#fightfor15 - Dagli Usa all'Italia lottiamo per un salario dignitoso! - Falcemartello

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Fast food global, la giornata di mobilitazione internazionale dei lavoratori dei fast food, si è tenuta il 15 maggio in ben 33 paesi nel mondo, tra cui Thailandia e Marocco.

L’iniziativa è partita negli Stati Uniti nel novembre del 2012 quando, sull’onda del movimento Occupy Wall Street, 200 lavoratori di diverse catene di fast food di New York si sono mobilitati contro le misere paghe della multinazionale e rivendicando la sindacalizzazione dei lavoratori del settore senza rappresaglie da parte delle aziende.
Lo sciopero del 15 maggio negli Usa è arrivato a coinvolgere 150 città ed era scandito dallo slogan Fight for fifteen, ossia lottiamo per i 15 dollari l’ora, a fronte di un salario minimo di 7,50 dollari attuale, comprendente anche la parte per la previdenza sanitaria. Anche altre rivendicazioni molto avanzate sono state urlate dai lavoratori durante lo sciopero: a Buffalo N.Y. veniva scandito “Burger King i tuoi lavoratori vogliono il sindacato e l’aumento”; oppure a Boston “In sciopero! Si chiude baracca, questa è una città sindacalizzata!”. Secondo l’Economist nel 1968 il salario minimo era il 54% rispetto alla media dei salari del settore privato (senza considerare i salari nell’agricoltura), oggi si attesta al 36%. Inoltre i sindacalizzati nel settore nel 1973 erano il 25% mentre ora sono solo il 7%.
Negli ultimi anni gli scioperi locali o nei singoli fast food per aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro si sono susseguiti in molte città statunitensi e spesso sono riusciti a strappare delle conquiste. La National restaurant association, l’associazione dei ristoratori Usa, ha risposto alla rivendicazione da parte dei lavoratori di un aumento significativo delle loro paghe dicendo che non possono permettersi di ridurre il profitto, che con gli aumenti si bloccherebbero nuove assunzioni e che i prezzi lieviterebbero. Infatti, la lotta che si dovrebbe ingaggiare con determinazione è proprio quella che mira a spostare i profitti delle aziende verso i salari dei lavoratori.
Gli scettici di tutto il mondo hanno cercato di analizzare la frammentarietà del mondo del lavoro per teorizzare l’inevitabile vittoria del capitale e l’incapacità di penetrazione delle organizzazioni riformiste tra questi lavoratori. Questo esempio di lotta, invece, dimostra senza troppa teoria alle spalle che lottando si può vincere e i lavoratori acquisiscono consapevolezza che per essere più forti e vincere c’è la necessità di organizzarsi. Ora chiedono un sindacato domani chiederanno un partito dei lavoratori negli Stati Uniti.
In Italia le condizioni contrattuali e le paghe non vanno certo meglio che negli Usa. La grande campagna mediatica di McDonald’s lanciata da una pubblicità del regista Gabriele Salvatores, puntava a sottolineare che l’azienda porterà 3mila posti di lavoro in Italia e vanta di avere il 90% dei dipendenti a tempo indeterminato. La pubblicità non dice che la prassi è l’assunzione a “part-time weekend” con contratti di 8 ore settimanali frammentate pagate meno di 8 euro lordi e con scatti d’anzianità che portano al massimo a 30 ore settimanali per 900 euro mensili di salario.
Non contenti la Fipe-Confcommercio, la categoria di cui fa parte McDonald’s, Autogrill e altri, ha annunciato la disdetta del contratto nazionale. La motivazione? Abolire scatti d’anzianità, ridurre i permessi ed eliminare altre conquiste dei lavoratori come le maggiorazioni per i turni festivi e notturni. In parole povere sarebbe il “modello Marchionne” esteso ai fast food che comporterebbe l’unilateralità dell’azienda sulle modalità di contratto. Naturalmente il Job acts di Renzi fa da copertura a tutto questo.
Lo sciopero in Italia il 16 maggio sembra aver avuto una partecipazione al di là delle aspettative delle organizzazioni sindacali. Bene! Significa che i lavoratori sono disposti a lottare. Ma come si concilia la lotta per il contratto e contro lo sfruttamento dei lavoratori per un salario dignitoso con il contratto per l’Expo 2015 di Milano firmato da Cgil, Cisl e Uil? Non è più sostenibile la posizione dei vertici della Cgil che per garantire i posti di lavoro è necessario scendere a compromessi su questioni riguardanti diritti e salario perché c’è la crisi. Questa linea porta ad accettare accordi come quello di Bologna nel 2012: di fronte a 24 lavoratori licenziati da Autogrill ne vengono riassorbiti la metà da McDonald’s con orari ridotti da 30 a 18 ore settimanali.
La linea concertativa della Cgil sta portando solamente al peggioramento consistente delle condizioni salariali dei lavoratori e non sta arginando la perdita di posti di lavoro. Invece di rilanciare una controffensiva e lottare per la conquista di salari e condizioni di lavoro dignitosi la direzione della Cgil spera ancora di poter ottenere delle briciole dalla controparte!
La redistribuzione della ricchezza dagli anni ’80 a oggi è andata tutta a vantaggio dei profitti, i padroni ci stanno strappando tutte le conquiste che sono state ottenute dai lavoratori negli anni ’70 e i lavoratori sentono tutto ciò sulla loro pelle. Per questo è necessaria una lotta generalizzata per la rivendicazione di un salario minimo intercategoriale di 1.200 euro.
Non è utopia e la battaglia salariale che fanno i lavoratori negli Usa ce lo dimostra!