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Settantacinque anni fa Lev Trotskij scriveva “Il Programma di transizione”, il manifesto fondativo della Quarta Internazionale, l’organizzazione che aveva il compito di mantenere in vita e diffondere l’analisi e le idee del marxismo in quel periodo di grandi sconvolgimenti economici e sociali.

Allora, come oggi, il capitalismo affrontava una crisi che sembrava senza via d’uscita. In una sua frase divenuta famosa Trotskij parlava della borghesia come di una classe che “si avvia a occhi chiusi verso la catastrofe economica”.

La situazione oggi è del tutto simile. La classe dominante a livello internazionale è disperata. Organizza summit e riunioni, convegni e seminari, le banche centrali sviluppano piani di salvataggio a scadenza settimanale, ma il capitalismo non riesce a uscire dalla crisi economica che esso stesso ha provocato.

Nemmeno i dirigenti del movimento operaio, sia quelli socialdemocratici che quelli dei partiti comunisti (che ormai obbedivano fedelmente agli ordini di Stalin), riuscivano a fornire una risposta alla crisi, alla disoccupazione e alla povertà di massa, alla chiusura della fabbriche che flagellavano l’Europa e l’America del Nord.

Trotskij, scrivendo “Il programma di transizione”, intendeva colmare questo vuoto drammatico all’interno del movimento operaio. Ma soprattutto intendeva creare un ponte tra le idee del marxismo, le cui forze erano estremamente minoritarie, e i lavoratori in lotta.

Le rivendicazioni elaborate da Trotskij non costituivano nulla di nuovo, né cadevano dal cielo. Si basavano sulla politica e il programma di Lenin e del partito bolscevico e sui documenti dei primi quattro congressi dell’Internazionale comunista, nonché sulle linee dettate nel “Manifesto del Partito comunista” di Marx ed Engels.

Riformismo e rivoluzione

La cosa più importante, leggendo ad esempio i capitoli che pubblichiamo in queste pagine, è che queste rivendicazioni sono valide tuttora come lo erano nel 1938 o nel 1848. Anzi sono idee “nuove” e “fresche” come mai potrebbero essere quelle del riformismo, perché sono idee di “rottura” e rivoluzionarie, costituendo l’unica risposta plausibile, dal punto di vista della classe lavoratrice, all’impasse del capitalismo.

Il programma dei marxisti parte da un’analisi scientifica della situazione e, su questa base, delinea le proprie rivendicazioni. I marxisti prendono in considerazione i rapporti di forza tra le forze politiche che rappresentano il proletariato e quelle della borghesia, così come il livello di coscienza all’interno della classe a cui si rivolgono, ma non adattano il proprio programma a questi fattori.

I riformisti, invece, procedono esattamente nel modo opposto. La loro ricerca delle “riforme” possibili, li fa alienare delle masse man mano che si avvicinano alla stanza dei bottoni. Il caso recente di Hollande in Francia è esemplificativo. Eletto nel maggio 2012, ha deluso ogni aspettativa. Ha approvato il Fiscal compact; ha varato una legge finanziaria per il 2013 da trenta miliardi tra tagli e sgravi alle imprese; si è lanciato in un’avventura imperialista come quella in Mali, a esclusiva tutela degli interessi della borghesia transalpina. La tassazione al 75% delle grandi ricchezze e la battaglia per i diritti civili sono meri specchietti per le allodole che non riescono tuttavia a nascondere il dilagare di disoccupazione e povertà.

Ancora più emblematico è il caso di Syriza e del suo leader, Alexis Tsipras. Nel giugno del 2012 Syriza ha sfiorato una storica vittoria alle elezioni politiche, sulla base del rifiuto del Memorandum imposto dalla Troika e sulla chiusura all’alleanza con i partiti borghesi. Tali posizioni si erano tuttavia ammorbidite già nelle settimane conclusive della campagna elettorale, ma nel corso dei mesi successivi hanno decisamente cambiato direzione. Ansioso di presentarsi come leader di una forza “responsabile”, oggi Tsipras parla di “rinegoziare” il debito e non esclude una collaborazione con una scissione di Nuova democrazia (il partito dell’attuale primo ministro Samaras), i “Greci indipendenti” in un eventuale governo futuro.

Il problema di questi dirigenti riformisti non è tanto la malafede, che pure nel caso di Hollande non difetta. Il problema è che non partono dall’analisi concreta della realtà concreta. Nell’attuale epoca, se si vuole restare all’interno delle compatibilità del capitalismo, ogni governo dovrà portare avanti controriforme e tagli, anche se è di sinistra, anche se ha vinto le elezioni sulla base di milioni di voti di giovani e lavoratori che desiderano il cambiamento. È una legge da cui non si può fuggire.

La crisi del capitalismo significa che dappertutto i capitalisti vogliono fare pagare il prezzo della crisi ai lavoratori, ai giovani, ai disoccupati, alla piccola borghesia. I marxisti lottano per difendere ogni diritto e conquistare ogni minima riforma; tuttavia al giorno d’oggi la borghesia sarà disposta a fare concessioni solo quando avrà timore di perdere tutto. Così, le riforme sono il sottoprodotto di una lotta rivoluzionaria e la lotta per le riforme è una scuola che prepara alla rivoluzione. Ecco perché “Il programma di transizione” acquisisce un importanza così straordinaria nella situazione attuale.

Nel capitolo sul controllo operaio, il leader bolscevico evidenzia come la battaglia contro i licenziamenti e la chiusura delle fabbriche, per il miglioramento dei salari e delle condizioni di lavoro, pone nella testa dei lavoratori la domanda: chi controlla la società? Ogni lotta per le riforme, se condotta fino in fondo, porta inevitabilmente a mettere in discussione le forme di proprietà e il sistema sociale esistente.

La validità di un metodo

Trotskij spiegava come le nazionalizzazioni proposte dai rivoluzionari non hanno nulla in comune con quelle attuate dalla borghesia. Infatti, anche Bush e Obama hanno recentemente nazionalizzato le banche. La differenza è che i marxisti rifiutano ogni indennizzo (salvo comprovata necessità da parte dei piccoli azionisti) ma sopratutto che l’esproprio avverrebbe sulla base del controllo e della gestione da parte dei lavoratori. È inoltre interessante come Trotskij rispondesse già negli anni trenta a una delle obiezioni classiche poste dai riformisti, quella secondo cui una politica rivoluzionaria allontanerebbe le classi medie dalla classe lavoratrice.

Tutt’altro, continuava: “Espropriazione delle banche non significa in alcun modo espropriazione dei piccoli depositi bancari”, anzi la banca statale potrà garantire condizioni di credito privilegiato alla piccola borghesia.

La crisi del sistema capitalista fornisce possibilità nuove alle forze del marxismo, come le forniva negli anni ’30. Le problematiche che dobbiamo affrontare sonole medesime: come possiamo mettere in relazione il programma scientifico del marxismo al movimento, inevitabilmente confuso e spesso contraddittorio, della classe operaia, quando si risveglia dopo un lungo letargo. Trotskij ne “Il programma di transizione” elabora una soluzione a questo problema, e lo fa, a nostro avviso, in maniera efficace. Tocca a noi raccogliere il suo testimone e, armati di un programma rivoluzionario, trovare la strada verso la conquista delle masse e, conseguentemente, verso la trasformazione socialista della società.

Iniziamo questo percorso con la nostra assemblea nazionale “Sinistra, classe, rivoluzione” a Bologna, il 6-7 luglio.

Da “Il Programma di transizione” di Lev Trotskij (1938)

IL “SEGRETO COMMERCIALE” E IL CONTROLLO OPERAIO

Il capitalismo liberale, basato sulla concorrenza e sulla libertà di commercio, è scomparso ormai da lunga data. Il capitalismo monopolistico che lo ha sostituito, non solo non ha ridotto l’anarchia del mercato, ma le ha impresso un carattere particolarmente convulso. La necessità di un “controllo” sull’economia, di una “direzione” da parte dello Stato, di una “pianificazione”, è ora riconosciuta – almeno a parole – da quasi tutte le tendenze del pensiero borghese e piccolo-borghese, dal fascismo alla socialdemocrazia. Da parte dei fascisti, si tratta soprattutto di un saccheggio “pianificato” del popolo a fini militari. Quanto ai socialdemocratici, cercano di vuotare l’oceano dell’anarchia con il cucchiaio di una “pianificazione” burocratica. Gli ingegneri e i professori cercano di diventare tecnocratici. I governi democratici, nei loro timidi tentativi

di regolamentazione, si scontrano con il sabotaggio insormontabile del grande capitale.

Il vero rapporto fra sfruttatori e “controllori” democratici è espresso nel modo migliore dal fatto che i signori “riformatori”, colti da una sacra emozione, si arrestano alla soglia dei trust, dei loro “segreti” commerciali e industriali. Qui regna il principio del “non-intervento”. I conti tra il singolo capitalista e la società costituiscono un segreto del capitalista: la società non deve metterci il naso. Il “segreto” commerciale è sempre giustificato, come ai tempi del capitalismo liberale, con l’argomento delle esigenze della concorrenza. Di fatto i trust non hanno segreti tra loro. Il segreto commerciale dell’epoca attuale è un continuo complotto del capitalismo monopolista contro la società. I progetti di limitazione dell’assolutismo dei “padroni per diritto divino” non sono che miserabili farse sinché i proprietari privati dei mezzi di produzione possono nascondere ai produttori e ai consumatori il meccanismo dello sfruttamento, del saccheggio, dell’inganno. L’abolizione del “segreto commerciale” è il primo passo verso un effettivo controllo sull’industria.

Gli operai non hanno meno diritto dei capitalisti di conoscere i “segreti” dell’azienda, del trust, del settore industriale, di tutta l’economia nazionale. Le banche, l’industria pesante e i trasporti centralizzati devono essere posti sotto controllo prioritariamente. I primi obiettivi del controllo operaio consistono nel chiarire quali siano i redditi e le spese della società, cominciando dalla singola azienda; nel determinare la parte del singolo capitalista e dei capitalisti complessivamente nel reddito nazionale; nello svelare gli intrighi di corridoio e le truffe delle banche e dei trust; nel denunciare, infine, dinnanzi alla società intera lo spaventoso sperpero di lavoro umano che è il risultato dell’anarchia capitalista e della pura caccia al profitto.

Nessun funzionario di uno Stato borghese può portare a buon termine un simile lavoro, quali che siano i poteri di cui è investito. Il mondo intero ha constatato l’impotenza del presidente Roosevelt e del Primo ministro Léon Blum di fronte al complotto delle “60” e delle “200 famiglie”. Per spezzare la resistenza degli sfruttatori, occorre la pressione del proletariato. I comitati di fabbrica e solo i comitati di fabbrica possono assicurare un effettivo controllo sulla produzione, facendo appello agli specialisti onesti e legati al popolo, a contabili, studiosi di statistica, ingegneri, scienziati, ecc. come consiglieri e non come “tecnocrati”.

In particolare la lotta contro la disoccupazione è inconcepibile senza una organizzazione vasta e audace di grandi opere pubbliche. Ma le opere pubbliche possono avere un carattere duraturo e progressivo sia per la società sia per i disoccupati solo se fanno parte di un piano generale, concepito per un certo numero di anni. Nel quadro di un simile piano, gli operai dovranno rivendicare la ripresa del lavoro nell’interesse della società nelle aziende private chiuse in seguito alla crisi. Il controllo operaio, in questi casi, dovrà far posto a una gestione diretta da parte degli operai.

L’elaborazione di un piano economico, per elementare che sia, dal punto di vista degli interessi dei lavoratori e non di quelli degli sfruttatori, è inconcepibile senza controllo operaio, senza che gli operai possano individuare tutte le molle visibili o nascoste dell’economia capitalista. I comitati delle varie aziende devono eleggere, in speciali conferenze, comitati di trust, infine di tutta l’industria nazionale. Così il controllo operaio diverrà la scuola dell’economia pianificata. Con l’esperienza del controllo operaio il proletariato si preparerà a dirigere direttamente l’industria nazionalizzata quando sarà giunto il momento.

Ai capitalisti, soprattutto di piccola o media taglia, che talvolta fanno essi stessi la proposta di aprire i libri contabili dinnanzi agli operai – soprattutto per dimostrare la necessità di diminuire i salari – gli operai risponderanno che quello che li interessa non è la contabilità di singoli bancarottieri o semibancarottieri, ma la contabilità di tutti gli sfruttatori. Gli operai non possono né vogliono adattare il loro livello di vita agli interessi di singoli capitalisti divenuti vittime del loro stesso sistema. L’obiettivo è la ricostruzione dell’intero sistema di produzione e di distribuzione sulla base di principi più razionali e più degni. Se l’abolizione del segreto commerciale è la condizione necessaria del controllo operaio, il controllo è il primo passo sulla via di una direzione socialista dell’economia.

L’ESPROPRIAZIONE DI GRUPPI CAPITALISTICI

Il programma socialista dell’espropriazione, cioè del rovesciamento politico della borghesia e della liquidazione della sua dominazione economica, non deve, nell’attuale fase di transizione, ostacolare in alcun modo, con un pretesto o con un altro, la rivendicazione dell’espropriazione di certi settori d’industria tra i più importanti della vita nazionale o di certi gruppi della borghesia tra i più parassitari.

Così alle prediche piagnucolose dei signori democratici sulla dittatura delle 60 famiglie negli Stati Uniti o delle 200 famiglie in Francia contrapponiamo la rivendicazione dell’espropriazione di questi 60 o 200 feudatari capitalisti.

Allo stesso modo rivendichiamo l’espropriazione delle compagnie monopolistiche dell’industria bellica, delle ferrovie, delle più importanti fonti di materie prime, ecc. La differenza tra queste rivendicazioni e la parola d’ordine del tutto vaga della “nazionalizzazione” consiste in questo:

1) Noi rifiutiamo l’indennizzazione;

2) Mettiamo le masse in guardia contro i ciarlatani del Fronte popolare che, pur proponendo la nazionalizzazione a parole, rimangono in realtà agenti del capitale;

3) Facciamo appello alle masse perché contino solo sulla loro forza rivoluzionaria;

4) colleghiamo il problema dell’espropriazione al problema del potere operaio e contadino.

La necessità di lanciare la parola d’ordine della espropriazione nell’agitazione quotidiana, quindi in modo articolato, e non solo da un punto di vista propagandistico in forma generale, è determinata dal fatto che i vari settori dell’industria sono a livelli diversi di sviluppo, occupano posti diversi nella vita della società e conoscono stadi diversi della lotta di classe. Solo un’ascesa rivoluzionaria generalizzata del proletariato può porre all’ordine del giorno l’espropriazione generale della borghesia. Lo scopo delle rivendicazioni transitorie è proprio di preparare il proletariato ad assolvere questo compito.

L’ESPROPRIAZIONE DELLE BANCHE PRIVATE E LA STATALIZZAZIONE DEL SISTEMA DI CREDITO

L’imperialismo è la dominazione del capitale finanziario. Accanto ai cartelli e ai trust e spesso al di sopra di essi, le banche concentrano nelle loro mani la direzione reale dell’economia. Nella loro struttura riflettono, in forma concentrata, tutta la struttura del capitalismo contemporaneo: combinano le tendenze al monopolio con le tendenze all’anarchia. Organizzano miracoli di tecnica, aziende gigantesche, trust poderosi e organizzano ugualmente il carovita, le crisi e la disoccupazione.

è impossibile realizzare effettivi progressi nella lotta contro l’arbitrio monopolistico e l’anarchia capitalistica, se si lasciano le leve di comando nelle mani dei grandi finanzieri.

Allo scopo di realizzare un sistema unico di investimento e di credito, secondo un piano razionale che corrisponda agli interessi di tutta la nazione, bisogna unificare tutte le banche in un unico istituto nazionale. Solo l’espropriazione delle banche private e la concentrazione di tutto il sistema di credito nelle mani dello Stato assicureranno a quest’ultimo gli strumenti reali, cioè materiali – e non fittizi e burocratici – necessari per una pianificazione economica.

Espropriazione delle banche non significa in nessun modo espropriazione dei piccoli depositi bancari. Al contrario: per i piccoli depositi, la banca unica statale potrà creare condizioni più favorevoli che non le banche private. Allo stesso modo, solo la banca statale potrà assicurare ai contadini, agli artigiani e ai piccoli commercianti condizioni di credito privilegiate, cioè credito a buon mercato. Tuttavia, ancor più importante è che l’intera economia, innanzi tutto l’industria pesante e i trasporti, sotto la direzione di un unico stato maggiore finanziario, sia al servizio degli interessi vitali degli operai e di tutti gli altri lavoratori.

La statizzazione delle banche non darà, però, risultati favorevoli se il potere statale stesso non passerà dalle mani degli sfruttatori a quelle degli sfruttati.

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