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Per adesso solo un matrimonio combinato, che forse nessuna delle parti realmente vorrebbe così.

Come riportato nel nostro articolo “Israele a tre mesi dalle elezioni: quali prospettive?”, in vista delle elezioni politiche del prossimo 17 marzo, a causa dell'innalzamento dello sbarramento elettorale voluto dalla destra di Liebermani, nella notte del 22 gennaio i partiti arabi e Hadashii hanno dato vita ad una coalizione elettorale.
La modifica in questione alla legge elettorale ha alzato la soglia di sbarramento dal 2,0% al 3,25% (4 seggi sui 120 totali in Knesset). Nella legislatura in corso soltanto Hadash ha 4 seggi: gli altri partiti della coalizione, Balad, Ra'am (UAM) e Ta'al ne hanno a loro volta 3, 3 e 1.

Questa è la prima volta nella storia politica israeliana che le rappresentanze arabe nel loro insieme trovano una sorta di armonia, seppur fragile, tra la corrente comunista (maggioritaria in Hadash e Ta'al), islamista (prettamente Ra'am) e nazionalista (Balad), senza considerare che Hadash è a tutt'oggi un partito di riferimento a sinistra anche per gli ebrei.
Il fatto che si sia arrivati a questa coalizione senza un percorso unitario, ma solo nel tentativo algebrico di superare lo sbarramento, sembrerebbe depotenziare di molto l'importante fronte aperto.

israele febbraio2015A prova di ciò, il Comitato di Riconciliazione Nazionale (comitato dei negoziati tra le parti), ha rilasciato una dichiarazione dettagliata per quanto riguarda la distribuzione dei posti nella lista (vedi foto) ancor prima della pubblicazione di una piattaforma politica comune. In ogni caso, ad oggi, le sette sezioni della bozza di piattaforma comune così recitano: contro la discriminazione, l'occupazione e l'oppressione nazionale, contro il razzismo, a favore della giustizia sociale, della lotta alla povertà e contro la riduzione ai servizi sociali (dal sito di Hadash).
La questione per noi fondamentale, a causa del coinvolgimento di partiti di espressione diretta e strumento della borghesia, è che questa bozza di programma non include nemmeno una minima opposizione alle privatizzazioni e alla contrazione dell'occupazione pubblica in atto, nessuna richiesta di aumento dei salari più poveri (quindi arabi) e nessuna rivendicazione contro gli attacchi al diritto al lavoro protratti negli ultimi anni.
Tra le righe di queste prime proposte si legge inoltre di un “impegno a promuovere” la lotta all'oppressione delle donne, ma questa affermazione contraddice in modo inequivocabile le idee e le attività del movimento islamico di Ra'am.

Il fatto è che questa lista comune è una lista di protesta, contro l'oppressione nazionale, ma non rappresenta, al momento di per sé, una reale alternativa politica di sinistra. Inoltre, come si legge nel Rapporto del Comitato Centrale del Makiiii (partito comunista israeliano) dello scorso dicembre: "[…] lo scopo di Netanyahuiv e Lieberman è quello di squalificare la rappresentanza politica dei cittadini arabi in Israele. […] Inoltre è ormai evidente che in politica il paese sarà diviso tra le partiti ebraico-sionisti e un partito arabo, questa è una situazione ideale in termini di agenda razzista ed è un fattore chiave per il potere […]".

La tattica di indebolire la destra razzista nella Knesset deve essere per forza collegata ad una strategia per indebolire l'influenza della destra razzista anche all'interno della società israeliana.
Ovviamente la campagna elettorale comune ha bisogno di sviluppare un tipo comune di lotta politica, anche minimo. Questa strada non è ancora mai stata messa al centro del dibattito della lista. Dati i vincoli di alcuni dei partiti politici coinvolti, che come dicevamo comprendono le forze della destra araba, è difficile vedere come questi partiti potranno sviluppare un programma che possa essere in grado di interloquire con la classe lavoratrice israeliana.
Stando così le cose, il pericolo che questo progetto non soddisfi le aspettative di molti dei suoi sostenitori è reale, tramutandosi da coalizione a diaspora.

Nonostante ciò Hadash e specialmente il Maki che lo dirige, sperano di poter sviluppare un dibattito politico tra le parti, nel tempo rimanente prima delle votazioni. Per questo sono previsti nei prossimi giorni incontri per lanciare un nome, un simbolo e una sorta di programma minimo comune più dettagliato: come dichiarato da uno dei leader di Hadash, una “combinazione di diversi ordini del giorno”.
I sondaggi recitano che a dispetto dei soli 57% di arabi votanti alle scorse elezioni, per questa tornata si potrebbe superare il 70% (da Haaretzv del 30 gennaio). Intanto il primo test imminente della lista è l'istituzione di una sede congiunta: da indiscrezioni pare che la città scelta sia Nazaret, città simbolo per convivenza fra arabi, cristiani ed ebrei, nonché città dove hanno sede il Maki e Hadash.

D'altra parte però, dobbiamo fare attenzione a classificare frettolosamente questa lista come la sola accozzaglia di ceto politico più o meno radicato nella popolazione, alla ricerca di un modo per sopravvivere alla nottata: non si tratta di una nostrana “Federazione della Sinistra”, specialmente non per la popolazione araba.
Data la peculiarità della situazione politica e dell'apparente lento risveglio della lotta di classe in Israele, tra la popolazione israeliana “di sinistra” e soprattutto come dicevamo quella araba, l'idea che un fronte unico di questi partiti possa poi unificarsi sulle questioni più importanti e agire insieme, pare aver suscitato davvero molto interesse: il conflitto inter-religioso, la pace, la fine dell'occupazione, uno Stato palestinese, il diritto all'istruzione laica e gratuita per le classi meno abbienti, i diritti alla casa e al lavoro, queste sono le questioni che stanno riempiendo i dibattiti politici nei mass media, costretti dal brusio venutosi a creare nella società, specialmente nelle università e nelle regioni industriali dove la manodopera araba a basso costo e molto impiegata.
Gli stessi leader dei singoli partiti della coalizione sono sottoposti a veri e propri “interrogatori” sia sui quotidiani che nei talk show, incalzati sempre più ad esprimersi su queste questioni, anche quando magari alcune di queste sono marginali nei documenti programmatici dei loro singoli partiti. E' così che al momento la tenuta della parte islamica della coalizione, pare essere la più scricchiolante.
L'unico vero primo punto comune sembra essere la volontà di non partecipare ad un eventuale governo di centro-sinistra, come recentemente dichiarato da Zahalka (Balad) a Haaretz: “[...] non so cosa Herzog (leader di Avodavi) ne pensi, ma perché noi dovremmo, dato che dall'assassinio Rabbin è opinione diffusa che non si possa basare un governo sugli arabi? [...]”. Anche i militanti di altre forze politiche come Avoda e soprattutto Meretzvii sembrano interessati agli sviluppi.

Sicuramente ci sarà attrito in una prima fase, tra gente di cultura e organizzazioni politiche diverse, catapultati insieme senza un dibattito preparatorio. Il compito di una eventuale forza marxista a questo punto dovrebbe essere quello di utilizzare questi attriti per riuscire a definire meglio la natura di questa coalizione, provando a mettere in difficoltà le forze nazionaliste e islamiche, incalzandole da un punto di vista rivendicativo e di classe. Inoltre questa rappresenta davvero un'occasione d'oro per propagandare idee e metodi militanti a migliaia di proletari e studenti, tanto arabi quanto ebrei. Ci auguriamo che ci siano compagni in grado di approfittarne, perché a prescindere dal risultato elettorale, ciò che si sta piano piano muovendo nella società, merita davvero molta attenzione. Il dibattito inevitabilmente investirà tutto Israele e potrebbe aprire la porta ad una prospettiva politica nuova, a patto che si rompa con ogni politica di collaborazione di classe e si affermi una prospettiva internazionalista e rivoluzionaria all'interno di questa nuova formazione. Speriamo che il proletariato intero sia israeliano che arabo, sappia approfittarne.

Due parole sul Meretz sono d'obbligo. Il Meretz , ancora una volta si presenta come "la sinistra di Israele", ed è effettivamente visto da molti come l'unico rappresentante di una politica alternativa alla destra, in quanto tende ad opporsi in generale alle politiche neo-liberiste, al razzismo, al sessismo, all'omofobia e all'assedio. Il messaggio lanciato nella sua campagna elettorale, dal titolo "Restyling col Meretz", lascia intendere chiaramente però la volontà di diventare la parte sinistra di un governo di ampio "campo sionista" (magari con Avoda, Solo non Bibi e perchè no, anche lo stesso Lieberman...). Anche se molti sostenitori del Meretz si considerano socialisti e si dichiarano apertamente favorevoli ad un profondo cambiamento della società, la linea politica del Meretz mira principalmente per ammorbidire decreti e ad apportare modifiche legislative liberali sul piano prettamente parlamentare. Possiamo affermare che il Meretz sia stato seduto in silenzio in parlamento circa le politiche economiche attuate da Netanyahu, di fatto sostenendo la base economica della politica di guerra degli ultimi anni, nonché il continuo attacco ai diritti del proletariato israeliano. Nonostante si sia spinto ad opporsi alla guerra, la linea politica di fondo è protesa a costruire l'opportunità di far parte del prossimo governo capitalista, non offrendo una reale piattaforma di alternativa economica e politica. Se tale linea di governo dovesse poi realizzarsi, non è difficile prospettare che andranno in frantumi le speranze dei suoi molti sostenitori.

Questa fase promette un susseguirsi di eventi molto celere, non potremo che seguirne gli sviluppi con interesse.

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