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Le pensioni minime, oggi di circa 500 euro, sono destinate a diminuire. Gli attuali lavoratori trentenni, se e quando riusciranno ad andare in pensione, percepiranno prestazioni ancora più basse di quelle di oggi.
Esempio: un trentenne che guadagna mille euro al mese arriverà al massimo a 400 euro mensili di pensione dopo decenni di contributi. Si tratta di una diminuzione del 20% dell’attuale minima e significa una sola cosa: nel futuro la pensione sarà insufficiente alla sopravvivenza per molti degli attuali lavoratori.
Un futuro nero per chi ha iniziato a versare contributi dopo il 1995, anno della riforma Dini. Il governo Renzi con il Jobs act dà il colpo di grazia visto che dopo vent’anni di precarietà che già hanno devastato vite e contributi di milioni di lavoratori ora con i contratti a tutele crescenti la precarietà diventa definitiva.

Il governatore Draghi, nelle sue “considerazioni finali” all’Assemblea della Banca d’Italia ha avallato pienamente la manovra finanziaria Tremonti- Berlusconi. La sua relazione ha ricevuto il consenso di quasi tutti. Il giudizio di Draghi loda l’intenzione di ridurre le spese correnti, ma non vi trova elementi di rilancio dell’economia. In questo è molto simile a quello di Confindustria e Pd ed in parte a quello della Cgil con l’eccezione della Fiom, del Prc e del più ampio fronte della cosiddetta “sinistra radicale”.

Perchè lottare per una pensione pubblica dignitosa per tutti

Da anni assistiamo a una martellante campagna volta a demolire la previdenza pubblica, in particolare il diritto alla pensione. In questi ultimi vent’anni abbiamo assistito a svariate controriforme, tutte con un unico fine, far pagare – anche per quella via – la crisi del capitalismo ai lavoratori.

Bilancio di una campagna con molte ragioni e pochissimi amici


A un certo punto Epifani ci ha illuminati: “Se vince il no cade il governo”; poi ha ritrattato per darci una versione più esoterica: “Nessuno sa cosa può succedere”.

È stato chiaro fin dall’inizio che la campagna per il No nel referendum sugli accordi del 23 luglio sarebbe stata tutta in salita e che ci si sarebbe trovati in pochi sul fronte.

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