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Lo scorso 29 luglio la Fiom-Cgil ha firmato separatamente il rinnovo del contratto nazionale per i meccanici delle piccole e medie imprese, un contratto che interessa oltre 400mila lavoratori.

Se le critiche mosse da Fim e Uilm non possono che far sorridere dopo quello che hanno firmato in questi ultimi 5 anni, tuttavia chi scrive ritiene gravissimo che la Fiom abbiamo sottoscritto un tale accordo. Questa scelta sancisce infatti l’accettazione sia politica che sindacale, da parte del nostro sindacato, di quel modello contrattuale sottoscritto da Cgil-Cisl-Uil contro cui ci siamo schierati negli anni scorsi.

Da un lato sono stati respinti alcuni dei punti più odiosi introdotti nel Ccnl di Federmeccanica come la lesione “diretta” (ce n’è in realtà una indiretta) del diritto ai primi tre giorni di malattia e il controllo unilaterale da parte aziendale degli orari di lavoro. Dall’altro però si accetta la logica del contratto nazionale “in perdita” dal punto di vista salariale, si concedono forme di flessibilità criticate aspramente allo scorso rinnovo contrattuale separato e si accetta l’introduzione delle deroghe. Quelle stesse deroghe che ci spinsero a non firmare tutti i precedenti contratti nazionali poiché, giustamente, le abbiamo ritenute un colpo mortale all’esistenza stessa del Ccnl inteso come strumento di tutela universale dei diritti dei lavoratori.

L’aumento salariale è di 131 euro al 5° livello per una durata di addirittura 41 mesi. Allo scorso rinnovo si criticarno Fim e Uilm per aver firmato un aumento di 122 euro in 40 mesi! Si è persino riusciti ad ottenre meno dei 130 euro in 36 mesi avuti nel recente rinnovo del Ccnl coperative. Si è accettato in sostanza come base di calcolo del potere d’acquisto dei salari quell’indice Ipca (Indice dei prezzi al consumo armonizzato) da noi sempre osteggiato. Non solo. Si introducono elementi come l’estensione a sei mesi del periodo considerato “stagionale” per permettere alle aziende di mantere i precari più a lungo eludendo gli obblighi di assunzione relativi ai tempi determinati e le clausole elastiche per i part-time tali da rendere questo uno strumento di flessibilità selvaggia in mano ai padroni. Entrambi questi punti erano già presenti nell’accordo separato precedente firmato da Fim e Uilm e la Fiom li criticò aspramente. In più si è estesa la plurisettimanalità da 64 a 72 ore annue.

Tuttavia l’aspetto centrale dal punto di vista “politico” è l’assimilazione e la validità contrattuale degli accordi firmati a livello confederale ed in particolare quello del 20 aprile 2012 sulla “rappresentanza” e quello sulla bilateralità del 23 luglio 2012. L’accordo del 20 aprile recita al punto 7 “i contratti collettivi aziendali conclusi con le rappresentanze sindacali operanti in azienda d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali di categoria espressione delle Confederazioni sindacali firmatarie del presente accordo interconfederale, al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale delle imprese, possono definire intese modificative con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”. Intese modificative ovvero deroghe! In materia di bilateralità, oltre a versare cinque euro (sottratti perciò all’aumento salariale diretto) dei lavoratori, si apre alla possibilità di utilizzare tali soldi per pagare i primi tre giorni di malattia! Questo significa da un lato togliere soldi ai lavoratori per regalarli ai padroni e dall’altro ledere quel principio conquistato negli anni con la lotta per cui i primi tre giorni di malattia sono a carico delle aziende. Di fatto si riapre di nuovo al concetto di inizio novecento delle “mutue” e quindi si va nella direzione di privatizzare il diritto alla malattia.

Si obbietterà che quelli in questione erano accordi firmati dalla confederazione e pertanto la Fiom non può opporvisi. A tale obiezione sorge spontaneo avanzare una semplice domanda: se accettiamo l’indice Ipca, le deroghe e la bilateralità a cosa è servita la lotta di tutti questi anni? Ma soprattutto, cosa aspettiamo a firmare il contratto di Federmeccanica?

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