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In Ucraina riesplode la questione nazionale, dopo l’estromissione di Yanukovich dal potere per mezzo di un colpo di Stato favorito dall’imperialismo occidentale. In realtà il  paese da secoli è un crocevia di popoli (il suo stesso nome significa “confine”) ed oggetto delle mire delle potenze confinanti.

L’Ucraina ha assunto la sua attuale conformazione territoriale solo dopo la rivoluzione d’Ottobre, con l’adesione della Repubblica socialista sovietica ucraina all’Unione sovietica.
Con il declino dell’Urss e il ritorno del capitalismo la questione nazionale, mai realmente risolta dallo stalinismo, è ritornata a galla, con la separazione della Crimea e la proclamazione delle repubbliche autonome di Donetsk e Lugansk.

Il diritto all’autodeterminazione nell’epoca moderna

I marxisti hanno dedicato grande spazio alla questione dell’autodecisione nelle nazioni. Marx, Engels, Lenin e Trotskij hanno affrontato questo problema teorico e pratico in ogni sua sfaccettatura, nei loro scritti e nei dibattiti delle organizzazioni che avevano contribuito a creare. Pensiamo che riscoprire le loro analisi possa gettare una luce importante per comprendere i compiti dei rivoluzionari oggi.
Nel testo “Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni” (ottobre 1915), Lenin scriveva: “Imperialismo significa superamento dei limiti degli Stati nazionali da parte del capitale, estensione e aggravamento dell’oppressione nazionale su una nuova base storica. L’imperialismo è l’oppressione sempre maggiore dei popoli del mondo da parte di un pugno di grandi potenze, è un periodo di guerre tra queste potenze per l’estensione e il consolidamento dell’oppressione delle nazioni, è un periodo di inganno delle masse popolari da parte dei socialpatrioti ipocriti, di coloro i quali, col pretesto della ‘libertà dei popoli’, del ‘diritto delle nazioni all’autodeterminazione’ e della ‘difesa della patria’, giustificano e difendono l’oppressione della maggioranza dei popoli del mondo da parte delle grandi potenze.”
L’imperialismo ha sempre utilizzato la questione nazionale a seconda dei propri interessi, modulando le posizioni a seconda della stretta convenienza economica e strategica. Se nelle azioni di Washington ciò si denota in maniera clamorosa, lo abbiamo osservato anche nell’azione di Putin che, dopo aver appoggiato il referendum per l’indipendenza della Crimea, si è rifiutato di agire alla stessa maniera di fronte alla richiesta delle popolazioni di Donetsk e Lugansk, nonostante l’attacco militare criminale del governo di Kiev. Meritano appena una battuta i neo-stalinisti nostrani che, imprigionati dentro ombre ideologiche del passato e incapaci di leggere la divisione in classi della società, sono rimasti delusi da Putin...
Uscendo dai confini dell’ex-Urss, l’esempio del Kosovo, è da manuale. Nel 1999 Germania e Stati Uniti si affrettarono a riconoscere l’indipendenza unilaterale dichiarata da Pristina, dopo che un uguale atteggiamento rispetto alla Croazia e alla Slovenia aveva contribuito a scatenare la guerra civile in tutta la Jugoslavia.
L’imperialismo americano, come quello tedesco, non è mai stato particolarmente affezionato al diritti del popolo kosovaro, dei croati, o di qualunque altra popolazione dei Balcani, alla propria autodeterminazione. Quello che premeva loro era di assicurarsi sfere di influenza in una regione storicamente strategica da un punto di vista geografico e politico.

La posizione dei marxisti

I rivoluzionari russi cominciarono ad affrontare il problema dell’autodecisione delle nazioni al momento di creare l’Unione delle repubbliche sovietiche mediante la loro integrazione nella Rsfr (la Federazione socialista sovietica russa) sulla base dell’autonomia. Un progetto di risoluzione, sulla annessione da parte della Russia sovietica delle nazioni confinanti, era stato presentato da Stalin e criticato da Lenin, il quale propose l’unione volontaria di tutte le repubbliche, compresa la Rsfr, in seno ad una nuova formazione statale, l’Unione delle repubbliche sovietiche, sulla base di una completa parità di diritti.
Lenin raccomandava estrema prudenza e grande tatto nell’affrontare la questione nazionale, criticando in modo feroce ogni residuo di mentalità sciovinista russa presente nel movimento operaio e anche nel Partito bolscevico. Così, infatti, si esprimeva nel ’22:
“Niente ostacola tanto lo sviluppo e il consolidamento della solidarietà di classe quanto l’ingiustizia nazionale e a niente sono così sensibili gli appartenenti alle nazionalità offese come al sentimento di eguaglianza e alla violazione di questa eguaglianza da parte dei loro compagni proletari. Il proletariato non può vincere se non attraverso la democrazia, cioè realizzando completamente la democrazia e presentando, ad ogni passo della sua lotta, rivendicazioni democratiche nella formulazione più decisa. Di qui deriva precisamente che noi dobbiamo legare la lotta rivoluzionaria per il socialismo al programma rivoluzionario sulla questione nazionale” (“Lettera sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione”, dicembre 1922).
Lenin insisteva sulla necessità per il partito rivoluzionario di non impostare la questione del nazionalismo in generale, distinguendo il nazionalismo della nazione dominante dal nazionalismo della nazione oppressa.
Polemizzò con Rosa Luxemburg sull’inserimento nel programma dei marxisti russi di un paragrafo che conteneva il riconoscimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione, cioè a formare Stati nazionali. E, proprio come riconoscere il diritto al divorzio non significa che tutte le coppie si debbano separare, così riconoscere il diritto all’autodecisione non significa che tutti devono formare nazioni separate.
Rosa Luxemburg temeva che al riconoscimento del diritto all’autodecisione si accompagnasse un rafforzamento del nazionalismo piccolo-borghese della nazione oppressa (nel suo caso la Polonia), correndo così il rischio di essere a sua volta accostata al nazionalismo della nazione dominante (la Russia). Quel tipo di sottovalutazione della questione delle nazionalità oppresse la rivediamo al tempo dell’Ucraina sovietica nel 1919. Il governo sovietico guidato da Piatakov e Bosch, infatti, fu percepito come “russificatore” e ciò favorì una ripresa delle armate bianche nella guerra civile. Lenin e Trotskij riuscirono a ribaltare nel congresso del Pc russo dell’ottobre ’19 la politica sulla questione nazionale seguita in Ucraina – con l’appoggio di Rakovsky come nuovo rappresentante in prima linea del governo sovietico – sulla base del riconoscimento della “indipendenza della Repubblica socialista sovietica d’Ucraina”, del diritto al libero uso e sviluppo della cultura e della lingua ucraina e della condanna di ogni forma di russificazione. Tale svolta condusse una parte dei socialisti rivoluzionari di sinistra – già trasformatisi in Ucraina in Partito comunista (Borotba, di lotta) – ad entrare nel Pc ucraino, al quale fornirono un’importante base contadina nell’Ovest del paese, ed alla vittoria nella guerra civile. Trotskij, a tal proposito, scrisse nettamente: “Noi non ci affrettavamo verso la centralizzazione perché ignoravamo come si sarebbero sviluppati i rapporti internazionali e se non fosse quindi meglio per l’Ucraina non legare ancora formalmente il suo destino a quello della Russia. Questa prudenza era ugualmente necessaria in relazione al giovane nazionalismo ucraino che doveva convincersi della necessità di una federazione con la Russia sulla base della sua propria esperienza.”
Per i marxisti russi era fondamentale riconoscere il diritto dei popoli all’autodecisione perché vi erano in Russia circa il 57 per cento di allogeni che abitavano in maggioranza le zone periferiche del paese, avendo al di là delle frontiere nazionalità sorelle che godevano di una maggiore indipendenza nazionale: “Il proletariato (...) riconoscendo a tutte le nazioni l’uguaglianza politica e l’uguale diritto a costituire uno Stato nazionale, attribuisce il massimo valore all’unità dei proletari di tutte le nazioni ed esamina ogni aspirazione nazionale dal punto di vista della lotta di classe degli operai” (Lenin, “Sul diritto di autodecisione delle nazioni”, febbraio-maggio 1914).
Un caso da manuale, per Lenin, fu la separazione della Norvegia dalla Svezia: “La stretta alleanza tra gli operai norvegesi e svedesi, la loro piena e fraterna solidarietà di classe hanno tratto un vantaggio dal riconoscimento del diritto dei norvegesi a separarsi da parte degli operai svedesi. Gli operai norvegesi si convinsero infatti che gli operai svedesi non erano contaminati dal nazionalismo, che essi anteponevano la fratellanza coi proletari norvegesi ai privilegi della borghesia e dell’aristocrazia svedese. La rottura dei legami imposti alla Norvegia dai monarchi europei e dagli aristocratici svedesi rafforzò i legami che univano gli operai norvegesi e svedesi. Gli operai svedesi dimostrarono che attraverso tutte le peripezie della politica borghese (...) avrebbero saputo tutelare e difendere l’uguagliaza completa e la solidarietà di classe degli operai delle due nazioni nella lotta contro la borghesia svedese e contro quella norvegese” (ibidem).
È da precisare che la separazione della Norvegia dalla Svezia avveniva a inizio novecento, alla coda del processo di formazione degli Stati nazionali che aveva caratterizzato il XIX secolo in Europa e di acqua sotto i ponti da allora ne è passata. Infatti, nell’epoca dell’imperialismo, la formazione di “piccole patrie” su base capitalista non ha un grammo di contenuto progressista, come dimostrato tragicamente dalla guerra civile dell’ex Jugoslavia negli anni ’90. In questo senso, l’eventuale cristallizzazione delle repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk in un nuovo Stato, la Nuova Russia, su basi capitaliste – non facciamoci incantare da eventuali aggettivi “popolari” – non farebbe altro che creare un paese  dipendente e satellite della Russia putiniana, senza poter risolvere alcun problema sociale fondamentale della popolazione.
Sulla questione dello smembramento della Jugoslavia, la Tendenza marxista internazionale ha difeso sempre una posizione di classe, rifiutandosi di appoggiare una o l’altra delle cricche nazionali sulla base del “diritto dell’autodeterminazione” e ha rivendicato una federazione dell’intera regione balcanica sulla base di un programma rivoluzionario. Ogni gruppo nazionale nei Balcani si è sempre presentato come una vittima che lottava per i propri diritti calpestati e per la propria “sovranità nazionale”. Dietro a questo slogan c’era l’interesse delle nascenti borghesie nazionali per la conquista dei territori delle altre repubbliche e per l’oppressione delle nazionalità più deboli. Così la difesa della “sovranità nazionale” di alcuni, in una società che era in transizione verso il capitalismo, si tramutò nell’oppressione nazionale di altri popoli. Inoltre dietro ad ogni borghesia nascente si nascondeva la grande potenza di turno e dunque la “sovranità nazionale” si è a sua volta tramutata nella dipendenza dalle varie potenze imperialiste.
Negli anni ’90 abbiamo semplicemente difeso la posizione elaborata da Trotskij un secolo fa: “La garanzia storica dell’indipendenza dei Balcani e della libertà della Russia risiede nella collaborazione rivoluzionaria tra i lavoratori di Pietroburgo e quelli di Varsavia e tra quelli di Belgrado e quelli di Sofia.”(...) Come in Russia il peso maggiore della lotta contro il regime burocratico-patriarcale deve essere sostenuto dal proletariato, così è il proletariato che, solo, può assumersi il compito di stabilire condizioni normali per la coesistenza fra i differenti popoli ed etnie della penisola” (Trotskij, “The balkan question and socialdemocracy”).
Nell’epoca moderna, il capitalismo è incapace di risolvere la questione nazionale, così come non può assolvere ogni altro compito della rivoluzione democratico-borghese (industrializzare il paese, renderlo indipendente dall’imperialismo, sviluppare un sistema realmente democratico). Nelle sue mani, la bandiera della difesa della sovranità nazionale assume un connotato reazionario. Solo nelle mani del proletariato, sulla base dell’indipendenza di classe, dell’internazionalismo e di un programma per la rivoluzione socialista, la difesa dei diritti delle nazionalità oppresse può contribuire al progresso dell’umanità.

Quali prospettive per l’Ucraina

La guerra civile che si è scatenata in Ucraina sta smembrando il paese.
I fascisti sono entrati nel governo e gli interessi contrapposti dell’imperialismo americano e di quello russo sono ombre pesanti sulla situazione. La questione nazionale rischia di spaccare anche il movimento operaio e tutti i lavoratori ucraini devono combattere questo pericolo.
Le mobilitazioni nelle regioni sud-orientali hanno un carattere fondamentalmente operaio e recentemente abbiamo visto lo sciopero dei minatori,  indicatore delle potenzialità per un’azione indipendente della classe operaia.
Il movimento dei lavoratori del Sud-Est dell’Ucraina deve armarsi e organizzarsi contro le bande fasciste, ma potrà avere successo solo se si estenderà nella maniera più fraterna a tutti i lavoratori del resto del paese, qualunque sia la loro nazionalità. Se il programma dei lavoratori delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk – i quali giustamente difendono i loro diritti a parlare in russo senza essere soffocati dal nazionalismo ucraino – si limitasse al nazionalismo russo o a chiedere di annettersi alla Russia, sarebbe la fine di tutte le potenzialità rivoluzionarie di questa mobilitazione. Pensare che sia possibile e pratico difendere ora i diritti democratici e linguistici delle popolazioni dell’Est dell’Ucraina a  braccetto con Putin – posto che sia d’accordo... – e con la peggior feccia del nazionalismo grande-russo per lottare poi per una trasformazione sociale rivoluzionaria è soltanto l’ennesima e marcia variante della visione “a tappe” propria dello stalinismo. I lavoratori del Donbass, più avanzati sul terreno della coscienza e dell’organizzazione, sono la chiave della situazione: una loro azione politica indipendente ed audace contro gli “oligarchi” potrebbe spazzare via il virulento nazionalismo ucraino che avvelena anche tanti lavoratori dell’Ovest dell’Ucraina; in caso contrario, la divisione su base nazional-linguistica potrebbe approfondire ulteriormente le sue radici.
Come spiegava Lenin, il riconoscimento del diritto all’autodecisione deve essere solo un mezzo per unire, sulla base della più assoluta uguaglianza tutti i lavoratori, sotto la bandiera dell’internazionalismo proletario.
È necessario unire tutti i lavoratori dell’Ucraina sulla base di un programma che unisca le rivendicazioni democratiche a quelle rivoluzionarie, in primo luogo l’espropriazione delle ricchezze degli oligarchi che devono essere poste sotto il controllo democratico dei lavoratori.
Soltanto una politica indipendente della classe operaia potrà raggiungere questo scopo e gettare nella pattumiera della storia questa barbarie rappresentata dalla follia nazionalista, al di là delle numerose frontiere nazionali, linguistiche e religiose che attraversano la popolazione ucraina da più di cento anni, in una comune battaglia per l’abbattimento dell’imperialismo e del capitalismo.

 

La questione ucraina

 

Articolo scritto da Trostkij il 22 aprile 1939 e apparso il 9 maggio 1939 nel Socialist Appeal (Usa) col titolo The problem of the Ucraine (alcuni stralci).

Il Partito bolscevico giunse ad una corretta messa a fuoco della questione ucraina con difficoltà e solo gradualmente, sotto la costante pressione di Lenin. (…)
Ogni rigo delle lettere e delle proposte di Lenin vibra della premura di concedere il più possibile a quei popoli che erano stati oppressi in passato. (…)
Nella concezione del vecchio Partito bolscevico, l’Ucraina sovietica avrebbe dovuto divenire l’asse poderoso intorno al quale si sarebbero riunite tutte le altre parti del popolo ucraino. (…) Durante gli anni della reazione termidoriana, la posizione dell’Ucraina sovietica mutò radicalmente, insieme con la valutazione della questione ucraina: quanto più profonde erano state le speranze risvegliate, tanto più acute fu la disillusione.
Certamente la burocrazia ha oppresso e soffocato anche il popolo della Grande Russia. Ma in Ucraina le cose sono state molto più compromesse dall’annientamento delle speranze nazionali: le restrizioni, le purghe, la repressione e in generale tutte le forme di persecuzione, in nessun luogo hanno assunto un carattere così criminale come in Ucraina, nella lotta alla possente e radicata aspirazione del popolo ucraino ad una maggiore libertà ed indipendenza. (…)
Le masse operaie dell’Ucraina occidentale, della Bucovina, dell’Ucraina carpatica sono in piena confusione: dove andare? Che cosa vogliamo? (…) La questione del destino dell’Ucraina si pone in tutta la sua preminenza: è necessario porsi un obiettivo chiaro e definito che sia adatto alla nuova situazione. A mio parere, in questo momento uno solamente è l’obiettivo possibile: una Ucraina sovietica, unita, libera e indipendente, operaia e contadina. (…) Naturalmente un’Ucraina operaia e contadina potrà in seguito unirsi con la Federazione sovietica: però volontariamente e alle condizioni che riterrà essa stessa accettabili, la qual cosa presuppone una rigenerazione rivoluzionaria dell’Urss. La reale emancipazione del popolo ucraino è inconcepibile senza una rivoluzione o una serie di rivoluzioni in Occidente che devono culminare con la creazione degli Stati uniti sovietici d’Europa. Un’Ucraina indipendente potrebbe, e indubbiamente lo farebbe, essere membro alla pari di questa federazione.

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