Tutti in piazza il 20 marzo a difesa dell’acqua pubblica - Falcemartello

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Per diversi decenni la maggior parte di noi ha sempre considerato l’accesso all’acqua come qualcosa di garantito e comunque con scarsi legami non solo con le logiche del profitto, ma anche con gli eventi bellici. Gli avvenimenti degli ultimi anni indicano come molte delle nostre certezze si stiano dissolvendo.

Dopo l’invasione dell’Iraq del 2004 e i devastanti combattimenti, le macerie furono gettate nel fiume da cui la gente beve. La BBC News indica questa tra le possibili cause dell’altissimo tasso di difetti alla nascita (bambini nati con tre teste, senza un braccio, con gravi problemi cardiaci) che si registra a Fallujah, come conseguenza delle armi utilizzate dai militari americani.

Dal 2004 nessuno ha avvisato la popolazione di non bere, nessuno si è preoccupato di fare controlli, di tutelare quella bimba col ciucciotto che appare in foto sul sito della BBC News, a prima vista bella, sana, se non fosse per quella mano che non c’è.

Il diritto di accesso all’acqua, come la garanzia che l’acqua non danneggi la nostra salute, divengono dunque ogni giorno meno certi non solo nel lontano Iraq.

Le cifre sull’acqua parlano chiaro: un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e altri due miliardi e mezzo non possono contare su servizi igienici adeguati, se le attuali politiche della Banca Mondiale e delle multinazionali non saranno fermate, nel 2050 quasi la metà della popolazione mondiale sarà in grave carenza idrica.

Il divieto di accesso all’acqua viene esercitato principalmente mediante:

• la privatizzazione, che crea disparità sociali come quella che nel Ghana ha portato ad una spesa quotidiana dei poveri urbani per l’acqua mediamente sette volte superiore a quella delle famiglie della classe medio-alta e che penalizza i lavoratori;

• il business delle acque minerali che rientra tra le forme di privatizzazione delle sorgenti e quindi di accesso negato alle popolazioni che prima ne usufruivano liberamente e che, favorito da caos legislativo e mancate tutele, diviene un fenomeno sempre più preoccupante anche in Italia.

• il divieto di accesso ai fiumi mediante i grandi sbarramenti;

• altre forme di divieto di accesso all’acqua come quella imposta ai palestinesi di non utilizzare i pozzi scavati sulle loro stesse terre, o gli effetti delle contaminazioni.

Nei paesi capitalisti sono entrate in crisi una serie di scelte tecnologiche, da un modello industriale a misura dei padroni che ci auguriamo una nuova stagione di protagonismo del movimento operaio rivoluzioni completamente, a tecniche di gestione dei fiumi antiquate che gli ambientalisti definiscono idrodinosauri1, e che stanno portando all’estinzione anche noi.

Nell’attuale fase di stretta ecologica il capitalismo non riesce, infatti, ad innovare senza mettere in crisi il suo stesso sistema di accumulazione, potremmo dire che stretta ecologica e stretta tecnologica sono le due facce di una stessa medaglia, motivo per cui è sempre più urgente e decisivo coniugare la lotta di classe con modalità produttive che mettano in discussione la logica del profitto e che consentano di lasciare un’impronta positiva sull’ambiente2.

Nel nostro paese, da quando è stata approvata la legge Galli che ha introdotto le privatizzazioni nel settore idrico, gli investimenti che doveva stimolare si sono più che dimezzati, mentre le tariffe sono lievitate del 61% a fronte di un’inflazione aggregata del 22% (Rapporto 2009 di Civicum/Mediobanca).

Tra i casi più noti3 quello di Arezzo, dove la Società per azioni a cui è stata affidata la gestione è la Nuove Acque S.p.A., con capo cordata la seconda multinazionale a livello mondiale del settore, la Suez. Arezzo è al terzo posto in Italia per le tariffe che sono aumentate del 300%, mentre è largamente sotto la media nazionale per gli investimenti. Non solo, ma per gli investimenti previsti diversi comuni si sono dovuti indebitare lasciando in pegno alle banche le proprie quote. Di fatto oggi le decisioni più importanti non sono più prese dai comuni che hanno ceduto le loro quote ma direttamente dalle banche, con un’azione di controllo esercitata dal pubblico praticamente nulla.

Assicurare una gestione pubblica è decisivo anche per poter sottrarre alle speculazioni la crescente domanda di acqua pura che nasce dall’inquinamento ambientale4, impedendo che le multinazionali si approprino delle nostre acque migliori, quelle con caratteristiche qualitative a prova di normative internazionali. Si tratta di fermare sul nascere azioni combinate di appropriazione e di privatizzazione come quella Nestlè – Società Girgenti S.p.A.5 che in provincia di Agrigento stanno danneggiando l’erogazione sia quantitativa che qualitativa dell’acqua pubblica.

Interessante nell’intervista su “Left” del 18/02/10 la risposta di Maurizio Montalto avvocato del Gruppo studio acqua pubblica di Legambiente ed impegnato da anni nella battaglia per la ripubblicizzazione, alla domanda: quali sono i vantaggi dell’acqua pubblica? “Innanzitutto la fiscalità, il sistema di tassazione è diverso da quello previsto per il mercato e si possono ridurre i costi per la collettività. Poi i posti di lavoro che sarebbero maggiormente garantiti: si applicherebbero i contratti pubblici per un percorso occupazionale più solido e chiaro per i lavoratori. E soprattutto verrebbe riconosciuto il diritto all’acqua. L’obiettivo del pubblico è quello di garantire il servizio e portarlo nelle case, quello del privato è invece il profitto, cosa che inciderebbe inevitabilmente sulla qualità del servizio dovendo ottimizzare i costi. Rispetto a una gestione privata, quella pubblica aderisce maggiormente al territorio, la politica locale conosce le esigenze dei suoi cittadini e sa come rispondere, ciò non può che condizionare positivamente il funzionamento del servizio”.

Quest’ultimo punto, la maggiore adesione al territorio delle gestioni pubbliche, ha importanti risvolti anche sulle possibilità di voltare pagina sul modello tecnico gestionale, in quanto consente di poter pianificare le azioni necessarie a far partire la raccolta differenziata degli scarichi, a far sì che i fanghi della depurazione possano rientrare nel ciclo biologico senza dover essere sotterrati in discarica, a rendere il settore idrico un pezzo fondamentale delle ristrutturazioni urbane necessarie ai fini di una gestione sostenibile.

I principali strumenti della lotta alla privatizzazione, adottati dal forum dei movimenti per la ripubblicizzazione dell’acqua e sintetizzati nell’intervista su “Left”, sono:

1. La decisione se privatizzare o meno il servizio idrico rimane nelle mani delle amministrazioni territoriali. La normativa italiana non è cambiata al riguardo e sono, quindi, i Comuni, le Province o gli Ambiti Territoriali Ottimali a scegliere.

2. Come si sceglie la gestione pubblica? Innanzitutto Comuni, Province o Ambiti Territoriali Ottimali devono stabilire che l’attività da svolgere non debba avere finalità di lucro.

3. Scegliere che il servizio idrico non debba avere finalità di lucro pone immediatamente al riparo dal decreto Ronchi. La destra che spinge per le privatizzazioni nel nostro paese ha, infatti, modificato con questo decreto le regole del mercato nel caso che gli enti locali di cui sopra decidano di gestire con scopo di lucro.

è fondamentale raccogliere, a partire dal mese di aprile, il maggior numero di firme possibile per il referendum abrogativo contro il decreto Ronchi.

Infine è importante porsi al riparo anche dall’altra privatizzazione, quella voluta da una ”sinistra” che finge di remare in senso contrario perché vuole che il sistema delle società di proprietà pubblica che godono dell’affidamento diretto rimanga in piedi (Spa pubbliche che possono, ad esempio, assumere senza concorso). L’altra privatizzazione può essere evitata seguendo le indicazioni, tra gli altri, di padre Alex Zanotelli6, voce tra le più autorevoli del movimento che si batte contro la privatizzazione dell’acqua, che chiede un impegno a dare la gestione ad un ente di diritto pubblico e non ad una società per azioni pubblica, che è l’espediente per farci entrare il capitale privato, il profitto.

Tutto ciò però è impossibile senza una lotta di massa che parta dalla manifestazione del 20 marzo a Roma e che rilanci il protagonismo dei lavoratori del settore nella riconquista dell’acqua pubblica e nel controllo e nella gestione del servizio