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Il fenomeno dell’immigrazione è uno dei temi più discussi negli ultimi anni. Di fronte ai drammi di questi mesi e alle campagne xenofobe che vengono portate avanti, abbiamo sentito più volte la sinistra riformista, i vertici sindacali e la Chiesa ricordarci che anche gli italiani una volta emigravano. Quello che non dice quasi nessuno, però, è quanti italiani emigrano anche oggi… La realtà è che l’Italia non era, ma è una paese di emigranti.

 

Un nuovo esodo

starbucks2Da quando è cominciata la recessione economica del 2008, il numero di emigrati italiani ha avuto un’impennata. Se nel 2012 erano 60mila gli italiani che si sono trasferiti all’estero per lavoro, nel 2014 sono stati più di 150mila. La maggior parte di questi vanno in Gran Bretagna, Germania e Australia. Nel 2014 si sono registrati 57mila trasferimenti verso la Gran Bretagna, portando la comunità italiana in quel paese a più di 600mila persone. E ha fatto notizia il fatto che Londra, con 250mila nostri connazionali, è la tredicesima “città italiana” per numero di abitanti. In Germania, invece, gli italiani sono ormai più di mezzo milione, con un aumento di circa 40mila persone ogni anno. In totale, gli italiani residenti all’estero (non contando quindi i discendenti degli emigrati nel novecento) sono quasi quattro milioni e mezzo.

Quando i telegiornali parlano dei giovani che si trasferiscono all’estero, descrivono solo una realtà molto ristretta e molto qualificata: ricercatori, architetti, artisti, i cosiddetti “cervelli in fuga”. I fatti però sono molto diversi. Sui pullman che vanno da Ragusa a Stoccarda o da Brindisi verso la Svizzera ci sono uomini e donne che cercano un impiego da operaio, infermiere, addetto alle pulizie, ecc. Anche in Gran Bretagna lo stereotipo è quello dell’italiano cuoco o cameriere. La realtà è quindi quella di centinaia di migliaia di giovani e meno giovani che scappano dalla disoccupazione di massa che c’è in Italia per andare a fare qualsiasi lavoro all’estero.

Questo drammatico fenomeno però, a prima vista ha grosse contraddizioni. Se gli italiani scappano perché non c’è lavoro, come mai gli immigrati vengono a lavorare qui? Se tanti rumeni vengono a fare i muratori in Italia, come mai in Romania tanti stranieri lavorano nell’edilizia?

 

Le vere cause

Sotto il capitalismo il lavoro è una merce. E come tutte le merci viene venduta e si sposta in base alla domanda e all’offerta. Quindi vediamo fasce sempre più grandi della forza-lavoro (cioè uomini e donne) che si spostano verso un altro paese dove il proprio lavoro può essere venduto ad un prezzo più alto. In Gran Bretagna, per esempio, anche i lavori più malpagati raramente hanno una paga oraria sotto i 7 euro, mentre in Italia in tanti lavorano nei call-center o nella ristorazione per 3 euro all’ora.

Visto che la crisi sta colpendo l’Italia in maniera molto più dura che in altri paesi, oramai comincia ad essere più la forza-lavoro che esce di quella che entra: il numero di italiani emigrati all’estero (4,5 milioni) si sta avvicinando al numero degli immigrati in Italia (5 milioni).

La propaganda che in ogni paese i padroni fanno contro gli immigrati serve solo a dividere i lavoratori e a sfruttare di più gli immigrati, rendendoli più ricattabili. Ma in realtà il padronato utilizza l’immigrazione per avere mano d’opera a basso costo. Come in Italia milioni di immigrati vengono sfruttati soprattutto nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia e della logistica, così gli emigrati italiani vengono sfruttati in altri paesi. Negli ultimi anni, per far fronte al boom dell’export, la Germania ha incoraggiato l’arrivo di nuova manodopera, soprattutto nel settore della meccanica. Addirittura la Zdh, la Confcommercio tedesca è arrivata a contattare le congregazioni religiose in Spagna perché convincano i giovani parrocchiani a trasferirsi in Germania.

La stessa propaganda razzista che sentiamo in Italia, la vivono sulla loro pelle molti italiani all’estero. Tanto che questa estate, il ministro degli interni inglese Theresa May si era scagliata contro gli immigrati “europei” (inclusi gli italiani). L’unica via d’uscita non è seguire la propaganda di questi sfruttatori ipocriti, ma creare l’unità fra tutti i lavoratori per avere più diritti, migliori salari e migliori condizioni di lavoro.

 

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