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I lavoratori della DITA, una fabbrica di detersivi con sede a Tuzla, in Bosnia-Erzegovina hanno occupato lo stabilimento e si rifiutano di riconoscere l'autorità del curatore fallimentare, fino a quando non vengono difesi gli interessi dei lavoratori, o si siano trovati nuovi investimenti per riattivare la fabbrica.

da www.marxist.com

Questo deciso atto di ribellione da parte dei lavoratori di Tuzla è solo l'ultimo esempio della loro lotta contro la criminale privatizzazione di quello che una volta era un glorioso colosso industriale, la DITA, ed è un sfida contro i gangster della classe dominante che in combutta con il capitale internazionale stanno derubando da 20 anni una nazione e che sono riusciti a trasformare un paese industrializzato in una insignificante economia periferica che dovrebbe vivere di eco-turismo e alpinismo!

Dal 2012, la fabbrica è stata dichiarata fallita in seguito ai massicci prestiti presi dagli allora proprietari della DITA. Quei prestiti “tossici” che dovevano servire per migliorare la produzione, hanno compromesso la fabbrica che invece la fabbrica non ha visto un centesimo di quei soldi che per un qualche strano trucco magico sono scomparsi e poi riapparsi nelle tasche di quegli stessi proprietari, lasciando la fabbrica massicciamente indebitata. Questa gloriosa impresa che una volta impiegava più di mille lavoratori ed è stata il principale fornitore di detersivi per l'intero mercato Jugoslavo, conta ora poco più di un centinaio di lavoratori ed esiste solo per la determinazione di quegli stessi lavoratori, che ormai da due anni presidiano la fabbrica per tutto il giorno per impedire la rimozione dei macchinari e dei beni da parte degli avvoltoi in attesa di nutrirsi della sua carcassa in decomposizione.

I lavoratori della DITA sono solo una piccola parte dei lavoratori rovinati e umiliati di Tuzla che hanno subito una serie di privatizzazioni disastrose che li hanno derubati della vita e dignità. L'area di Tuzla, o quello che oggi è conosciuto come il Cantone di Tuzla, che una volta era un grande polo industriale, è stato trasformato in un deserto con la quasi totalità della sua capacità produttiva chiusa e la maggior parte della sua popolazione è disoccupata. Il Cantone di Tuzla è il detentore del record in termini di disoccupazione ufficiale che è del 52% al di sopra media nazionale, e ora dovrebbe reinventarsi come destinazione turistica, con la costruzione di nuovi giganteschi alberghi vuoti per la maggior parte dell’anno e con la continua espansione del complesso del lago artificiale "Panonica". La strategia economica della regione non è determinata dalle esigenze della popolazione di Tuzla, ma dagli interessi a breve termine della criminale elite nazionalista e dei suoi sponsor stranieri, che hanno addormentato per venti anni i lavoratori tramite la demagogia nazionalista, mentre questi criminali disgustosi hanno distrutto e derubato quanto la classe operaia della Bosnia-Erzegovina aveva costruito per decenni tramite lo sforzo comune.

La rivolta del febbraio 2014 - che è iniziata a Tuzla e si è diffusa in tutta la Federazione della Bosnia-Erzegovina ha segnato una rottura netta da quell’ipnosi, i lavoratori e i giovani bosniaci si sono sollevati contro l’élite di gangster al potere e contro la devastante disuguaglianza economica causata da anni di rapina legalizzata - è stata guidata dai lavoratori delle imprese in bancarotta. In particolare spiccavano gli operai della DITA. Il carattere proletario della rivolta si evince dalle richieste dei manifestanti che erano delineate con chiarezza dai lavoratori e dai cittadini del Cantone di Tuzla nella Dichiarazione del 7 febbraio. Tra le altre cose, la dichiarazione includeva la richiesta di portare davanti alla giustizia i reati economici e di tutti quelli coinvolti, di confiscare i beni ottenuti illegalmente e l’annullamento degli accordi di privatizzazione (per queste imprese). Questa altro non era che una domanda di rinazionalizzazione delle aziende in bancarotta e privatizzate.

Naturalmente i media nazionali hanno denunciato l'insurrezione dei lavoratori come opera di un gruppo di teppisti e delinquenti, dimostrando ancora una volta il loro vero carattere di leccapiedi dei gangster della classe dominante. I lavoratori della DITA insieme con i lavoratori delle altre aziende fallite, come Aida, Polihem e Konjuh formavano l'avanguardia di queste proteste e la sua componente più stabile. Le proteste sono cresciute rapidamente passando da un normale sciopero dei lavoratori di Tuzla per il pagamento degli stipendi, il riconoscimento dell’anzianità e dell’assicurazione sanitaria in una protesta a tutto campo che ha attratto anche i giovani. La rivolta si è dissolta rapidamente dopo un paio di giorni a causa della sua natura spontanea e non organizzata e la mancanza di leadership politica e di una chiara alternativa politica, ma ha anche segnato un salto di qualità nella coscienza dei lavoratori.

I lavoratori della DITA hanno resistito ancora una volta all'assalto dei fanatici delle privatizzazioni che minacciano la loro sopravvivenza, e chiedono nuovamente quello che hanno chiesto per anni: la paga, il riconoscimento dell’anzianità e dell'assicurazione sanitaria. Invece non gli è neppure garantita l’occupazione sul loro posto di lavoro. Non fraintendetemi, lo stato orribile della classe operaia di Tuzla non è il risultato di un processo di privatizzazione criminale e fallimentare che potrebbe essere risolto con processo di privatizzazione semplice e di maggior successo. È il risultato della natura intrinseca del processo di privatizzazione stessa.

Cosa significhi un processo di privatizzazione di successo è illustrato dalla privatizzazione di Fabrika soda Lukavac d.o.o., un’azienda produttrice di soda, che è stata rilevata dalla Sisecam A.Ş. un monopolio turco del vetro. Subito dopo l'acquisizione la forza lavoro della fabbrica è stata ridotta drasticamente, ed è passata da circa millecinquecento operai prima della privatizzazione a cinquecento, mentre la produttività è triplicato, imponendo un carico di lavoro enorme sui lavoratori trattati come muli e gli immensi problemi di salute causati da tale lavoro schiavista. L'intero paese è stato ridotto in miseria, la povertà e la disoccupazione strutturale di massa sono stati causati dalla sua svendita al capitale internazionale, in cambio di noccioline, con il pretesto di "privatizzare le imprese statali inefficienti".

L’organizzazione marxista "Crveni" ("Rossa") e la Tendenza Marxista Internazionale danno piena solidarietà ai lavoratori della DITA e agli altri militanti operai in lotta a Tuzla, Bosnia e nel resto dei Balcani privatizzati e saccheggiati.

Basta privatizzazioni! No all’ingerenza imperialista e al saccheggio della Bosnia!

Morte al capitalismo - libertà al popolo!

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Di seguito l’appello scritto dai lavoratori della DITA:

Appello alla comunità internazionale dei lavoratori da parte dei lavoratori della fabbrica della DITA, Tuzla, Bosnia-Erzegovina (Tuzla 16 aprile 2015)

Noi lavoratori della fabbrica di detergenti DITA con sede a Tuzla, stiamo combattendo una ondata di privatizzazioni corrotte, di sfruttamento e di smenbramento dell'attività, che sta distruggendo l'industria della Bosnia-Erzegovina.

Da oltre due anni stiamo presidiando il nostro stabilimento giorno e notte per impedire la rimozione di macchinari e degli altri beni.

Il processo di privatizzazione della DITA è stata effettuata in collaborazione con i politici corrotti, i magistrati e le banche, che hanno sbagliato l’analisi dei conti e fornito prestiti tossici ai nuovi proprietari - denaro che non ha mai raggiunto la fabbrica.

Il nostro paese non è uno stato di diritto: le élite criminali hanno fatto approvare degli emendamenti al codice penale per cui non c'è nessun giudice che può giudicare i crimini finanziari e commerciali.

Questo furto legalizzato ci ha negato i nostri diritti umani fondamentali: abbiamo più di 40 stipendi mensili arretrati, che ci hai lasciato nella fame e nella miseria; siamo stati costretti a guardare i nostri familiari morire perché non potevamo permetterci un trattamento medico.

Ora la procedura fallimentare è iniziata. Siamo decisi a mantenere l'occupazione della fabbrica e rifiutiamo di riconoscere l'autorità del curatore fallimentare, a meno che gli interessi dei lavoratori siano protetti, o che si trovino nuovi investimenti per riattivare la fabbrica.

Ora siamo ad un punto critico. Senza il sostegno esterno può solo essere una questione di giorni prima che siamo costretti a costruire barricate e opporci all'esecuzione del giudice da parte delle forze speciali di polizia.

Ci appelliamo con urgenza al movimento sindacale internazionale per il sostegno morale e materiale.

Gli operai della DITA

Emina Busuladžić, Capo del comitato di sciopero

Dževad Mehmedović, Delegato sindacale per il sindacato dei metalmeccanici

Contatto: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La Zastava non c’è più. Dopo vent’anni di transizione agonizzante da un’economia “autogestita” a pianificazione centralizzata al capitalismo, la fabbrica, che una volta si ergeva a simbolo della prosperità e dello sviluppo post-bellici nella vecchia Yugoslavia, sta per essere cancellata dal registro statale delle società per lasciare spazio alla multinazionale italiana FIAT. Al suo apice verso la fine degli anni Ottanta la Crvena Zastava (Bandiera Rossa) come veniva all’epoca chiamata impiegava qualcosa come 35.000 operai che producevano più di 230.000 automobili all’ann, con altre 130.000 persone impiegate nelle fabbriche che producevano vari componenti in tutta la Yugoslavia.

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