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gaza lug2014Venerdì, 11 luglio. Sale a cento il numero dei morti causati dagli attacchi aerei di Israele contro Gaza.

Il governo Netanyahu ha ribattezzato l’operazione “Margine protettivo” e parla di una “rappresaglia necessaria” contro i terroristi di Hamas, ma ad essere colpiti sono, come sempre, donne, bambini, intere famiglie innocenti: le immagini di questa ennesima tragedia umanitaria rimbalzano sui nostri schermi televisivi.

 

La copertura dei mass media rispetto al tentativo di genocidio che continua a compiersi a Gaza è disgustosa. Tv e giornali borghesi riportano semplicemente la propaganda israeliana, secondo cui i bombardamenti sarebbero rivolti esclusivamente verso obiettivi militari e i civili sarebbero avvertiti degli attacchi… ben un minuto prima!

Dall’altro lato del fronte, i razzi sparati da Hamas su Israele non hanno mietuto alcuna vittima: basterebbe questo dato per capire chi sia l’aggressore e chi l’aggredito. Non è così per gli Usa e per il resto dell’Occidente. In una condanna a senso unico, il Segretario di Stato John Kerry ha affermato: “Nessun paese può accettare il lancio di missili contro civili, sosteniamo completamente il diritto di Israele di difendersi”(Il manifesto, 10 luglio 2014); è evidente la contraddizione visto che questa presunta “autodifesa” israeliana consiste appunto nel lanciare missili sui civili palestinesi.

Dopo queste dichiarazioni, Netanyahu ha ritenuto di avere il via libera per un’offensiva di terra nella Striscia di Gaza. Gli Usa, preoccupati delle conseguenze di un’azione del genere, pare si stiano proponendo come mediatori per un cessate-il-fuoco. Netanyahu ascolterà la Casa bianca, ma poi, molto probabilmente, farà di testa sua.

 

Nuovi equilibri regionali

Siamo dunque a una riedizione dell’operazione “Piombo fuso”, l’offensiva dell’esercito israeliano che, tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, produsse 1500 morti e vaste distruzioni a Gaza?

Il paragone è calzante solo a prima vista. In realtà quasi tutto è cambiato, prima di tutto nel resto della regione: nell’intero Medioriente risulta difficile trovare un governo stabile. Dalla Siria all’Iraq infuria la guerra civile, il Libano è sull’orlo di precipitarvi ancora, la Libia si sta disintegrando. In Egitto c’è un nuovo regime non precisamente amico di Israele. La Giordania è stretta tra l’incudine e il martello di questi cambi di regime. L’Arabia Saudita e il Qatar stentano a mantenere il controllo delle milizie che hanno creato e foraggiato, come dimostra l’avanzata dell’Isis nel nord dell’Iraq.

In tale contesto, l’Iran ha rafforzato il ruolo nella regione, costringendo l’amministrazione Obama a scendere in qualche modo a patti con Teheran, pena la totale perdita di influenza in questa zona-chiave del pianeta. Un simile riavvicinamento non può essere certo accettato da Israele. L'attacco a Gaza è anche un messaggio mandato ad Obama rispetto alle sue nuove relazioni con Teheran.

L’instabilità crescente in Medioriente è frutto di due fattori principali: le rivoluzioni arabe, che hanno fatto crollare un pilastro dell’ordine costituito come il regime di Mubarak, e l’intervento dell’imperialismo, che si è avvantaggiato del vuoto di potere e della mancanza di una direzione rivoluzionaria delle “primavere arabe” per distorcerle a proprio favore. È intervenuto in Libia eliminando Gheddafi e ha sconvolto la Siria, armando e finanziando più o meno direttamente le milizie fondamentaliste che ora esportano il conflitto in Iraq.

I cambiamenti hanno avuto un effetto sia in Israele che in Palestina. In quest’ultima, sia il partito Fatah di Abu Mazen, al potere in Cisgiordania, che gli islamisti di Hamas, che governano la Striscia di Gaza, sono in crisi di identità e per questo hanno scelto la soluzione del governo di Unità nazionale. Abu Mazen è alla guida di un movimento corrotto che, a vent’anni dagli accordo di Oslo, è sempre più lontano dal suo obiettivo storico, quello dell’indipendenza della Palestina. Fatah ha ormai abbandonato la rivendicazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi ed ha accettato, nei recenti colloqui di pace condotti sotto la supervisione Usa, di vedere ridotto il territorio sotto il suo controllo al 22% della Palestina del 1967, perlopiù diviso in enclave non comunicanti fra loro. Di fatto, Fatah ha accettato lo status quo.

Hamas, d’altro canto, è totalmente isolata dopo la caduta in disgrazia dei Fratelli musulmani in Egitto. Dalla crisi del movimento islamista è nata una miriade di gruppi estremisti, su cui Hamas ha ben poco controllo. Il governo di unità nazionale era un segnale di debolezza e non di forza dei due movimenti.

 

Israele : una classe dominante in crisi

Netanyahu è alla mercé di una maggioranza parlamentare influenzata dall’estrema destra. In una situazione di crisi, dove l’esecutivo sta lanciando un attacco ai salari e ai diritti dei lavoratori, “Bibi” sceglie la tattica classica della criminalizzazione del “nemico esterno”. L’attacco contro Gaza non ha però evitato la rottura del Likud (il partito di Netanyahu) col suo principale partner, Beitenu, all’interno della coalizione di governo. Il suo leader, nonché ministro degli esteri, Liebermann, ha annunciato che alle prossime elezioni correrà contro il Likud, criticando il primo ministro per la sua posizione troppo morbida nei confronti di Hamas. Lieberman avrebbe infatti voluto l’invasione immediata della Striscia.

gaza latuffLa classe dominante israeliana è combattuta sulla tattica da usare contro Hamas: sia l’operazione “Piombo fuso” sia “Pilastro di difesa” del novembre 2012 hanno portato morte e distruzione, ma non hanno annientato la forza militare dei palestinesi. L’escalation è stata voluta da Netanyahu e dalla destra israeliana dopo il rapimento dei tre ragazzi israeliani, poi uccisi il 14 giugno scorso, ed è stata subita dall’esercito. Interessante la dichiarazione del generale Moti Almoz, portavoce dell’Idf (la “Forza di Difesa di Israele” come è chiamato ipocritamente il feroce esercito israeliano): “Siamo stati incaricati dai piani alti della politica a colpire duro Hamas” (da "The Jewish daily forward", www.forward.com).

È possibile che settori dell’Idf si rendano conto che anche l’attacco più duro contro Gaza non potrà avere effetti positivi nel lungo termine. I numerosi gruppi jihadisti, che probabilmente sono responsabili del rapimento dei tre ragazzi israeliani e di altri atti di fanatismo insensato come l’uccisione di Vittorio Arrigoni, continueranno a proliferare. La rappresaglia dell’Idf non farà altro che rinfocolare la radicalizzazione di migliaia di giovani palestinesi, e potrebbe anzi condurre a un ritorno di popolarità di Hamas. In questo senso l’oltranzismo sionista e quello jihadista si alimentano a vicenda.

Netanyahu però non cambierà strategia, perché è su di essa che si basa l’esistenza del suo movimento politico. Questa volta, tuttavia, l’attacco a Gaza non solo non sconfiggerà definitivamente la resistenza palestinese ma contribuirà notevolmente all’ulteriore destabilizzazione del Medioriente.

In tutto ciò, le borghesie arabe brillano per la loro codardia. Dal Cairo a Riad, passando per Amman, la condanna dell’attacco israeliano è naturalmente unanime, ma le azioni concrete sono pari a zero. L’Egitto aveva operato come mediatore fra le parti nei due attacchi menzionati in precedenza, oggi Al Sisi ha messo le mani avanti e ha affermato che Il Cairo non si assumerà questo ruolo. I generali egiziani hanno anche tentennato prima di aprire il valico di Rafah con la Striscia di Gaza, anche solo a scopi umanitari. Tra la vittoria di Israele e quella delle masse palestinesi non hanno mai avuto dubbi: scelgono la prima, per le conseguenze destabilizzanti che una nuova Intifada avrebbe nei rispettivi paesi.

Abu Mazen a Ramallah è prigioniero del cretinismo diplomatico. Contro i crimini di guerra del governo israeliano batte i pugni sul tavolo e chiede… l’adesione dell’Autorità palestinese alla Corte penale internazionale! Tale mossa avrebbe lo scopo di trascinare Netanyahu all’Aia per chiedere giustizia.

Il problema è che Israele si infischia delle sentenze di questo “organo supremo”. Nel 2004, proprio la Corte dell’Aia dichiarò illegale il muro che Israele stava cominciando a costruire attorno alla Cisgiordania. Risultato: dieci anni dopo, Tel Aviv ha completato l’opera, lunga ben 700 km, ed ora pensa di costruirne un altro, da Eliat fino al Golan, lungo la valle del Giordano.

In una società divisa in classi, vige la legge del più forte, ma l’apparato dell’Olp che guida l’Anp sembra esserselo scordato… o forse non lo ha mai compreso.

Dalle diplomazie internazionali non verrà nulla di buono per le masse palestinesi, così come non sarà attraverso gli attentati terroristici o il lancio di missili su obiettivi civili che la causa del popolo palestinese potrà compiere dei passi avanti. Anzi tale tattica è controproducente e rafforza temporaneamente la mentalità da “fortezza assediata” fra la popolazione israeliana, la vera risorsa di appoggio per il sionismo.

 

Quale alternativa?

La nostra solidarietà al popolo palestinese sottoposto a un attacco criminale è totale. L’eroica resistenza del popolo palestinese potrà essere vittoriosa se si tramuterà in lotta di massa, se si collegherà alle rivolte (solo per il momento sopite) del resto del mondo arabo e riuscirà a connettersi con la crescente rabbia e insoddisfazione della classe lavoratrice israeliana, usando come ponte le mobilitazioni giovanili e contro la guerra che pure ci sono state e ci sono tuttora in Israele.

Per tale obiettivo è necessaria una posizione di classe, che inviti al rovesciamento di tutti i governi della regione, da quello di Netanyahu a quello di Abu Mazen e di Hamas, passando per quello di Al Sisi e delle monarchie saudite e qatariote (solo per citarne alcuni). Abbattere regimi che sembravano eterni è possibile, come dimostrano le rivoluzione del 2011 in Tunisia ed Egitto nel 2011 e il rovesciamento di Morsi il 30 giugno di un anno fa in Egitto. Una lotta degli israeliani contro il proprio governo non è un’utopia, come insegnano le mobilitazioni a Tel Aviv dell’agosto 2011.

L’unità di classe fra queste mobilitazioni si potrà realizzare solo respingendo una soluzione che rimanga interna a confini nazionali in gran parte tracciati dall’imperialismo e proponendo una Federazione socialista del Medioriente capace di garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti nazionali e di autodeterminazione dei popoli che abitano quella regione.

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