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Ma raddoppiano i voti contro!

 

Che la vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici abbia rappresentato un punto di svolta nei rapporti di forza e nella lotta di classe del nostro paese, le tute blu lo avevano già dimostrato nelle scorse settimane esibendo una determinazione, combattività e capacità di lotta che da molto tempo non vedevamo.

I risultati del voto

La prima questione sulla quale soffermarsi è lo stato d’animo che ha caratterizzato in genere chi ha votato Sì. Era evidente nelle assemblee di fabbrica e negli attivi dei delegati il clima generalizzato di perplessità. Dopo aver lottato tanto, dopo aver bloccato il paese, la sensazione che la montagna abbia partorito il classico topolino è stata davvero diffusa. Anche tra chi ha votato Sì a questo referendum, una buona parte non è entusiasta di quel che si è ottenuto. In un qualche modo anche il compagno Rinaldini, nell’intervista concessa martedì 21 febbraio su Liberazione, lascia trapelare, con lodevole onestà intellettuale, che pur essendo stato approvato il contratto non c’è molto di cui essere soddisfatti poiché i problemi sono ancora tutti lì, a partire da quello salariale.

In secondo luogo è bene soffermarsi su quali settori di meccanici abbiano votato No. Il dato significativo non è solo che i voti contrari sono più che raddoppiati (oltre 75800) rispetto al referendum tenuto all’inizio della trattativa. È inequivocabile come a votare No siano stati soprattutto i lavoratori di quelle grandi fabbriche che più si sono distinti per combattività e determinazione. In una parola la maggioranza di No è venuto da quei giovani che forse per la prima volta sono scesi in lotta con tutta la loro risolutezza e che sono stati la vera locomotiva di questa vertenza. Quegli operai senza cui non solo non si avrebbe avuto alcun contratto ma verosimilmente sarebbero pure passate le imposizioni di Federmeccanica sull’esigibilità dell’orario e l’annientamento politico delle Rsu. Come altrimenti spiegare la vittoria dei No in grandi fabbriche come la Ferrari di Maranello, la New Holland di Modena, l’Alfa e la Alenia di Pomigliano, la Fincantieri di Riva Trigoso e su tutte la Fiat di Melfi? Non solo, ci sono altre grandi fabbriche in cui il contratto è passato per davvero pochi voti come alla Fiat di Termini Imerese, alla Sevel in Val di Sangro o alle carrozzerie della Fiat Mirafiori. Altre in cui il voto dei settori impiegatizi più legati alle aziende (e dunque passivi durante tutta la lotta) è stato determinante per la vittoria dei Sì come in Fincantieri dove, nonostante tutto, i voti contrari sono arrivati al totale del 42% nel gruppo; alla Bonfiglioli o all’Elettrolux di Forlì dove tra gli operai il voto è stato di sostanziale parità. Con una battuta si potrebbe dire che è davvero difficile trovare grandi aziende di rilevanza nazionale in cui i “No” siano andati sotto il 30%, come anche dimostrano i risultati alla Piaggio (33%) o alla Fiat Avio di Pomigliano (33%).

Negli scorsi giorni il compagno Cremaschi (della segreteria nazionale Fiom) ha tentato di spiegare i molti No nelle grandi fabbriche con il fatto che, in effetti, per chi ha un 3° o 4° livello (cioè la maggioranza della categoria) l’aumento non sarà di 100 euro ma attorno agli 85-93euro, “Mi pare che da tutte le assemblee e anche dal voto venga fuori un segnale molto chiaro: c’è una condivisione dell’accordo, ma c’è anche l’emergere di una questione salariale dei livelli più bassi grande come una casa. Ovunque nelle assemblee è stato richiesto a gran voce il ritorno ad aumenti uguali per tutti, anche da parte dei tantissimi lavoratori che hanno dichiarato di condividere totalmente l’accordo. Credo che il sindacato deva prendere atto di questa domanda di giustizia retributiva e credo quindi che sia necessario nelle prossime vertenze aziendali come alla Fiat e anche nei prossimi rinnovi contrattuali nazionali pensare a rivendicazioni uguali per tutti almeno per tutto ciò che riguarda la tutela del salario dall’inflazione” (Liberazione 18 febbraio 2006). Questa valutazione è sicuramente vera, anche se verrebbe da dire che “forse” bisognava pensarci prima di firmare. Tuttavia la questione non si esaurisce qui. Infatti l’altra ragione che ha spinto al voto contrario (e comunque ad un clima diffuso di perplessità) è che pur non avendo concesso tutto quello che i padroni avrebbero voluto, vi sono stati cedimenti importanti in termini di diritti fondamentali quali flessibilità e precariato.

 

Sullo strumento del referendum

Per concludere alcune considerazioni di carattere generale sullo strumento referendario. In questi giorni si è posta molta enfasi sul fatto che con il referendum oltre 500mila metalmeccanici hanno potuto votare ed esprimersi sul contratto e si è sottolineato il ruolo democratico e di coinvolgimento che esso rappresenta. Se rispetto a quello che succede in moltissime altre categorie, dove i lavoratori non possono esprimere che parzialmente ed a discrezione degli apparati sindacali un proprio giudizio sugli accordi raggiunti, avere a disposizione lo strumento del referendum obbligatorio rappresenta un passo in avanti enorme (ed in questo contesto va collocata la giusta battaglia della Fiom dentro la Cgil), tuttavia questa tornata di consultazioni ha altresì evidenziato i limiti di tale strumento. In primo luogo non si può non rilevare che mentre in ogni assemblea di fabbrica era presente almeno un esponente sindacale che spiegava le ragioni del Sì, non vi era la medesima possibilità per coloro che si sono schierati per il No. Il non dare la possibilità di far sentire ai lavoratori ovunque “le due campane” è già una forte limitazione della democrazia. Non solo, come sopra citato, in alcune grandi fabbriche dove il risultato era a rischio (Ferrari, Fincantieri, Elettrolux di Forlì, Motori Minarelli ecc.), sono stati eclatanti gli interventi dei quadri aziendali e di quei settori impiegatizi più legati all’azienda (e molto meno al sindacato ed alle ragioni della lotta) che su chiara sollecitazione di quest’ultima si sono presentati in massa a votare per il Sì. Da un punto di vista politico un tale gesto davvero non ha bisogno di commenti.

La questione centrale è capire quali sono le forme democratiche più adeguate per gestire una vertenza. Se da un lato è più che corretto consultare i lavoratori con un referendum sia sulla piattaforma di partenza che sull’accordo finale, nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che il referendum da solo è uno strumento insufficiente.

Il concetto di democrazia non può essere ridotto a semplice consultazione tramite un voto. I lavoratori devono avere la possibilità di poter partecipare attivamente alla stesura delle piattaforme e esercitare un reale controllo sulle strutture sindacali.

In ogni vertenza è necessario costituire un coordinamento di delegati di trattativa eletti in tutti i luoghi di lavoro e a tutti i livelli (di zona, provinciale, regionale e nazionale) che siano responsabili di definire la piattaforma e che abbiano il mandato per la gestione della vertenza. I delegati devono essere revocabili dall’istanza che li ha eletti, in qualsiasi momento della vertenza. Sarà l’assemblea nazionale dei delegati di trattativa a scegliere la commissione trattante con i padroni. I dirigenti dei sindacati di categoria affiancheranno la commissione nella trattativa ma sarà la commissione eletta dai lavoratori ad avere l’ultima parola su un eventuale accordo che andrà poi ratificato nell’assemblea nazionale dei delegati. Il mandato dei delegati cesserà con la chiusura del contratto e a quel punto si farà un referendum tra tutti i lavoratori per verificare il loro consenso all’accordo.

Mentre al Comitato centrale della Fiom solo due compagni su 181 hanno votato contro (tra cui chi scrive), all’assemblea nazionale dei 500 di Fim-Fiom-Uilm solo tre, e al congresso nazionale della Fiom l’ordine del giorno che abbiamo presentato di critica al contratto ha preso 10 voti a favore (e 9 astenuti) su una platea di 730 delegati, ben il 15% dei lavoratori hanno bocciato l’accordo. Questi dati confermano il distacco esistente fra i vertici e i lavoratori e la necessità di strutture realmente rappresentative.

Tutto ciò dimostra ancor più come la nostra battaglia per una Fiom che sappia andare fino in fondo nelle lotte non solo è quanto mai necessaria ma, da oggi, siamo convinti godrà di maggiori consensi rispetto a quanto non abbia avuto sinora.

22 febbraio 2006

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