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hk-protest-sep-2014Tre anni dopo la diffusione del movimento Occupy Wall Street da Manhattan a diverse grandi città in tutto il mondo, è iniziato il movimento Occupy Central, prima di quanto pianificato il 26 Settembre, dopo un paio d’anni di discussioni e di manifestazioni, con la dichiarazione di un’ “era di disobbedienza civile”.

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Il 28 marzo centinaia di portuali di Kwai Tsing, il porto più importante di Hong Kong, hanno cominciato a scioperare. Tramite picchetti, assemblee e manifestazioni interne lo sciopero si è esteso, bloccando un terminal dopo l’altro. Gli scaricatori e i gruisti rivendicavano aumenti salariali del 23%, il riconoscimento del sindacato da parte dell’azienda e garanzie per la sicurezza e la salute sul posto di lavoro.

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Xi-Jinping, poco conosciuto in Occidente, sarà il presidente della Cina per i prossimi dieci anni, o per lo meno lo sarà se riuscirà a tenere chiuso il coperchio della pentola ribollente di rabbia che è diventata la Cina di oggi. Il nuovo primo ministro è Li Keqiang, che era dato come successore più probabile, sponsorizzato dal Presidente uscente.

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I lavoratori dello stabilimento Honda di Foshan in Cina hanno conquistato l’aumento del salario del 35% dopo uno sciopero cominciato il 17 maggio. L’accordo, raggiunto il 4 giugno, prevede un aumento medio mensile di 500 yuan in media. Un lavoratore regolare di prima linea il cui salario prima era di 1544 yuan, vedrà un aumento a 2044 yuan, corrispondente al 32,4%. Gli impiegati interni, che rappresentano una gran parte della forza lavoro e hanno giocato un ruolo chiave nello sciopero ma ricevevano salari molto più bassi, avranno un aumento di 634 yuan dagli attuali  900 – un incremento di oltre il 70%.
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La rivolta che ha preso l’avvio il 10 marzo in Tibet ha trovato immediatamente un’eco mondiale. Non è difficile capirne il motivo: la macchina propagandistica che si è messa in moto è facilmente identificabile e non è stata certo improvvisata. Si va dalle star hollywoodiane alla Richard Gere, ai grandi giornali, fino a professionisti delle campagne sui diritti umani a stelle e strisce, ai vari Reporter senza frontiere finanziati dagli Usa. Tutti si precipitano ad abbracciare la causa di quel maestro di spiritualità e nonviolenza che sarebbe il Dalai Lama.

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Gli avvenimenti di questi giorni in Tibet riportano alla ribalta internazionale la questione della regione, parte del territorio cinese. Da più parti si incita al boicottaggio delle Olimpiadi, come risposta alla repressione del governo di Pechino. Ma quali sono gli interessi in gioco? Heiko Khoo, dal sito In defence of Marxism, analizza la situazione.
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