di tale dibattito, non è sbagliato definire Žižek come uno dei protagonisti del dibattito anticapitalista contemporaneo, che coinvolge nomi come Badiou, Eagleton, Hardt e Negri. Addirittura, il settimanale socialdemocratico britannico The Observer designa Žižek come “l'intellettuale di riferimento per le giovani avanguardie europee”; mentre la rivista democratica americana The New Republic lo definisce “il filosofo più pericoloso d'Occidente”. Una simile definizione non può che essere motivo di vanto per un comunista: ma è davvero meritata?

 

Rispondere in modo affermativo sembra molto difficile, quantomeno se siamo interessati alla sostanza del discorso di Žižek, al contributo cioé che può offrire alla causa ed alla crescita del marxismo. La primissima esigenza che sente il filosofo in apertura del suo libro è quella infatti non già di approfondire, ma di distanziarsi dal marxismo “ortodosso”, operazione che va oggi di gran moda e che viene sempre compiuta per la supposta necessità di dover aggiornare la teoria marxista. Non è possibile non rilevare però la superficialità con la quale viene affrontato questo aggiornamento: questo è particolarmente evidente  all'inizio del primo capitolo del libro, nel quale Žižek afferma che bisogna rinunciare allo “storicismo evoluzionista” di Marx a causa nientemeno che dello squilibrio del capitalismo, una incredibile novità sempre sottovalutata finora dai comunisti!

Žižek compie qui un'operazione molto postmoderna e, purtroppo, piuttosto banale. Elevando a propria bandiera l'indeterminazione e facendo del concetto psicoanalitico di scomparsa dell'incarnazione di una Legge il proprio stendardo, il filosofo giunge a negare la possibilità di tracciare un possibile sviluppo delle contraddizioni presenti nella società, e quindi della costruzione di un futuro alternativo. Non c'è alcuna direzione specifica nello sviluppo della storia e di conseguenza non abbiamo alcun futuro da attendere.

Certo, i marxisti non rimangono in attesa di una redenzione escatologica o del regno dei cieli che verrà, il nostro impegno per la trasformazione della società è un processo che parte qui ed ora; tuttavia Žižek rende invece subito chiaro il fatto che è proprio la costruzione dell'alternativa ad essere impossibile. Illuminanti da questo punto di vista sono i seguenti passaggi che parafrasano il ruolo dei rivoluzionari: “Chi sarà il fautore di questa reinvenzione? O, per dirla in modo brutale, chi sa oggi cosa fare? Non c'è alcun Soggetto che lo sappia, né gli intellettuali, né tantomeno la gente comune”, affermazione che continua con “il popolo ha la risposta, ma non conosce le domande delle quali ha (o piuttosto è) la risposta”. Una proposta quantomeno sibillina per un lettore che si aspetta delle risposte da un autore ripetutamente autodefinitosi marxista... Dispiace infine ed infatti rilevare che da questi presupposti il filosofo sloveno non può trarre altro che conclusioni a metà strada tra il nichilista ed il radical-riformista: non è nostro compito lottare per una prospettiva, dobbiamo invece resistere agli attacchi del potere con una politica che sarebbe “la più moderata e la più rivoluzionaria di sempre” ed altro non ci spetta che “lasciarci guidare da ambigui segni del futuro”.

L'operazione compiuta da Žižek, in fondo, è abbastanza chiara: la sua attenzione spasmodica per la componente simbolica dei processi della lotta di classe, in fondo, è l'unica cosa da fare se si nega l'esistenza di un soggetto capace di porsi in posizione rivoluzionaria, e la possibilità di poter articolare questa posizione nella prassi. Questa negazione trova una ragion d'essere solo se si trattano parti integranti del marxismo come un dogma finalista e meccanicista; ma il punto è che la teoria marxista non ha mai preteso di funzionare come tale, proponendosi invece un'analisi non determinista, ma dialettica, dei processi generali e delle contraddizioni.

Un'analisi, soprattutto, che non vuole limitarsi a far parte di un dibattito accademico. Lungi dall'essere un programma ideale o una teoria sterile, il marxismo ha un'altra ambizione: quella di essere una guida per l'azione rivoluzionaria di milioni di persone.

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