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Il titolo dell’Economist dice già tutto: “Europa: Molto dolore, misero guadagno”. In tutta Europa, i governi stanno lottando per riprendere il controllo dei loro immensi deficit. Per farlo però, devono presentare il conto alla classe operaia e alla classe media. La verità diventa quindi sempre più chiara agli occhi dei lavoratori, che si trovano ad affrontare un intero periodo di  tagli e di attacchi ai loro standard di vita. E stanno reagendo.

Alla conclusione dell’ennesimo G20 riunito in Corea, i segnali che arrivano dall’economia mondiale sono contrastanti. Dopo due o tre trimestri (a seconda dei paesi) di ripresa, la crescita pare rallentare. È sostanzialmente unanime tra gli analisti la valutazione che la fine degli effetti dei vari piani di stimolo sia parte importante di questo rallentamento (esemplare quanto sta avvenendo con l’auto, anche in Italia, o con il mercato immobiliare negli Usa); c’è invece divisione sulla prospettiva: double dip, ossia nuova recessione a breve? Semplice rallentamento della crescita?

A noi pare che ciò che emerge con maggiore forza sia non solo la difficoltà a ristabilire una crescita stabile e duratura, ma anche la crescente divaricazione fra le diverse aree del mondo: le stesse cause producono effetti diversi nelle diverse aree del mondo, aumentando tensioni e squilibri che non hanno mancato di manifestarsi nella riunione di Seul (così come non è mancato il consueto documento finale che tenta di coprire con gli equilibrismi delle parole gli squilibri dell’economia).

Tabella 1

Ma andiamo con ordine. Il punto peggiore della crisi è stato toccato tra la fine del 2008 e il principio del 2009. A giugno 2009 l’utilizzo della capacità produttiva negli Usa ha toccato il punto minimo: 68,2%. Da allora questo indicatore importante è salito ininterrottamente fino al 74,8% di agosto, per poi frenare leggermente al 74,7 di settembre (nota: il picco del ciclo precedente fu dell’81,7 nell’aprile 2008). È importante notare che la capacità complessiva installata non cresce, mentre la produzione è attorno al 93% di quella del 2007.
A livello globale le prospettive del Fondo monetario internazionale indicano una crescita del 4,8 per il 2010 e del 4,2 per il 2011. È importante notare le forti differenze: i paesi asiatici crescono molto di più degli Usa, gli Usa molto più dell’Unione europea e nell’Ue la Germania fa la parte del leone. (Tabella 1)

Gli squilibri commerciali

La ripresa della produzione riguarda soprattutto i paesi con forte capacità di esportazione, Cina e Germania per prime. La divaricazione tra diverse aree del mondo emerge con chiarezza nei dati del commercio mondiale. Il crollo del commercio internazionale è stato clamoroso nel 2009: -11%. La ripresa appare forte nel 2010, con una previsione di aumento dell’11,4%, un dato che può trasmettere una fuorviante sensazione di ritorno alla “normalità”. Così non è, tuttavia, come dimostra un’analisi più dettagliata. In genere i dati sul volume commercio internazionale seguono lo stesso andamento della produzione, ma con una forte amplificazione. Secondo gli analisti del Fmi storicamente il calo del commercio amplifica di cinque volte il calo della produzione; la ripresa attuale mostra come, al di là di un fisiologico “rimbalzo” causato dalla virtuale paralisi del credito nei mesi più neri della crisi, oltre che dal crollo negli investimenti produttivi, essa si divarichi fra le diverse aree del mondo: la ripresa degli scambi si è avviata nei paesi emergenti a un ritmo che è più che doppio rispetto alla media mondiale e circa cinque volte più rapido che nei paesi avanzati. Il calo era stato brusco e sincronizzato, in qualche modo “appiattendo” le differenze tra i vari paesi; differenze che ora riemergono con forza, e spiegano le crescenti tensioni che hanno portato sulle pagine dei giornali l’espressione “guerra valutaria”.
Così, se nell’annus horribilis 2009 lo storico deficit commerciale Usa si era drasticamente ridotto a “soli” 374,9 miliardi di dollari (nei tre anni precedenti era rimasto stabilmente attorno o sopra i 700 miliardi), già nel 2010 si proietta verso i 500 miliardi; in modo speculare la Cina accumula nei primi nove mesi del 2010 un attivo commerciale nei confronti degli Usa di 201 miliardi di dollari (227 in tutto il 2009).
I dati mostrano la natura strutturale di questi squilibri: gli Usa, col 20,4% del Pil mondiale 2009 rappresentavano il 10% dell’export mondiale di merci e servizi, mentre la Cina con il 12,6% del Pil rappresentava l’8,5% delle esportazioni mondiali. In questa analisi emerge in modo clamoroso l’internazionalizzazione dell’economia tedesca, che con il 4% del Pil mondiale genera l’8,6% delle esportazioni.
Sono però passati i tempi in cui la presenza cinese sui mercati mondiali era tutto export a basso prezzo, seppure questo elemento rimane qualificante nella struttura industriale e commerciale cinese. Le importazioni crescono più rapidamente delle esportazioni, il mercato interno, sia quello generato dalla spesa pubblica che dai consumi privati, è in espansione.

Tabella 2

L’esportazione di capitali cinesi avanza (ultimo esempio: il Pireo, il porto di Atene). All’orizzonte si profila il tentativo di modificare la struttura economica cinese rafforzando il mercato interno e mutando quindi l’orientamento degli investimenti tanto pubblici che privati. La lotta di classe incide, poiché se in Europa si sciopera per gli effetti della crisi, in Cina si sciopera per gli effetti della crescita economica, come testimonia la lotta vittoriosa degli operai della Honda che a giugno hanno scioperato strappando aumenti dal 32 al 70% per i salari più bassi. Il punto tuttavia è che questi sono cambiamenti di grandi proporzioni, che implicano processi lunghi e conflittuali, anche sul piano sociale e politico. Nel frattempo il mondo continua a litigare sui tassi di cambio fra le monete e sugli squilibri del commercio mondiale.
L’altro braccio della tenaglia è costituito dall’esplodere dei debiti sovrani, ossia dell’indebitamento degli Stati (Tabelle 2 e 3).

Regolarmente i sismografi del mercato finanziario segnalano le fibrillazioni che precedono le ondate speculative che colpiscono questo o quel paese. Colpita la Grecia, ad essere nel mirino sono ora Irlanda e Portogallo, con l’Italia in terza posizione.
I tre paesi non sono assimilabili per dimensioni delle economie e natura dei debiti; l’Irlanda è oggi nell’occhio del ciclone, con il governo costretto a sostenere due banche colpite dal calo del mercato immobiliare e dalla crisi finanziaria globale, con un costo finale dell’intervento stimato fino a un terzo del Pil, ossia 50 miliardi di euro.

Tabella 3

L’Italia non è altrettanto esposta sul piano dei debiti privati, mentre il debito pubblico pur consistente è stato in buona parte ristrutturato prima della crisi, allungandone le scadenze e abbassandone il costo. Resta che lo Stato italiano deve collocare titoli per svariate centinaia di miliardi di euro nella prossima fase, e se ad oggi non appare probabile una crisi di tipo greco, pure il famigerato spread, ossia la differenza di rendimento fra i titoli italiani e quelli dei virtuosi tedeschi, tende nuovamente ad allargarsi. è questo un segnale che i “mercati”, ossia l’aristocrazia della finanza mondiale, ritengono loro sacrosanto dovere spillare qualche litro di sangue in più dal contribuente italiano, ricordandogli che seppure l’Italia non è la Grecia, non si detiene impunemente uno dei maggiori debiti pubblici al mondo (e anche la crisi politica ha un costo esattamente valutabile dai mercati…).


La Germania corre, l’Europa arranca

Il punto è che anche in un’Europa che nel complesso appare come l’area meno dinamica dell’economia mondiale, il quadro va ulteriormente ingrandito. Con una crescita del 3,3% e un attivo commerciale di 240 miliardi, l’economia tedesca appare solidamente agganciata alla ripresa mondiale. I motivi sono elencati in un interessante approfondimento del Bollettino economico della Banca d’Italia (ottobre 2010): le controriforme nel sistema dei sussidi di disoccupazione; la “ridotta diffusione dei contratti di categoria”, la cui copertura tra il 1996 e il 2009 è scesa dal 69 al 56% della forza lavoro nei länder occidentali e dal 56 al 38% in quelli orientali; la “moderazione salariale” e in generale una politica sindacale che ha messo sul piatto una forte flessibilità salariale e d’orario, sostenuta dall’aumento dei sussidi pubblici, in cambio di una maggiore stabilità occupazionale. In altre parole l’industria tedesca, partendo da una posizione di vantaggio, è riuscita a curare i propri punti di forza, a non disperdere patrimonio tecnico e manodopera qualificata, in alcuni casi ha reinternalizzato produzioni spostate all’estero scaricando fuori dai confini nazionali le tensioni i conflitti determinati da chiusure e ristrutturazioni: con questi metodi è stata fra le più pronte a ripartire, nonostante la sua forte internazionalizzazione l’avesse duramente esposta al crollo dei mercati.
Indubbiamente anche in Italia numerosi sindacalisti cresciuti a pane e concertazione gradirebbero percorrere la stessa strada. Tuttavia è bene capire che si tratta di una politica praticabile solo da un paese forte, con dirette ricadute sugli altri paesi dell’area dell’Euro che vengono messi due volte alla frusta: la prima sul piano produttivo, la seconda con le nuove e più stringenti regole che Francoforte si ingegna ad imporre a tutti i paesi dell’Euro: sanzioni automatiche, perdita del diritto di voto in sede comunitaria per i paesi inadempienti, criteri più severi di gestione delle finanze pubbliche, intervento solo nella misura in cui sia indispensabile per il sostegno non dei debitori, ma delle banche creditrici (da manuale, al riguardo, il “salvataggio” della Grecia).

Le “armi non convenzionali” del Governatore

Su questa Europa a più velocità si abbatte infine la più volte citata “arma non convenzionale” di Ben Bernanke, capo della Federal reserve. Bernanke ha dichiarato appunto qualche settimana fa che per fronteggiare i rischi di una ricaduta nella recessione, la Fed avrebbe dovuto usare “armi non convenzionali” e alle parole ha fatto prontamente seguire i fatti, buttando sul mercato 600 miliardi di dollari. Gli economisti lo chiamano Quantitative easing (allentamento, o ammorbidimento, quantitativo), ma la traduzione esatta è “stampare carta moneta”. La Fed, come tutte le altre banche centrali e in particolare la Banca d’Inghilterra, già da tempo si è impegnata in operazioni spregiudicate, riacquistando allegramente titoli tossici di varia natura. La Bce ha dovuto violare il proprio stesso statuto per poter fare altrettanto nella crisi greca. Si tratta della più classica manovra inflazionistica, usata appunto tipicamente nei periodi di guerra.
Se oggi le banche centrali si permettono di giocare col fuoco in questa maniera, ciò è anche reso possibile dal fatto che la domanda debole e l’alta disoccupazione che deprime i salari, nonché l’elevata capacità produttiva non utilizzata, sono fattori che tengono bassi i prezzi e allontanano i rischi di inflazione impliciti in questo tipo di politiche.
Non per questo la manovra è meno esplosiva. Vediamone brevemente le conseguenze. In primo luogo, si indebolisce il dollaro favorendo le esportazioni Usa e colpendo quelle dei paesi concorrenti. In secondo luogo, abbassando il dollaro si abbassa anche il valore della enorme massa di titoli Usa sparsi in giro per il mondo e in primo luogo nei forzieri dei fondi e delle banche centrali dei paesi asiatici, degli Stati del Golfo, ecc; in pratica Bernanke si fa l’autoriduzione del debito. In terzo luogo si genera una nuova spinta speculativa, poiché con tassi prossimi allo zero e un dollaro tendenzialmente in calo non c’è niente di più facile che prendere a prestito negli Usa a costo zero, reinvestire altrove e incassare il differenziale sugli interessi e il premio ulteriore della svalutazione.
Queste politiche colpiscono in parte la Cina, come partner commerciale e come detentore di un cospicuo stock di titoli Usa, e ancor più duramente l’Europa, che non può seguire Washington sulla stessa strada. Nel tiro alla fune sono proprio i paesi europei più deboli l’anello che con ogni probabilità è destinato a rompersi per primo.
Né è detto che questa politica spregiudicata a lungo termine gioverà più di tanto agli stessi Usa. Precisamente come le armi non convenzionali sono per definizione poco controllabili anche da parte di chi le impiega, inondare il mondo di dollari il cui valore a un certo punto può diventare un’incognita potrebbe rivelarsi un boomerang. Intanto si contribuisce a rigonfiare qualche bolla speculativa che amplifica le tensioni sui prezzi di diverse materie prime già spinti verso l’alto dalla forte domanda cinese e asiatica. Più in generale sembra una riedizione, in un contesto molto più deteriorato, della politica monetaria di Greenspan che dopo la crisi del 2001 inondò il mondo di dollari e credito facile, con i risultati ben noti.
Si palesano quindi le insanabili contraddizioni di un sistema mondiale incapace di ritrovare un centro dirigente e un assetto stabile, tanto che qualche voce (pare che fra queste vi sia lo stesso Governatore della Banca mondiale) si domanda se non sia l’ora di tornare a un qualche ruolo dell’oro negli scambi internazionali, quasi che la “oggettività” del valore della merce-denaro potesse in qualche modo arbitrare le contese fra i colossi del capitalismo mondiale, a quarant’anni da quel fatidico 1971 in cui il presidente Nixon sganciò il dollaro dalla parità aurea trasformando il biglietto verde in una pura entità politica. Allora fu uno dei segnali della crisi di egemonia che colpiva l’imperialismo americano (e mondiale), posto di fronte alla triplice minaccia della ondata rivoluzionaria nel mondo ex coloniale, della contestazione operaia aperta dal Maggio francese e dilagata in Europa e oltre, e infine della sua stessa crisi interna. Allora il timoniere del capitalismo mondiale con quella scelta dichiarava la sua scelta di liberarsi le mani, la sua “irresponsabilità” se non di fronte ai propri supremi interessi. Oggi si certifica che non esiste più né timone, né timoniere.
È questo lo sfondo delle nostre sfide: il nemico che abbiamo avuto di fronte per trent’anni, ossia un capitalismo mondiale che pareva aver ritrovato slancio e aggressività e soprattutto una composizione dei suoi conflitti, che si presentava come un muro compatto di fronte a qualsiasi movimento volto alla trasformazione sociale, ebbene questo nemico non è sconfitto ma ha indubbiamente perso la direzione di marcia. La sua crisi produce mostri, ma apre anche i varchi di chi lotta per un mondo nel quale sfruttamento, crisi, disoccupazione, spreco, sovrapproduzione, saccheggio delle risorse, diventino solo ricordi di un passato barbarico.

Per oltre venti anni l'ideologia del “pensiero unico del mercato” ha dominato la scena sia a livello accademico, con alcune eccezioni, sia a livello di propaganda sui media e, quel che più conta, nelle scelte di politica economica dei governi.



A livello teorico questo modo di intendere lo sviluppo economico aveva ben poco di scientifico e si basava soprattutto sulla presunta “efficienza” dei mercati che attraverso la pratica di politiche di “liberalizzazione” almeno per macro aree economiche avrebbero consentito un più razionale impiego delle risorse e pur dovendo fronteggiare degli “shock economici” ciò avrebbe consentito una crescita più o meno costante e sostenibile.

Queste politiche avevano però bisogno fondamentalmente di due sostegni:

- una politica monetaria e di bilancio rigorosa.

- una adeguata flessibilità del mercato del lavoro

L'Europa di Maastricht è nata su questi presupposti, con i suoi parametri (rapporto debito/Pil, rapporto deficit/Pil), con la Bce che ha accentrato su di se la politica monetaria e del cambio inserendo nel suo statuto il divieto di finanziare i debiti degli Stati membri.

È stato il trionfo del neoliberismo che ha avuto un punto di appoggio sostanziale, sul piano della propaganda politica, nel fallimento dei regimi dell'est europeo. Per oltre un ventennio sono dilagate politiche di privatizzazione, di precarizzazione del mercato del lavoro e attacchi allo stato sociale. All'aumento della capacità produttiva faceva riscontro l'aumento della concorrenza fra lavoratori ed una sostanziale diminuzione del potere d'acquisto dei loro salari. Qui sta la causa vera che ha innescato la crisi attuale.

Sul piano finanziario già nel 2007 c'erano state le prime avvisaglie col salvataggio in extremis di Bear Sterns, una fra le prime cinque Banche d'affari statunitensi, da parte di JP Morgan Chase (il braccio armato della Fed), ma è nel 2008, con lo scoppio della bolla immobiliare americana a cui ha fatto da detonatore l'insolvenza diffusa sui mutui sub-prime e con il conseguente primo importante fallimento bancario, quello di Lehman Brothers nel settembre dello stesso anno, che la crisi si materializza in tutta la sua virulenza.

Lo shock è stato violentissimo, l'intero sistema finanziario ha rischiato il collasso, tanto da cogliere di sorpresa in un primo momento le stesse autorità monetarie (Banche Centrali, Fmi). Le massicce iniezioni di liquidità hanno in prima istanza scongiurato la paralisi totale, ma non hanno risolto nessuno dei problemi sostanziali che stanno alla base di questa crisi che ha determinato la più violenta recessione a livello planetario dagli anni Trenta ad oggi.

Le politiche di “quantitive easing” (ossia per l’appunto l’iniezione di liquidità da parte delle banche centrali) a distanza di circa due anni dalla loro adozione ed implementazione non hanno ancora oggi nei Paesi a “capitalismo maturo” ripristinato un regolare funzionamento del circuito del credito. In particolare la Fed ha visto aumentare in maniera esponenziale le sue “passività” (da circa un trilione di dollari prima dello scoppio della crisi ad oltre due trilioni di dollari recentemente). I debiti delle grandi banche sono stati addossati ai bilanci pubblici per evitarne il fallimento. Le conseguenze sull'economia “reale” sono state altrettanto devastanti: chiusure di aziende, tagli occupazionali variamente giustificati hanno prodotto la perdita di trenta milioni di posti di lavoro in tutto il mondo. Questo è anche quello che ha dichiarato pochi giorni fa il direttore del Fmi Dominique Strauss Kahn al Forum internazionale sullo sviluppo umano di Agadir ed ha aggiunto che le prospettive future su questo versante sono drammatiche.

Nei Paesi dell'Unione europea le conseguenze della crisi sono molto pesanti: peggioramento dei bilanci pubblici, alcuni Stati in default come la Grecia o comunque molto vicino come l'Irlanda in questi giorni, con insolvenze di due banche irlandesi pari a 50 miliardi di euro, un terzo del Pil dell'intero paese. Anche altri paesi hanno visto deteriorarsi la situazione, i cosiddetti paesi periferici (i cosiddetti “pigs”, ovvero oltre ai già citati Grecia e Irlanda anche Portogallo e Spagna). L'Italia dal punto di vista del rapporto deficit/Pil è in una situazione relativamente migliore, ma non da quello del rapporto debito/Pil e comunque sconta dal punto di vista della struttura industriale un gap negativo nei confronti dei due Paesi più forti all'interno dell’Ue cioè Francia e Germania.

È interessante analizzare lo sviluppo della situazione partendo proprio da qui.

Lo scoppio della crisi greca ha costretto i paesi dell'Ue ad intervenire per scongiurare il default ufficiale del debito pubblico greco (circa il 120% del Pil ) in buona parte detenuto da banche e soprattutto da banche tedesche e francesi.

I provvedimenti contemplati negli accordi presi in fretta e furia ai primi di maggio di quest'anno hanno previsto un plafond di “sostegno” di 750 miliardi di euro di cui 550 dall'Ue e 200 dal Fmi con la contropartita di pesantissimi tagli alla spesa pubblica nel bilancio della Grecia accettati ed attuati dal governo greco ma che hanno visto e stanno vedendo una fortissima opposizione e mobilitazione dei lavoratori greci. L'attuazione di questo piano di interventi ha visto anche in parte cambiare le modalità di intervento della Bce. Per evitare in qualche modo l'ondata speculativa al ribasso sui titoli di Stato greci l'asse Sarkozy-Merkel si è accordato col governatore della Bce J.C. Trichet per consentire alla Banca centrale di intervenire in acquisto dei titoli in questione sul mercato secondario, e ciò in violazione dello statuto della Banca centrale che fa espresso divieto a tale tipo di intervento. Le modalità con le quali la Bce sta intervenendo in questa situazione si possono così sintetizzare:

- tasso di riferimento all'1%

- tasso fisso nelle operazioni di “ mercato aperto” (pronti contro termine)

- aumento esponenziale dei titoli accettati in garanzia delle suddette operazioni pronti contro termine (si noti che per il finanziamento del sistema bancario tedesco da parte della Bce, prima della crisi, era contemplato un paniere di circa 400 titoli da prendere a garanzia, ora si è arrivati ad oltre 7000, praticamente tutti i titoli “spazzatura” in circolazione).

- quantità illimitata.

- “sterilizzazione” di queste operazioni vendendo Bund (questo spiega perchè il governo di Angela Merkel è intervenuto vietando le operazioni di vendita allo scoperto sul mercato tedesco senza che gli altri Partners europei prendessero analogo provvedimento).

Lo scopo evidente di queste operazioni di “sterilizzazione” è appunto quello di evitare un possibile impatto inflattivo con successivo rialzo dei tassi di mercato in uno scenario di sostanziale stagnazione economica nell'area euro, o per meglio dire di fragile ripresa, con l'eccezione della Germania. Tutti i governi dei paesi Ue stanno attuando politiche di tagli della spesa pubblica, con diverse modalità e ampiezza, ma pur sempre di politiche restrittive si tratta.

In questo quadro la Germania sta esercitando una funzione egemone all'interno della Ue assecondata soprattutto dalla Francia ed impone le scelte di politica di bilancio agli altri paesi membri. La Germania da tempo attua una politica di sostanziale contenimento della domanda interna con contenimento dei salari, puntando sull'esportazione di merci e capitali ed attirando contemporaneamente altri capitali al suo interno. La ragione fondamentale di questa politica risiede nell'utilizzo del vantaggio competitivo che l'apparato industriale tedesco ha nei confronti degli altri paesi membri impedendo a questi attraverso la “protezione” dell'euro svalutazioni competitive che si innescherebbero se ogni stato avesse la propria moneta nazionale come accadeva in passato.

Nella situazione attuale queste politiche deprimono ulteriormente la “domanda aggregata”, soprattutto quella dei paesi periferici, ed innescano una azione centrifuga dei movimenti di capitale verso il paese “guida” dell'Ue, dal quale in parte si incanalano poi nel “flusso”attuale verso i cosiddetti paesi emergenti.Come si può ben comprendere ciò non fa altro che aggravare la situazione dei “paesi periferici”, di quelli che stanno nel mezzo come l'Italia con ripercussioni molto serie sul reddito e sull'occupazione. .

Le recenti intese all'interno della Commissione europea che riscrivono sostanzialmente capitoli del Trattato di Lisbona, come l'inasprimento delle sanzioni nella quantità e nelle modalità di applicazione fino a giungere alla sospensione del diritto di voto in Commissione per i paesi che sforano i parametri, ratificano questa gerarchia all'interno dell'Ue da questo punto di vista è del tutto effimero e propagandistico il vantaggio sbandierato da Tremonti e Berlusconi che deriverebbere all'Italia dalla modifica del parametro Debito pubblico/Pil in Debito aggregato/Pil (cioè debito pubblico più debito privato, il primo fra i più elevati, il secondo fra i più bassi dei paesi membri). Innanzitutto questo non è ancora un accordo vero, ma una mera possibilità da valutare in futuro (quando? ); inoltre le due componenti debito pubblico e debito privato sono in rapido deterioramento per effetto della crisi.

Questa politica non risponde ad una domanda di fondo: a chi vendere le merci che il potenziale produttivo (come quello tedesco) mette a disposizione se la domanda interna langue o addirittura è in calo e sui mercati esteri si deve affrontare la concorrenza a basso costo di produzione dei beni standard da parte dei paesi emergenti ed il dumping valutario? La Germania può puntare sui settori avanzati di ricerca, ma gli altri?

È di questi giorni la decisione della Fed di reiterare le politiche monetarie espansive (quantitative easing) per circa 600 miliardi di dollari; la ripresa americana è incerta e senza questo “sostegno” il pericolo di nuova recessione è assai concreto. Puntuale è arrivata la protesta di altri Paesi del G20. C'era da aspettarselo. Il quantitative easing ha come effetto un indebolimento del dollaro che nella situazione concreta attuale significa trasferire in parte sul altri paesi le conseguenze della recessione americana. Il governo cinese tiene la propria valuta nazionale, lo yuan renminbi sostanzialmente ancorato al dollaro Usa, consentendo solo contenute rivalutazioni.

Il Giappone ha un debito pubblico oramai fuori controllo (oltre il 200% del Pil), una domanda interna stagnante, punta all'export e decide di indebolire lo yen. E l'Europa comunitaria che fa?

La Bce non è la Fed, non può esserlo per ragioni oggettive, di conseguenza l'euro non è il dollaro. La politica della Bce mira alla stabilità dei prezzi e di conseguenza a non innescare processi inflattivi poiché la “tenuta” dell'euro e quindi l'afflusso di capitali verso questa unità di conto può essere garantita in modo sostanziale fondamentalmente da una sua “non svalorizzazione” non potendo contare sui vantaggi competitivi che hanno le valute di altri paesi come gli emergenti per un verso, o gli Usa per un altro, per i quali il dollaro continua ad essere “valuta di riferimento internazionale”.

Per essere “valuta di riferimento internazionale” pienamente e non sussidiariamente occorrono alcune condizioni preliminari: un mercato obbligazionario ampio e liquido, uno Stato unitario che faccia da garante, con un esercito forte che testimoni la sua capacità egemonica.

Il dollaro queste caratteristiche le ha ancora tutte, l'euro no. Per l'euro la garanzia sta nella sostanziale tenuta dei conti pubblici e questi dipendono, in assenza di uno Stato unitario, dal rigore con il quale la Commissione Europea riesce ad imporre agli Stati membri la disciplina di bilancio.

Tutto questo, nella situazione attuale, è in aperta contraddizione con la necessità di espansione della domanda aggregata per potere assorbire la sovrapproduzione e riavviare il ciclo economico. Qui sta il nocciolo della questione.

È bene dirlo, nella situazione attuale del capitalismo, questa contraddizione è praticamente irrisolvibile. Non esistono margini entro i quali compensare le opposte tendenze. Il piatto della bilancia o pende da una parte o dall'altra. In questo momento la bilancia, almeno a livello di politiche governative, pende a favore del “rigore di bilancio”. Solo la lotta della classe operaia e dei lavoratori in generale può invertire la rotta, ma questa lotta deve essere organizzata e di lungo respiro. Qui stanno i nostri compiti.

 


Non esiste la “sobrietà tra i capitalisti”. Essi sono “prigionieri” del loro destino: aumentare il capitale a qualsiasi costo. E quando la loro ingordigia porta a crisi come quella odierna non fanno ammenda. Semplicemente esigono di essere salvati e passano ad organizzare un nuovo/vecchio modo di fare soldi.

Il recente disastro economico e finanziario della Grecia, con le ricadute che sta avendo in tutta Europa è solo un punto di passaggio di quella che probabilmente verrà ricordata come la peggior crisi del capitalismo in oltre un secolo, senz’altro peggiore della Grande Depressione degli anni ’30. Una crisi che si è aperta nell’estate del 2007 e che ogni giorno che passa si aggroviglia sempre più, senza che si veda la luce in fondo al tunnel.


 La propensione a truffare ed essere truffati corre parallela alla propensione a speculare durante un boom. Crolli e panici, con il loro motto si salvi chi può, inducono ancor più a imbrogliare per salvarsi. E il segnale del panico è spesso l’emergere di qualche truffa, furto, malversazione o frode – C. P. Kindleberger

La rivincita della speculazione finanziaria

 

Negli ultimi anni il sistema finanziario ha attraversato la più grave crisi dal dopoguerra. Da alcuni mesi, il panico si è arrestato grazie agli immensi aiuti statali, anche se l’uscita dalla crisi non è all’orizzonte.

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