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Siamo entrati in una nuova fase della crisi economica. Ma non è solo l’Europa ad essere in crisi. Negli Usa i dati sulla disoccupazione confermano la natura flebile e altalenante del ciclo economico; più importanti ancora sono i segnali di forte rallentamento dell’economia cinese, che fino ad oggi era apparsa sostanzialmente immune dagli effetti della crisi.

Di fronte ai rischi di implosione della moneta unica avanzano ora ipotesi di ristrutturazione istituzionale e finanziaria dell’eurozona: eurobond, ulteriore integrazione e accentramento delle politiche di bilancio, norme ancora più stringenti sull’attacco ai diritti dei lavoratori e al welfare.

In questo quadro, i risultati elettorali in Europa segnalano una svolta profonda. Per la prima volta dagli anni ’70 in una serie di paesi la radicalizzazione del movimento operaio e giovanile che si era già espressa nelle manifestazioni e negli scioperi generali cerca una espressione politica, per ora soprattutto sul piano elettorale, in forze alla sinistra del partito socialista europeo. Nonostante limiti e contraddizioni, il messaggio di estraneità e radicale opposizione alle politiche di gestione della crisi anche laddove queste siano state gestite da governi di sinistra o centrosinistra, ha pagato, come conferma la forte avanzata elettorale di forze affini alla nostra e legate alla sinistra europea (Front de Gauche, Izquierda Unida, Syriza).

Il fatto che il nostro paese appaia oggi estraneo a questo processo di radicalizzazione si lega soprattutto a condizioni politiche specifiche, non certo a fattori materiali o strutturali. Soprattutto ha pesato e pesa il fatto che la crisi economica sia esplosa nel preciso momento in cui la sinistra, Rifondazione in testa, usciva a pezzi dall’esperienza di governo ed entrava in una dinamica di disgregazione; la mancanza di riferimenti politici ha influito anche sul ripiegamento dei vertici della Cgil, un ripiegamento la cui profondità si misura oggi nella mancanza di qualsiasi battaglia credibile sulle controriforme Monti-Fornero.

Riguardo alla crisi in Emilia Romagna, tra fine 2010 e fine 2011 i disoccupati sono passati da 124mila a 141mila per una media del 6,67%, la più alta dal 1995. Anche nella nostra regione i più colpiti sono i giovani: nella fascia tra i 15 e i 24 anni la disoccupazione sale al 21,9% (32,6% a livello nazionale).

Per quanto riguarda gli ammortizatori sociali, a inizio 2012 aumenta la Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria, +254.123 ore, arrivando a quota 3.594.726, cala la Straordinaria di -2.225.950 ore, aumenta la Deroga che cresce di +1.975.147 ore, arrivando a 8.948.556 ore. La mobilità mostra una crescita delle iscrizioni di +112 unità, arrivando ad interessare 7.251 lavoratori.

E questi numeri non tengono conto degli effetti del terremoto.


Terremoto: calamità naturale?


La terra quando trema non guarda in faccia a nessuno. Le calamità naturali sono una disgrazia che colpisce tutti allo stesso modo.  E magari sono addirittura un segno divino contro i peccati dell’umanità intera come ha sostenuto qualche alto prelato.

Le scosse  che hanno colpito la bassa emiliana a partire dal 20 maggio scorso  rappresentano una terribile e plastica confutazione di questi luoghi comuni sostenuti  senza vergogna dai mass media di regime. A rimanere schiacciati sotto i capannoni sono stati gli operai, in particolare quelli più precari e ricattabili, e sono sempre i lavoratori quelli che restano senza  lavoro, magari a causa delle delocalizzazioni.

Che i morti e la devastazione non siano stati una tragica fatalità lo spiega anche una fonte non sospettabile di comunismo come il procuratore capo di Modena Vito Zincani quando afferma: ”La politica industriale a livello nazionale sulla costruzione di questi fabbricati è una politica suicida. Oltre al fatto che rovinano il paesaggio, questi capannoni prefabbricati sono stati fatti con l’ottica del risparmio e ora paghiamo un prezzo altissimo” (Corriere della Sera, 31 maggio).

È  ancora una volta la conseguenza, tragica, dell’esistenza del sistema capitalista.

Per il presidente di Confindustria Squinzi si è trattato di una “tragica fatalità” e sarebbe in corso una polemica “molto artificiosa, perché i capannoni erano nella assoluta normalità” (Gazzetta di Modena, 31 maggio 2012). L’augusto parere di Squinzi non vale proprio nulla. Peraltro, il presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Modena ha affermato che “fino a pochi anni fa le leggi consentivano di costruire queste strutture con incastri di fabbricati”. Però, prima delle prescrizioni anti-sismiche, entrate in vigore dal 2005, la Tremonti-bis del 2001 aveva approvato ingenti sgravi fiscali per le imprese che avessero investito in beni capitali, generando una “febbre da capannone” soprattutto nel Nord industriale.

E’ quindi la logica del profitto che ha portato a costruire capannoni che si sgretolano e lo stesso principio ha portato le aziende edili a costruire condomini e centri commerciali che si sono sgretolati alla prima scossa. A poche ore dal dramma, senza pudore e confidando nell’appoggio di tutte le istituzioni, il padronato chiede a tutti di rimettersi subito in moto per ripartire con la produzione, con lo sfruttamento e con aiuti a fondo perduto dalle casse pubbliche, come peraltro già assicurato dal decreto del governo Monti del 6 giugno. Urge tornare al più presto alla normalità, dice il padronato. Chiaramente la loro normalità, la stessa che ci ha condotto ai morti e alla distruzione. Non è cinismo padronale telefonare ai propri dipendenti dicendo “noi siamo qui” o appendere cartelli come “C’è stato il terremoto ma la vita continua. Chi vuole lavora, gli altri possono prendersi le ferie. Liberissimi di farlo” (Il Fatto Quotidiano, 31 maggio)? Qualcuno ha il coraggio di affermare che viviamo in un mondo libero? Lo vorrebbe far credere il direttore di Confindustria Modena il quale afferma che “non abbiamo mai forzato nessuno ad entrare nelle fabbriche” (Gazzetta di Modena, 31 maggio).

Di fronte a questa guerra di classe in piena regola sferrata dal padronato, i lavoratori devono elaborare al più presto una risposta. Il Partito della rifondazione comunista regionale deve essere in prima linea per sostenere e sviluppare ogni forma di auto-organizzazione, a partire dalle tendopoli spontanee ed autogestite, messa in campo dalla popolazione della bassa emiliana. I lavoratori sono riusciti ad essere protagonisti in molte fabbriche e impedire l’immediato ritorno sulle linee di produzione. In un paio di casi almeno (Magneti Marelli e Curved Plywood) è stato il presidio degli operai e l’intervento sindacale ad impedire la delocalizzazione dell’attività produttiva.

Insieme all’importante intervento di solidarietà proletaria e dal basso, svolto assieme alle Brigate di Solidarietà Attiva ed alle Fasce Rosse, il Prc regionale si dota quindi di un programma che orienti l’intervento tra le popolazioni terremotate e mostri la differenza con tutti i partiti che sostengono gli interessi di Confindustria mascherati da interessi nazionali.


1

Il Prc si oppone alla militarizzazione del territorio realizzata, in nome del cosiddetto governo dell’emergenza, dalla Protezione civile. Recinzioni, orari di visita, orari di chiusura e tutto il resto servono ad abituare alla soppressione di basilari diritti democratici ed a “chiudere il becco” preventivamente agli sfollati, passivizzandoli, in una dinamica che potrebbe avvicinarsi presto all’Abruzzo. Il “metodo Augustus” della Protezione Civile, ed in particolare della sua struttura di vertice Dicomac (Direzione comando e controllo) già insediata a Bologna, non deve passare: la ricostruzione potrà darci un futuro dignitoso soltanto se si svilupperà con la partecipazione ed il controllo diretto della popolazione organizzata su tutte le scelte cruciali.


2

Il Prc chiede che i delegati sindacali ed alla sicurezza partecipino alle verifiche e ai controlli sui capannoni ed in seguito, informati, decidano coi propri compagni di lavoro come e quando ricominciare. La Cgil ha la forza, e il dovere, di promuovere un appello in questa direzione, chiedendo anche l’aiuto di tecnici per effettuare perizie indipendenti. Dobbiamo prenderci  il tempo necessario e nel contempo impedire che i padroni delocalizzino per riprendere a fare profitti. Ad ogni tentativo di delocalizzazione la risposta dev’essere, come alla Curved Plywood ed alla Magneti Marelli, il presidio con blocco e, se necessario, l’occupazione degli stabilimenti.


3

Sicurezza e trasparenza nella gestione dei rifiuti. NO alle prime misure del governo Monti!

Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti e delle macerie, con il sisma in Emilia le pratiche di deregolamentazione si sono già spinte molto avanti. Un numero impressionante di capannoni - come ad esempio quelli del polo biomedicale - crollati, abbattuti o demoliti presentano all’interno prodotti e materie prime di ogni tipo. Il tutto si potrà smaltire indistintamente con le macerie poiché equiparato “ai rifiuti urbani“. Il 6 giugno scorso, infatti, è stato varato il Decreto Legge n. 74 che prevede, all’art. 17, la “trasfigurazione” delle macerie da rifiuti speciali in rifiuti urbani. Ma cosa ancora peggiore è che il comma 7 prevede che il trasporto venga effettuato direttamente dalle aziende che gestiscono il servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani, o anche indirettamente a mezzo di imprese di trasporto anche “non iscritte all’albo” e senza la “tracciabilità dei rifiuti“. Ad essere eliminati, in sostanza, sono anche il FIR e il Registro di carico dei rifiuti.

Gli effetti sul territorio potrebbero essere devastanti.


4

Il Prc chiede il divieto dei sub-appalti e dell’affidamento diretto, possibile prerogativa della Protezione Civile, in tutti i lavori della ricostruzione e sostiene la fondazione di aziende edili pubbliche controllate dai lavoratori che diventino protagoniste della ricostruzione del territorio in accordo con comitati cittadini di paese e di frazione. Solo così possiamo evitare di ritrovarci in futuro di fronte alla stessa situazione. I beni delle aziende edili responsabili di aver costruito al risparmio senza le necessarie misure di sicurezza dovranno essere requisiti e divenire patrimonio pubblico affidato alla gestione dei lavoratori del settore.

5

Il Prc chiede che le risorse stanziate dalla regione Emilia Romagna non siano destinate a finanziamenti a fondo perduto alle aziende ma a lavoratori, disoccupati e pensionati colpiti dal sisma ed anche al ripristino di tutti i servizi sociali garantiti alla popolazione della Bassa prima del sisma. In particolare, nei piani per la ricostruzione non sarà accettabile alcuna riduzione dei servizi offerti dagli ospedali pubblici di Carpi, Mirandola e Finale Emilia a vantaggio di un ulteriore accentramento nell’ospedale di Baggiovara, alle porte di Modena città.

6

Il Prc contrasta la possibilità, per i padroni, di riaprire i capannoni con una semplice autocertificazione di un perito di parte, come avvenuto tra la prima e la seconda scossa.

7

Il Prc interviene portando la sua solidarietà attiva e militante alle popolazioni della bassa e sostenendo allo stesso tempo il protagonismo dei lavoratori nella gestione del post-terremoto.


Grillismo e questione di classe


Le recenti elezioni amministrative hanno confermato la crescita e il consolidamento del Movimento Cinque Stelle nel quadro politico nazionale. In particolare, netta e l’affermazione del movimento di Beppe Grillo in Emilia Romagna.

Il dato di Parma, unito a quello di Comacchio, in provincia di Ferrara, dove i grillini conquistano pure il sindaco, e anche con quello di Budrio, piccolo centro del bolognese, dove il Movimento cinque stelle raggiunge il ballottaggio dopo aver ottenuto una percentuale del 20,4%, conferma un dato che si è sempre evidenziato negli ultimi 2 anni. Il movimento cinque stelle si afferma con maggiore forza proprio in Emilia Romagna, ovvero in quella zona del paese dove è più forte e di più lungo corso l’intreccio tra il Partito democratico e la borghesia locale nelle sue diverse varianti, imprenditoriali e “cooperative”. Puntando il dito contro il potere politico ed economico regionale imperniato da sempre attorno al Partito democratico e alle sue diramazioni socio-economiche (le centrali cooperative in primo luogo), il Movimento cinque stelle riesce ad intercettare il disagio sociale che si diffonde come effetto della crisi economica, mette alla berlina il quadro politico maggioritario e quindi i partiti che sostengono il governo Monti e, soprattutto, sottrae consensi ad un centrosinistra visto come speculare al centrodestra.

L’ondata di disgusto verso il sistema politico che gonfia il voto del Movimento 5 stelle non può essere contrastata con generici appelli alla “buona politica” o, peggio, strizzando l’occhio alla demagogia di Grillo. Il M5S come tutti i movimenti di populismo borghese e piccolo-borghese è un fenomeno composito nel quale sono confluiti in una prima fase soprattutto elettori di sinistra che intendevano mandare un segnale di rottura al Pd e a una sinistra screditata; in queste elezioni ha anche raccolto parte della crisi della destra, come dimostrano le uscite sull’evasione fiscale (e in precedenza contro gli immigrati) con le quali Grillo parla direttamente a quell’elettorato. Se consideriamo la liquefazione del Pdl e la crisi della Lega (che a Parma raccolgono complessivamente poco più dell’8%) e quindi il vuoto di rappresentanza politica che a destra si è manifestato, non dovremmo stupirci se, già nel breve termine, il Movimento cinque stelle dovesse essere spinto a rimarcare soprattutto gli elementi di destra presenti nel suo confuso programma politico e, in particolare, le politiche di privatizzazione dei trasporti, dei servizi sociali ed educativi e le politiche securitarie. D’altra parte un movimento come il Cinque Stelle non può neppure caratterizzarsi come movimento apertamente borghese. E’ piuttosto l’espressione confusa di settori di piccola borghesia in rovina e, come la Lega Nord nei primi anni ’90, può raccogliere un voto di protesta nel disfacimento dei partiti borghesi tradizionali e nel peggioramento del quadro economico.È quindi un fenomeno politico che difficilmente può cristallizzarsi nella sua forma attuale e che è destinato a produrre esiti divergenti con il procedere della polarizzazione sociale e politica nel nostro paese.

Tuttavia, i successi del Movimento 5 Stelle sono attribuibili in gran parte agli errori politici della sinistra e di Rifondazione comunista, che si è mostrata ampiamente reticente nel costruire una proposta strategica alternativa al Pd, anche e a partire dal terreno elettorale. In mancanza di un’alternativa, chi nell’elettorato ha voluto manifestare la propria collocazione fuori dal bipolarismo ha finito per premiare i “grillini”. Un grezzo orientamento anti-sistema che il Prc dovrebbe candidarsi a raccogliere, ma che ha finito per riversarsi su un movimento dalle caratteristiche interclassiste, talvolta addirittura reazionarie.

Se uno dei punti di forza del movimento di Grillo sta nell’essersi conquistato sul campo la fama di chi non si vende, non cerca compromessi e porta avanti le “lotte” fino in fondo (ma il caso di Parma metterà a dura prova questa reputazione), non possiamo nasconderci che le forze a sinistra del Pd abbiano dissipato negli ultimi anni il loro patrimonio di credibilità partecipando a governi antipopopolari a livello nazionale e locale. Nelle recenti elezioni amministrative, la Federazione della sinistra ha cercato quasi dappertutto di ancorarsi al centrosinistra. Anche a Parma dove il Prc ha deciso di correre con una lista di movimento in alternativa al Pd, tale decisione è stata presa solo dopo l’esito delle primarie del centrosinistra, mostrando così la debolezza e l’improvvisazione alla base della scelta. Insomma il Prc è spesso visto come parte del sistema e anziche’ essere utilizzato dalla richiesta di cambiamento radicale, ne viene travolto.

Questo è vero anche per la nostra partecipazione al governo regionale.


Meno Sanità pubblica, meno servizi


Com'è noto la Sanità è uno dei settori su cui le politiche regionali contano particolarmente in quanto le Regioni ne hanno assunto la delega per legge.

I Servizi Sanitari e Socio Sanitari in tempi di austerità e di rispetto del Pareggio di Bilancio ne pagano fortemente le conseguenze attraverso una riduzione ed un peggioramento dei servizi e/o un peggioramento della qualità con allungamento delle liste di attesa.

I governi nazionali degli ultimi anni assicurano la copertura del fabbisogno finanziario attraverso un sempre maggiore ricorso a misure di contenimento della spesa sanitaria. Le misure di contenimento sono sempre più rilevanti: nel 2012 a fronte di un incremento del fabbisogno del 2,8% l'incremento del finanziamento previsto è solo dell'1,75%. L'impatto economico delle misure di contenimento nel triennio 2012-14 è di oltre 17 miliardi a livello nazionale, comprensive di misure come l'introduzione dei ticket sanitari che pesano sulle tasche dei cittadini. L'impatto finanziario della manovra nel 2012 si traduce in un minor finanziamento per la Regione Emilia Romagna pari a quasi 62 milioni di euro. Queste sono anche le conseguenze delle scelte del governo di unità nazionale Monti, che il principale partito della coalizione di maggioranza emilianoromagnola, il Partito Democratico, sostiene.

Questo in un contesto nel quale la popolazione nella nostra regione negli ultimi 10 anni è aumentata con un ritmo di crescita annuale di circa l'1% e una percentuale di over 65enni del 22%, over 75 del 12% e over 80 del 7%.

E' evidente, dunque, che, anche come conseguenza di politiche nazionali, ma non solo, la sanità privata ha un forte incremento anche in Emilia Romagna. L'offerta ospedaliera, ad esempio, a fronte degli oltre 20mila posti letto vede una “partecipazione” del privato accreditato (soldi pubblici) del 22,4%.

I Livelli Essenziali di Assistenza che dovrebbero rappresentare prestazioni e servizi che il Servizio Sanitario dovrebbe garantire, in realtà, sono forniti a fronte di quote sempre più alte di partecipazione economica richiesta ai cittadini stessi.

Anche nella nostra regione è previsto il vincolo dell'equilibrio di bilancio in capo alle Aziende Sanitarie, di fatto, il rispetto dell'obiettivo economico finanziario è il primo impegno richiesto.

Le linee di programmazione e finanziamento delle aziende del Servizio Sanitario Regionale per l'anno 2012, deliberate di recente della Giunta Regionale esplicitano con chiarezza che qualora emerga l'impossibilità del perseguimento dell'obiettivo dell'equilibrio economico finanziario complessivo, l'azienda è tenuta a provvedere, senza ritardo, all'adozione di misure di contenimento e/o riduzione della spesa del personale, ivi compreso il blocco – totale o parziale – del turnover e di ulteriori assunzioni. In altri termini, ancora una volta saranno colpiti il servizio pubblico e i lavoratori.

Vengono previsti tagli al personale delle strutture pubbliche su base regionale pari a 17 milioni di euro con un'ipotesi prevista di più di 400 posti di lavoro da tagliare. Di fatto c'è un blocco parziale del turn over quasi ovunque. Con l'eccezione delle sole province di Piacenza, Reggio Emilia e Rimini, infatti, sono previste assunzioni in misura non superiore alla copertura 90% o 80%, sino a giungere alla copertura di non oltre il 65% del personale in uscita per l'Azienda USL di Ferrara e S. Anna. A fronte di tutto questo, viene previsto, inoltre, di limitare il ricorso dei contratti precari di almeno il 7%. Ma a conferma del fatto che la crisi economica la pagano sempre e solo i lavoratori, sono escluse da tale prescrizione le collaborazioni in qualunque forma. Ancora una volta, dunque, tagli e tagli ma non alle consulenze!

È necessario rompere con questa logica, uscire dalla maggioranza in regione e proporsi come forza strategicamente alternativa al centrodestra e al centrosinistra.

La proposta di un polo della sinistra di classe è la più adeguata a dare risposte a una crisi che nelle intenzioni delle forze politiche che oggi sostengono Monti sarà scaricata sui lavoratori attraverso politiche di vero e proprio massacro sociale. È ora di dire basta!


FRANCESCO GILIANI,
DAVIDE BACCHELLI,
GEMMA GIUSTI,
NANDO DE MARCO,
ILIC VEZZOSI,
NICO MAMAN

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