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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera di un compagno della Federazione del Prc di Siena, che ci racconta come i poteri forti siano ben presenti all'interno del centrosinistra e come ancora una volta la direzione di Prc e FdS non riesca a sviluppare una posizione indipendente sulla questione delle alleanze.

 

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Il risultato elettorale ottenuto dalla FDS, oltre ad essere deludente, si distanzia da quella generale linea di tendenza individuata nel documento diffuso dalla Direzione Nazionale di Rifondazione; la quale individua la carta vincente in una virtuale unità del centrosinistra. Per la prima volta, dall’estate 1944, nessun comunista è presente nel consiglio comunale della città; e il dato percentuale ottenuto (2,18%) attesta il minimo storico raggiunto, di fronte ad un 6% della penultima consultazione.

Non è certo un caso se si è giunti all’estromissione dal comune; le responsabilità però devono essere rintracciate in un insieme di fattori che riguardano sia l’attività del partito che il generale contesto in cui esso lavora. Va subito detto che il PRC è giunto alla consultazione spaccato in due: una parte dei compagni ha appoggiato la lista voluta dal circolo cittadino ed inserita nella coalizione trascinata dall’”irresistibile” forza del PD; gli altri, invece, non hanno voluto farlo ed alcuni nostri iscritti sono addirittura arrivati a candidarsi in un’altra lista della cosiddetta “sinistra diffusa”. A prima vista questa potrebbe sembrare una situazione causata dalla consueta litigiosità dei comunisti italiani del terzo millennio: il passante distratto potrebbe cioè continuare a ripetere il ritornello per cui ai comunisti manca l’unità. Pensiamo invece che le cause di questo risultato vadano ricercate nel panorama socio-economico della città e nel rapporto che questa, da sempre, continua ad avere con il resto della provincia.

Siena è una città dopata, pompata, sostenuta e foraggiata da un intrigo di interessi finanziari e politici. Una città che vive di solo terziario e dove praticamente non esiste un ceto operaio, né tanto meno uno contadino. Un gigante della finanza, il Monte dei Paschi, il cui principale dirigente è anche presidente dell’ABI, troneggia sull’economica e sulla politica del luogo, assicurando la presenza di suoi rappresentanti in tutti i consigli di amministrazione dei principali enti pubblici, privati, politici ed amministrativi che caratterizzano la vita della città e del suo “contado” (Università, ASL, contrade, comuni, provincia, partiti politici, sindacati, enti economici per la distribuzione dell’energia, associazioni proloco, oratori e chi più ne ha più ne metta). Siena vive - o per lo meno si vuole che creda di vivere - di MPS e della filantropia che questa banca riesce a fare. La forza politica dominante del centro ed anche della provincia è il PD; e dalla saldatura di queste due forze deriva una capacità di controllo della vita pubblica quasi totalizzante. Ad un livello iconografico si potrebbe immaginare un’immagine sacra, in cui compare il presidente dell’ABI e del Monte dei Paschi (Giuseppe Mussari) fraternamente abbracciato al neoeletto sindaco di Siena: l’onorevole Franco Ceccuzzi. Ambedue dovrebbero essere ritratti con due mezzibusti che escono rispettivamente dal palazzo civico e dal palazzo Sansedoni, i quali hanno le proprie finestre affacciate sulla Piazza del Campo.

La sempre più travolgente speculazione edilizia che, partendo dal capoluogo, sta investendo da molti anni, con una serie di devastanti onde concentriche, i comuni limitrofi, è fortemente sostenuta da questa bolla politico-finanziaria. Il caso più eclatante è stato, due anni fa, il tentativo di costruire un grande aeroporto in una pianura situata sopra l’acquifero che alimenta l’80% della città, in una campagna dove non esistono nemmeno le strade a quattro corsie.

Purtroppo anche molti militanti e simpatizzanti della sinistra d’alternativa hanno fatto propria la convinzione che senza l’intraprendenza economica di questo coacervo di poteri forti la vita economica locale sia costretta a regredire: si crede cioè, seguendo l’imperante filosofia del berlusconismo, che il padrone faccia l’interesse del lavoratore. Al VII congresso provinciale del PRC il gruppo dei vendoliani, che poi sono confluiti in SEL, inserì nel loro documento politico una lode sperticata di quella banca che rastrella regolarmente quasi un terzo del reddito dei lavoratori della provincia con la propria politica di mutui, prestiti e microcredito. Ritenevano cioè che la politica finanziaria di quel colosso bancario fosse eticamente votata al salvataggio del tessuto lavorativo del territorio. Certe idee sono talmente diffuse nel sentire comune che nessuno, di fronte al disastro finanziario dell’Università cittadina, è riuscito a vedere che i 250 milioni di Euro di debito contratti da quell’ente sono, in ultima istanza, rimessi a quello stesso ente che ha strangolato l’ateneo con gli interessi dei propri mutui, provocando il licenziamento di centinaia di lavoratori interinali a cui, purtroppo, hanno fatto eco anche due suicidi.

Questo, per tracciare due linee, è il panorama che ha caratterizzato la vita cittadina degli ultimi anni, anni in cui i compagni di Rifondazione si sono lealmente e tenacemente opposti ad una politica locale basata fondamentalmente su logiche clientelari e, soprattutto, su di un affarismo sfrenato, che, con la scusa demagogica di favorire lo sviluppo del mondo del lavoro, di fatto ha cercato di garantire profitti d’oro ad impresari, banche e dirigenti di enti pubblici ed aziende. Il Comune di Siena ha costituito e costituisce una tessera fondamentale del mosaico: con la sua funzione nel campo dell’edilizia e nei rapporti con le grandi banche, ha coerentemente e decisamente avallato le scelte più discutibili. Ciliegina sulla torta sono state le vicende dell’aeroporto di Ampugnano e del piano regolatore. Il PRC si è nettamente schierato, fin da subito, favorendo la nascita del comitato NO AMPUGNANO (l'area dove si sarebbe dovuto ampliare l'aeroporto, ndr) e partecipando attivamente alla mobilitazione che, bene o male, è riuscita, per ora, a bloccare la realizzazione di quel progetto insensato. Dure sono state anche le critiche verso una politica edilizia che, favorendo l’imprenditoria dei palazzinari, tralascia sempre più la realizzazione di infrastrutture veramente utili a tutti. In questo processo sono ovviamente coinvolti anche i comuni limitrofi che spesso devono subire passivamente le imposizioni del ceto dirigente del capoluogo. La provincia continua nei decenni a subire le imposizioni del centro, ma, al tempo stesso, è anche la parte di territorio capace di esprimere le risposte politiche e di mobilitazione popolare più radicali.

Tutto questo groviglio di affari e politica è un qualcosa che passa sopra le teste di noi comuni mortali. Come in ogni altra parte del paese, la gran parte dei giovani o non lavora o lo fa come precaria; i piccoli commercianti sono strangolati dal fisco e dalle banche; le attività commerciali chiudono a velocità supersonica, i vecchi hanno delle pensioni che si aggirano attorno ai 500 Euro; stesso salario per le migliaia di donne più o meno giovani; e poi precari all’università, precari nelle banche, precari nelle scuole, precari nei call center; debiti da saldare a fine mese nei supermarket; amici e conoscenti che sempre più numerosi preferiscono andare a lavorare in Francia o in Svizzera; contratti di lavoro per riscuotere le previste 40 ore settimanali solo se se ne sono prestate 45 o 50, altrimenti la prospettiva del cancello. Molti per alleviare un po’ le spese preferiscono vivere un po’ lontani dalla città, dove gli affitti e le case, acquistabili con “comode rate” da versare alla banca, costano meno. Il centro città rimane così un luogo dove ogni giorno migliaia di studenti e lavoratori si riversano; il luogo, per dire qualcosa di ideologico, dove la ricchezza si accumula e dove la classe dirigente si organizza riservandosi i ruoli direttivi a lei più favorevoli.

Con questo panorama si è giunti alla scadenza elettorale per l’elezione del nuovo sindaco. Come al solito, anche se siamo nell’era del bipolarismo all’americana, a causa della intricata costellazione di interessi che caratterizza l’economia della zona, sono sorte numerose liste, ognuna, compresa la nostra, convinta del proprio carattere innovativo, se non addirittura rivoluzionario; tutte comunque proiettate alla conquista di qualche scranno municipale, più o meno prestigioso, più o meno ben remunerato. La campagna elettorale, a destra come sinistra, al centro come agli estremi, è stata tutta tesa alla ricerca della giusta alleanza, alla critica dell’operato degli altri amministratori, al ribadire la validità del concetto che vuole il “politico” autonomo dalla vita economica, alla conferma della convinzione che per “cambiare le cose” si devono avere tante poltrone da usare attorno al tavolo delle trattative. I problemi concreti di tutti i giorni sono stati messi da parte per lasciare spazio alla bagarre propagandistica; ed ognuno ha scelto il proprio schieramento da appoggiare, in base a calcoli probabilistici che aprivano la possibilità di conquistare uno o più seggi. Il nostro partito, essendo per fortuna ancora organizzato sia al livello locale che nazionale, a Siena si è spaccato in due. La maggioranza degli iscritti di tutta la provincia non volevano allearsi con il PD, con quel partito, cioè, che qui rappresenta e convoglia le istanze dei poteri forti che dominano la città (banche, costruttori, professionisti, politici di professione, ecc.). Diversi compagni del circolo cittadino, assieme ad un paio di elementi del PdCI, che in tutta la provincia conta qualche decina di iscritti, hanno invece deciso di sostenere il partito di maggioranza. Ne è derivata una lite senza fine, in cui, alla fine, dopo che si è riusciti a invalidare una decisione del Comitato Federale abbandonando l’aula, è intervenuto lo stesso Ferrero per appoggiare l’alleanza con il PD; questo dopo che era stata inviata ai “dissidenti” dell’organo provinciale a ad altri compagni firmatari di una petizione una reprimenda della Commissione Nazionale di Garanzia.

Alcuni compagni, per reazione, come dicevo sopra, si sono addirittura candidati in una lista civica di sinistra - cosa che personalmente disapprovo - mentre la lista “ufficiale” ha presentato una squadra composta per la maggior parte da non iscritti al partito. In tutto questo lavorio non una parola per i cassintegrati, per i disoccupati, per i precari, per i pensionati: solo tatticismo di bassa lega per riuscire a garantire una seduta nella sala del consiglio. Il risultato finale è stato quello del peggior risultato ottenuto dai comunisti a Siena dal dopoguerra ad oggi.

Oggi, naturalmente, si continua a fare lo scaricabarile: Iantorno, della lista ufficiale, imposta dalla Direzione del Partito, addossa la colpa sui compagni che non si sono voluti alleare con il PD; questi ultimi, tra cui il sottoscritto, ribadiscono la necessità di creare, anche nella Siena dei banchieri, una coesa forza comunista capace di coagulare le istanze più progressiste dei lavoratori di tutta la provincia. Nel frattempo l’organizzazione del partito si consuma lentamente in queste discussioni, tralasciando la soluzione dei problemi cogenti di migliaia dei lavoratori che continuano a vedere il lavorio del ceto politico come una minaccia per i propri interessi…

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