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Il Comitato centrale del 5 settembre e quello del 3 ottobre rappresentano un punto di svolta nella Fiom di cui la sostituzione di forza della segreteria nazionale non rappresenta che un mero epilogo.

La Fiom, negli ultimi 10 anni (pur se non in modo lineare) ha saputo adottare una linea combattiva e “radicale” rispetto al resto della Cgil e del sindacalismo confederale. L’aggravarsi della crisi economica e la conseguente offensiva padronale che in prima battuta ha travolto la già moderata Cgil, oggi investe il gruppo dirigente e la linea della Fiom.

Leggendo il documento approvato a maggioranza dal Comitato centrale sono tre i punti che emergono.

 

L’abbandono della piattaforma

 

Il primo è la rinuncia alla battaglia per la riconquista del contratto nazionale a partire dalla piattaforma Fiom votata dai lavoratori.

Lo scorso 23 luglio è partita la trattativa tra Fim, Uilm e Federmeccanica per il rinnovo del contratto. A questo ennesimo atto autoritario di padroni e sindacati complici la Fiom aveva dato una prima risposta immediata con 4 ore di sciopero e manifestazioni regionali: la parola d’ordine era stata la riconquista del contratto nazionale.

Oggi, alla vigilia dell’ennesimo accordo separato, la Fiom cambia tattica. Decide di proporre un “Accordo unitario” i cui obbiettivi dovrebbero essere congelare la trattativa per un anno e tentare di dare una risposta al sempre più drammatico problema della crisi.

Da un lato tale ipotesi di mediazione è evidentemente velleitaria. Per quale ragione mai i padroni dovrebbero accettare di non firmare un accordo separato dal momento che Fim e Uilm hanno già dichiarato di essere disposte a sottoscrivere quanto da essi richiesto? L’unica possibilità potrebbe essere che a livello confederale, dalla trattativa col governo partita l’11 settembre, emergano soluzioni a loro più favorevoli. Dubitiamo che questa ipotesi possa aiutare in qualche modo la Fiom.

Dall’altro una tale proposta manda in soffitta la piattaforma votata da oltre 372mila tute blu. Se alla vigilia di un accordo separato sul contratto la Fiom propone di “parlare d’altro” il segnale che si trasmette è quello di aver rinunciato a quella battaglia. D’altronde non crediamo sia un caso se in tutto il testo finale approvato dal Comitato centrale non v’è alcuna menzione della nostra piattaforma né della “riconquista” del contratto nazionale. È noto che la maggioranza dei compagni che compongono il gruppo dirigente della Fiom ormai ritiene non più possibile riconquistare il contratto in questa situazione e con questi rapporti di forza nella classe. Ma se è così perché non lo si dice chiaramente e si affronta a riguardo una discussione schietta senza giri di parole con gli iscritti Fiom e tutti i lavoratori? Crediamo sinceramente sarebbe molto più costruttivo ed efficace.

Il secondo limite della proposta Fiom sta proprio nel tipo di richieste che si avanzano. La visione strategica che ne emerge è quella di poter uscire dalla crisi attraverso un accordo ed una collaborazione con il padronato. Anche se davvero ci fossero i margini per questo accordo, cosa improbabile, sono proprio la vicenda Ilva e le altre centinaia in giro per l’Italia, che dimostrano quanto gli interessi dei lavoratori siano assolutamente inconciliabili con quelli dei padroni. Pensare di affrontare questa crisi così profonda attraverso una “concertazione” significa non essere in grado di offrire una vera alternativa alle logiche del grande capitale e del governo Monti.

 

L’allineamento alla Cgil

 

L’ultimo punto di fondo che emerge è quello della totale assenza di qualsiasi critica alla Cgil rispetto alle sue gravissime responsabilità nel non avere proclamato lo sciopero generale ed aperto lo scontro con il governo a maggio in difesa dell’art.18. Non solo, se si confronta il testo approvato con quello presentato dai compagni che in Fiom rappresentano la linea Cgil, si evince come sul merito non vi siano differenze di sostanza. L’unico “rimprovero” avanzato dai camussiani, si legge dal loro documento, è “l’aver reso pubblica una proposta, senza aver verificato la sua percorribilità e l’eventuale consenso minimo sulla medesima”. In sostanza i camussiani avrebbero voluto che si fosse lasciato alla segreteria Cgil il tempo di verificare con le controparti attraverso canali “confidenziali” la fattibilità dell’accordo. Obbiettivo implicito e non confessato di tale percorso era prendere in mano direttamente le redini della eventuale mediazione esautorando i meccanici della loro titolarità contrattuale.

Un dissenso di metodo, per quanto profondo, non rende tuttavia meno rilevante la portata di una completa identità sul piano del merito sindacale assunta dalla Fiom nei confronti della Cgil.

 

Cambiamento di segreteria

 

Per avere noi avanzato queste critiche al Comitato centrale del 3 ottobre, di forza e con una probabile forzatura dello statuto, è stato dimissionato il compagno Bellavita ed è stata eletta una nuova segreteria che esclude la Rete28Aprile.

Il messaggio che emerge da questa vicenda è che in Fiom chi dichiara esplicitamente e pubblicamente il proprio dissenso non può fare parte del suo massimo organismo esecutivo. Questa decisione politica rappresenta una novità piuttosto negativa e una controtendenza rispetto alla prassi adottata in Fiom negli ultimi 10 anni. Inoltre una decisione di questo genere è difficilmente giustificabile da parte di una organizzazione che ha fatto, giustamente, del rispetto della democrazia e del pluralismo sindacale la sua bandiera. Siamo convinti che solo attraverso il rispetto e la garanzia della massima democrazia interna sia possibile garantire il massimo della unità d’azione verso l’esterno.

 

Quale alternativa?

 

Chi scrive, assieme ad altri 14 compagni, ha presentato, nel Comitato centrale del 5 settembre, un documento alternativo con l’obbiettivo di tentare di tracciare alcune linee guida ed alcune proposte in merito a cosa oggi dovrebbe tentar di fare il nostro sindacato.

Innanzitutto confermare e proseguire la battaglia per la riconquista del contratto nazionale a partire dalla nostra piattaforma. Tra qualche settimana avremo un nuovo contratto separato che imporrà condizioni durissime ai lavoratori e avrà come conseguenza immediata l’acutizzarsi dell’isolamento “istituzionale” della Fiom. Tutto questo rende la nostra lotta estremamente lunga e dura. Deve essere chiara a tutti, a partire dal nostro corpo militante, l’idea che probabilmente ci vorranno mesi se non anni per ottenere ciò per cui stiamo lottando, ma allo stesso tempo che non siamo disposti a fare nessun passo indietro sulle questioni di fondo e di principio.

Combinando nelle prossime settimane e mesi mobilitazioni generali e nazionali con la conflittualità territoriale ed aziendale dobbiamo costruire nei luoghi di lavoro quella coscienza e rapporti di forza necessari a sostenere e vincere questa vertenza. Ciò vuol dire chiarire e dimostrare attraverso una pratica sindacale coerente che è solo basandoci essenzialmente sul conflitto che possiamo vincere.

Il Comitato centrale del 3 ottobre ha approvato un dispositivo in cui si da mandato a proporre all’assemblea nazionale del 12 ottobre lo sciopero generale a novembre. L’assemblea nazionale dei delegati del 12 ottobre, la manifestazione delle aziende in crisi del 20 ottobre (Ilva, Fiat e Alcoa in primis), l’eventuale sciopero a novembre devono essere il punto da cui partire per rompere l’isolamento in cui la Fiom è stata relegata e riprendere l’iniziativa che l’aveva vista protagonista il 16 ottobre del 2010.

In una parola la Fiom deve tentare di esercitare in prospettiva il ruolo di egemonia e direzione di quel conflitto di classe che verosimilmente, come già in Grecia e Spagna, andrà nei prossimi mesi a crescere di intensità con l’acuirsi della crisi.

Per questo non c’è spazio per soluzioni vaghe e “concertate” col padronato per uscire dalla crisi e per questo a partire da due vertenze emblematiche come quella Fiat e Ilva nel nostro documento si propone di rivendicarne la nazionalizzazione. La produzione non deve e non può più basarsi sulle leggi di mercato.

Questo significa forse mettere in discussione la logica del profitto e quindi le basi fondamentali del sistema? Questo significa mobilitarsi anche per la cacciata del governo Monti? La risposta non può che essere una, secca ed inequivocabile: sì. É il capitalismo, con la sua degenerazione, ad imporcelo ogni giorno di più.

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