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La scuola di Marchionne non si ferma a Pomigliano e come dimostrano i fatti coinvolge tutta la Fiat e l’intero mondo del lavoro. Anche nel “ricco Trentino”  è sbarcato il “Marchionne ricatto”, che vuole scambiare un lavoro sempre più precario e servile con la riduzione del salario e dei diritti.


Orvea è un’azienda della grande distribuzione con oltre 400 dipendenti e 13 punti vendita, Dussmann Service è una multinazionale che in Trentino conta oltre 600 dipendenti nel settore del pulimento e sanificazione all’interno degli otto ospedali trentini. Queste due aziende hanno dato disdetta del contratto integrativo aziendale adducendo motivazioni di bilancio la prima e di concorrenza sugli appalti la seconda.
Due scelte che hanno in comune un unico denominatore. Far pagare ai lavoratori le scelte sbagliate del management pensando di utilizzare i lavoratori come donatori di sangue a favore dell’impresa. Orvea taglia i salari per ridurre il deficit di bilancio, Dussmann taglia il premio di risultato perché punta al massimo ribasso negli appalti.
Queste scelte sono offensive per la dignità di chi lavora, miopi dal punto di vista dei risultati tangibili che si inquadrano nell’ideologia di Confindustria che punta esclusivamente a recuperare efficienza e produttività a scapito dei salari e delle condizioni di lavoro.
Una scelta di classe che punta ad avere mano libera nella gestione degli orari, del salario e dell’organizzazione del lavoro escludendo qualsiasi ipotesi di contrattazione da parte dei delegati e del sindacato il quale è chiamato solo a ratificare le scelte aziendali.
Immediata è stata la risposta dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno messo in campo iniziative di sciopero, di volantinaggio e di coinvolgimento degli utenti e dei clienti. Purtroppo dobbiamo registrare un assurdo silenzio da parte delle confederazioni e dell’Ente pubblico, che nel caso dell’ospedale è direttamente coinvolto in quanto ente appaltante.
Altre forme di lotta e denuncia finalizzate al coinvolgimento dei cittadini sono programmate ma questo non può nascondere un grave deficit sindacale culturale, prima che strategico, nella costruzione di un’opposizione sociale che superando la frammentazione sappia generalizzare le forme di protesta e di sciopero.
Una prima riflessione riguarda la contrattazione: le scelte di Orvea e di Dussmann sono gravissime anche sul piano delle relazioni sindacali in quanto imprimono una svolta pericolosa alle relazioni sindacali. Modificano radicalmente compiti e funzioni della contrattazione sindacale passando da strumento acquisitivo di diritti a mezzo per la restituzione di diritti, salari e dignità.
Una seconda questione riguarda il sindacato: l’attacco ai diritti ed alla contrattazione non avviene solo con la disdetta degli accordi. Essa è solo la faccia più violenta del padronato e del “Marchionne ricatto”, il blocco della contrattazione nel pubblico e l’utilizzo della cessione di ramo di azienda per cancellare diritti sono altri aspetti della stessa medaglia che spesso vengono spacciati come esempio di contrattazione.
Il risultato è sempre quello: la riduzione dei diritti e del salario dei lavoratori. Quindi trovo sbagliato e pericoloso che la Cgil non sappia cogliere la gravità dell’attacco e pensi che l’importante sia mettere una firma sotto un testo a prescindere dal suo contenuto e dalle conseguenze che questo avrà sulla condizione materiale di chi lavora.
L’attacco dei padroni non è frutto di improvvisazione ma il risultato di una strategia dei piccoli passi che ha saputo fare della centralità dell’impresa una componente fondamentale della cultura politica e sociale alla quale si deve contrapporre la centralità del lavoro, del reddito minimo e dei diritti sociali.
Quando la Marcegaglia parla di patto per la produttività significa che vuole intervenire sui contratti per aumentare la prestazione individuale, ridurre il sistema dei diritti, diminuire i salari attraverso le deroghe o accettando la disdetta dei contratti. Infine Confindustria intende far accettare al sindacato che le condizioni dei lavoratori italiani siano parificate, in negativo, a quelle dei paesi dell’est (niente diritti, bassi salari).
Quindi quando la Camusso vuole sedersi al tavolo per la discussione di un patto per la produttività deve dire chiaramente che le proposte di Marchionne e della Marcegaglia sono impercorribili altrimenti si genera confusione e si rischia di cambiare il proprio ruolo.
Resto convinto che per combattere veramente il disegno di Confindustria bisogna rilanciare la centralità del Contratto nazionale, dell’occupazione, dei diritti, del salario e del reddito sociale.

* segretario generale Filcams Cgil Trentino

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