Come e perché la “mozione due” è andata in pezzi - Falcemartello

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Sinistra Prc: le ragioni di una divisione

La situazione della sinistra del partito di fronte a questo congresso merita una analisi approfondita. Quella che per diversi anni è stata conosciuta fra i militanti del Prc come la “mozione 2”, la sinistra interna al partito, si presenta al dibattito del VI congresso in una situazione di divisione e, in certi suoi settori, di vera e propria frammentazione.

Allo scorso congresso la sinistra nel suo congresso elesse 17 membri del comitato politico nazionale, in rappresentanza di 4330 voti (12,7 per cento) raccolti nei circoli. Già nelle ultime due riunioni del Cpn (luglio e settembre) da tale area sono emersi ben tre documenti. Alla vigilia del congresso, la situazione è la seguente.

Ferrando presenta la mozione intitolata “Per un progetto comunista” firmata da 9 membri del Cpn.

Si presenta poi da parte nostra la mozione “Rompere con Prodi, preparare l’alternativa operaia”; tale mozione è sostenuta da due membri del Cpn (chi scrive e Alessandro Giardiello), ma per esser riconosciuta come mozione congressuale ha dovuto raccogliere il sostegno di almeno 500 iscritti nei circoli (come documentiamo in un altro articolo in queste pagine).

Una terza posizione, quella del compagno Izzo e di Progetto comunista-Area Programmatica, è stata presentata nel Cpn ma non sarà presente nel congresso nazionale in quanto le firme raccolte non rispettavano i criteri territoriali stabiliti dal precedente Cpn.

Altri tre membri del Cpn in passato membri della sinistra hanno presentato “a sopresa” una mozione intitolata “La nostra rifondazione”. I tre firmatari sono Pasquale D’Angelo, Guido Benni e Matteo Malerba, che ha rotto con l’associazione di Ferrando dopo aver accettato un accordo con il centrosinistra nella sua provincia, accordo in virù del quale è anche diventato assessore. Una mozione obiettivamente trasformista, che dichiara una posizione analoga a quella di Ferrando sul governo nazionale (no agli accordi, sì al “Polo autonomo di classe”) per poi smentirla completamente per quanto riguarda gli accordi locali (si alle giunte col centrosinistra se c’è il “controllo popolare”…). Tale mozione a sua volta non potrà andare al dibattito, in quanto i promotori non hanno potuto trovare un quarto membro del Cpn disposto a sottoscriverla.

Un quadro di obiettiva frammentazione che si completa con le dimissioni di una compagna in precedenza membro del Cpn e un’altra che sottoscrive il documento di Bertinotti.

Come avevamo già avvertito, la “proposta unitaria” avanzata da Ferrando non ha unito nulla ma al contrario ha frantumato definitivamente la vecchia “mozione due”. Di tale realtà dobbiamo tutti prendere atto, chi pensa di poter resuscitare la sinistra del Prc come l’abbiamo conosciuta negli scorsi anni persegue un sogno.

Tale divisione non è certo una sorpresa. Proprio perché eravamo coscienti di questa situazione avevamo avanzato non solo una generica proposta di unità, ma avevamo anche indicato una possibile applicazione concreta di tale unità, che puntasse a fare emergere nel congresso i punti di accordo fra le diverse posizioni di sinistra che si oppongono all’abbraccio mortale con Prodi e la Gad. Tale terreno unitario avrebbe potuto essere messo nero su bianco in un preambolo comune alle diverse mozioni di opposizione, che sottolineasse il rifiuto dell’accordo, la rivendicazione della democrazia interna, ecc., tutti punti centrali nel dibattito congressuale.

Alla nostra proposta (pubblicata su FalceMartello n. 179 e reperibile sul nostro sito col titolo Se si vuole l’unità bisogna perseguirla) è stata pubblicata una risposta di Francesco Ricci, a nome di Progetto comunista. Tale risposta costituisce un piccolo capolavoro di arroganza settaria e burocratica. Ricci ci tiene a sottolineare che FalceMartello è un “piccolo gruppo”, che fa “piccole” polemiche su una “rivistina”. Non polemizzeremo certo su questo: conosciamo i nostri limiti, lavoriamo con modestia per migliorare ed accrescere il nostro intervento, e soprattutto sappiamo che, a differenza di FalceMartello, Progetto comunista è tanto, tanto grande…

Non continuiamo oltre su questo terreno. Il motivo di questo articolo non è di rispondere punto per punto allo sfogo di Ricci, ma quello di sottolineare che nella presunta “risposta”, il compagno Ricci si è scordato precisamente… di rispondere a quanto proponevamo!

Ribadiamo qui che la nostra opzione preferenziale era un percorso che puntasse a un unico documento di tutte le aree del partito che si oppongono all’alleanza con l’Ulivo. Essendo tuttavia coscienti delle difficoltà che si ponevano, avanzavamo anche una seconda proposta in via subordinata. La ricordiamo qui per i nostri lettori che non la avessero letta, e per rinfrescare la memoria al compagno Ricci:

“È questa la discriminante di fondo su cui andrebbe aperto un confronto con l’obiettivo di costruire un documento comune delle opposizioni al prossimo congresso ed è su questo terreno che facciamo appello perché Progetto Comunista essendo l’area maggiormente rappresentata nel Cpn (tra quelle che verosimilmente possono essere disponibili a un percorso del genere) si faccia promotrice di un percorso democratico che vada in questa direzione.

Una proposta del genere potrebbe risvegliare nuove energie nella battaglia congressuale e darebbe maggiori motivazioni ai tanti militanti disorientati dalle svolte e dalle controsvolte del segretario. All’interno di un quadro comune poi ogni area difenderà le proprie tesi specifiche senza occultare opportunisticamente le differenze che esistono (quindi, a differenza di quanto dice Ricci, non abbiamo proposto nessun “pasticcio” ma l’unità nella chiarezza - CB).

Questo potrebbe essere il contesto ideale per condurre la battaglia congressuale, a condizione che venga accettato da tutti.

Nel caso in cui tale proposta non andasse in porto, nei pochi mesi che restano da qui al congresso proponiamo almeno un’ipotesi subordinata, un obiettivo minimo che serva a dare un segnale a tutti quei militanti che chiedono l’unità delle opposizioni alla linea governista di Bertinotti: che noi tutti si vada al congresso pur con documenti distinti (se questo è inevitabile) ma ognuno di essi aperto da un preambolo comune che rifiuta l’accordo del Prc con il centrosinistra e l’entrata nel governo Prodi in caso di vittoria dell’Ulivo.

Si dia un segnale che esiste un’opposizione composita, articolata al suo interno quanto si vuole ma che è in grado di unirsi almeno su un punto decisivo prefigurando per il futuro l’embrione di una direzione alternativa a quella che attualmente dirige il partito.”

La parte sottolineata costituiva appunto una proposta subordinata, il cui contenuto era chiaro: esistono diverse mozioni di opposizione, ma poiché abbiamo almeno alcuni punti importanti in comune e in primo luogo il no all’alleanza con Prodi, lo mettiamo nero su bianco in modo che qualsiasi militante possa vedere chiaramente cosa ci unisce e cosa ci divide.

Questa seconda proposta è rimasta senza alcuna risposta; nel lungo testo di Ricci su questo non si dice una sola parola, neppure per dire “andate al diavolo”! Non crediamo che questo silenzio sia frutto di una semplice distrazione, e non basteranno valanghe di insulti a nascondere il fatto che a non volere neppure sentir parlare di percorsi unitari sono stati i compagni di Progetto. L’ultima conferma l’abbiamo dallo stesso titolo del loro documento. Dopo che Ferrando lo ha intitolato “Per un progetto comunista”, ossia con lo stesso nome della sua Associazione, che senso ha parlare di una mozione “al di là delle vecchie divisioni”?

Questa è la realtà sul percorso che ci porta oggi a un congresso su mozioni distinte.

Il “polo autonomo di classe anticapitalistico”

Le basi politiche delle nostre divergenze, tuttavia, non sono certo riassumibili solo alla luce degli avvenimenti di queste ultime settimane. Da anni abbiamo criticato politicamente quella che oggi i compagni di Progetto comunista dichiarano essere il centro della loro battaglia, ossia il “polo autonomo di classe anticapitalistico”.

Cos’è questo strano animale? Per evitare incompresioni, ci rifacciamo direttamente a quanto scrivono i compagni nel loro appello precongressuale.

“L’immediata rottura del Prc col centro liberale dell’Ulivo è imposta dall’evidenza dei fatti. Ma tale rottura non ha affatto il senso di un ripiegamento settario. Al contrario deve star dentro una proposta più generale di autonomia del movimento operaio e di tutti i movimenti di lotta dalla borghesia italiana. La proposta di un polo autonomo di classe e anticapitalistico è rivolta dunque a tutte le forze protagoniste di tre anni di mobilitazioni contro Berlusconi, a partire dai lavoratori e dai giovani; a tutte le loro organizzazioni e rappresentanze di massa (Cgil, sindacalismo di classe, rappresentanze del movimento alterglobalizzazione, organizzazioni del movimento contro la guerra); a tutte le forze e tendenze politiche che sono state in questi anni dalla parte dei movimenti contro Berlusconi e che hanno sostenuto il referendum del Prc sull’articolo 18 (Sinistra Ds, Pdc,i Verdi).”

Regna la confusione più sovrana: spiegateci concretamente come si fa un polo anticapitalista con Epifani, Pecoraro Scanio e Fabio Mussi. Un fronte unico (che è una cosa molto diversa da un “polo”, qualunque cosa significhi questa parola) può e anzi deve essere perseguito con quelle organizzazioni di massa che influenzano o dirigono milioni di lavoratori. Ad esempio era un dovere inserirsi con tutte le nostre forze nella battaglia della Cgil in difesa dell’articolo 18, nonostante tutti i suoi limiti. Lo stessa valga per ogni lotta, difensiva o offensiva, che si sviluppa nella società, non solo a livello sindacale, ma anche sul terreno politico.

Ma un “polo anticapitalistico” è cosa ben diversa: significa pensare che si può fare sottoscrivere a Mussi o a Epifani un programma anticapitalistico e di classe.

Ah, ma questa è una tattica per smascherare questi burocrati di fronte ai lavoratori!, ci spiegheranno allora i nostri compagni di Progetto. Insomma, l’applicazione pratica della vostra tattica è la seguente. Il Prc deve dire “Epifani, Mussi, dovete essere anticapitalisti!” Al loro prevedibile rifiuto (ammesso che rispondano), andremo dagli iscritti dei Ds e della Cgil a dire: “Visto? I vostri dirigenti sono opportunisti e non vogliono una vera alternativa, venite con noi nel “polo autonomo di classe.”

Peccato che queste stupidaggini siano state ripetute per oltre un secolo da tutte le sette pseudorivoluzionarie a tutte le latitudini e non abbiano scalfito di un millimetro l’egemonia dei riformisti sul movimento operaio.

Ulteriore confusione si aggiunge se osserviamo la caratterizzazione che dei Ds dà il compagno Ferrando. Secondo Ferrando la maggioranza Ds (D’Alema-Fassino) è ormai estranea al movimento operaio, non sono più riformisti socialdemocratici ma sono liberali (“centro borghese”) a capo di un partito borghese, all’interno del quale solo una minoranza (Mussi e Salvi) si può ancora definire come socialdemocratica, con una base sociale proletaria. Ora, vorremmo chiedere: dov’è questo abisso di classe che separerebbe Mussi da Fassino? E come collocate un personaggio come Cofferati, che fino a ieri era il capo di fatto della sinistra Ds e che oggi assume una posizione “ponte” fra i due schieramenti? E quelle centinaia, se non migliaia, di quadri della Cgil che voteranno per la maggioranza Ds? E non vi viene da domandarvi perché i movimenti di massa di questi anni abbiano avuto un effetto, sia pure solo iniziale e parziale, all’interno dei Ds (sviluppo della divisione destra-sinistra, la fase del “cofferatismo”) mentre in altri partiti che analogamente definite “centro borghese” come la Margherita non si è visto niente del genere? Non avete “notato” come alle ultime elezioni il voto sia andato a sinistra, favorendo Ds, Prc, Pdci mentre la Margherita affondava? Come vi spiegate questo fenomeno? Non sarà forse che questo si deve precisamente all’insediamento sociale ancora prevalentemente operaio che caratterizza appunto il partito di Fassino?

Se poi allarghiamo lo sguardo fuori dal nostro paese, la posizione di Ferrando è ancora più incomprensibile. Secondo il suo testo congressuale, mentre i Ds sarebbero “centro liberale” (ossia un partito borghese), l’Spd tedesca, il Psf francese e il Psoe spagnolo sarebbero “socialdemocrazia liberale”. Torniamo a domanadare: quale muraglia cinese, quale abisso di classe separerebbe Fassino da Schroeder o da Zapatero?

Queste definizioni non hanno nulla a che vedere col marxismo, sono semplici formule altisonanti, categorie formalistiche che non hanno alcuna applicazione concreta.

La questione del governo

Secondo Ferrando, un partito comunista non può mai entrare al governo, in nessuna circostanza, fino a quando non conquista il potere per via rivoluzionaria, questa sarebbe a suo dire la discriminante fondamentale fra marxismo e riformismo. Questa tuttavia è una interpretazione molto riduttiva, per non dire caricaturale, del marxismo. Il marxismo rifiuta la collaborazione di classe, che si può manifestare tanto al governo come all’opposizione e pensare che la linea del Rubicone sia necessariamente quella che segna la soglia di un palazzo ministeriale è davvero una prova di cretinismo parlamentare.

Più importante, la posizione presuntamente ortodossa di Ferrando in realtà cancella completamente tutta l’elaborazione dell’Internazionale comunista, in particolare nel III e IV Congresso, nonché tutta l’elaborazione dell’opposizione di sinistra e in particolare di Trotskij negli anni ’20 e ’30. Torneremo prossimamente con un articolo più ampio su questa tematica, ma ci limitiamo qui a indicare i punti fondamentali. L’Internazionale comunista dei tempi di Lenin indica nel “governo operaio”, ossia un governo dei partiti socialisti e comunisti, un terreno centrale di agitazione per i comunisti; indica che il governo operaio è lo sbocco naturale della tattica del fronte unico (che Ferrando accetta a parole ma senza in realtà capirci un’acca).

Perché quell’elaborazione è per noi tanto importante? Perché l’Internazionale comunista dei primi anni, così come Trotskij negli anni ’30, si trovava di fronte al problema concreto e immediato di articolare un programma e delle parole d’ordine adeguate alla fase della crisi capitalistica nella quale la transizione diventava un problema immediato. Una fase molto differente, ad esempio, dai principi del ‘900, quando la Luxemburg in un contesto di stabilità del capitalismo e di lento e progressivo adattamento del movimento operaio a questo scenario di lenta evoluzione riformista, conduceva una battaglia di idee per preservare la socialdemocrazia dall’ideologia riformista.

In un contesto radicalmente diverso, (1922), l’Internazionale comunista affermava invece quanto segue: “Lo slogan del governo operaio (o del governo operaio e contadino) può essere utilizzato praticamente ovunque come slogan agitativo generale. Tuttavia, come slogan politico centrale, il governo operaio è più importante nei paesi in cui la posizione della società borghese è particolarmente instabile e dove il rapporto di forze fra partiti operai e borghesia pone all’ordine del giorno la questione del governo come problema pratico che richiede una soluzione immediata. In questi paesi il governo operaio discende inevitabilmente da tutta la tattica del fronte unico.”

I partiti della Seconda internazione tentano di salvare la situazione in quesi paesi proponendo e formando coalizioni fra borghesia e socialdemocratici (…) Al posto della coalizione borghese/socialdemocratica, sia essa aperta o mascherata, i comunisti propongono un fronte unico che coinvolga tutti gli operai e una coalizione di tutti i partiti operai attorno a questioni economiche e politiche, che combatta e infine rovesci il potere borghese”.

E più avanti: “Tale governo operaio è possibile solo se esso sorge dalla lotta delle masse (…). Tuttavia persino un governo operaio che sorga attraverso un riallineamento parlamentare, cioè un governo di origini puramente parlamentari, può aprire la strada a una sollevazione del movimento operaio rivoluzionario”. (Tesi del IV Congresso).

Oggi l’Italia non è ancora sulle soglie di una crisi rivoluzionaria, è indiscutibile che il capitalismo su scala mondiale è entrato in una fase di crisi organica e che in generale il problema del governo e del potere sarà il problema centrale di fronte al movimento operaio e alle sue organizzazioni. Piaccia o meno al compagno Ferrando, la mobilitazione delle masse pone precisamente il problema del governo, e tanto più sarà profonda, tanto più questo problema verrà visto come urgente e decisivo da milioni di lavoratori. La lezione della Spagna non è forse questa? La mobilitazione impetuosa di milioni di persone dopo l’attentato di Madrid dell’11 marzo si è tradotta in un aumento di milioni di voti al partito socialista, non perché le masse avessero chissà quale fiducia in Zapatero, ma perché la questione di cacciare la destra si è posta improvvisamente di fronte alla classe lavoratrice come una questione urgente, bruciante e non rinviabile. In questo contesto, cosa avrebbero dovuto dire dei marxisti? Cacciamo Aznar e poi torniamo all’opposizione? E chi governerebbe? Una simile posizione sarebbe stata giustamente vista come completamente ridicola e inapplicabile. Era invece corretto dire cacciamo Aznar e continuamo la mobilitazione di massa per esigere che si formi un governo di sinistra che rompa con le politiche borghesi non solo ritirando le truppe dall’Iraq, ma anche sul piano economico, sociale, ambientale, ecc. Qualsiasi altra posizione sarebbe stata non solo impraticabile, ma non avrebbe avuto neppure la possibilità di farsi ascoltare dai milioni di persone che scendevano in piazza contro la destra.

In una forma o nell’altra, quanto è accaduto in Spagna si ripeterà anche nel nostro paese, per il semplice motivo che le masse non hanno oggi alternative credibili e tenteranno una e più volte di far emergere la propria voglia di cambiamento attraverso le organizzazioni maggioritarie della sinistra.

È necessario pertanto che i comunisti elaborino una tattica e parole d’ordine adeguate anche su questo terreno, se non vogliono trovarsi completamente isolati dal movimento della classe.

Un vicolo cieco

Nelle prossime settimane di dibattito avremo modo di tornare su questi e altri argomenti che ci dividono dai compagni di Progetto comunista. Questi punti principali sono tuttavia sufficienti a far emergere il carattere profondamente settario della posizione avanzata da Ferrando. Questo settarismo è sempre stato presente nella sinistra del Prc (e per anni lo abbiamo criticato), ma le successive divisioni avvenute al suo interno (a cominciare dalla nostra espulsione da quell’area nel 2001) fanno sì che oggi questo settarismo si esprima senza alcuna mediazione, in forma per così dire distillata.

La disgregazione avvenuta nella sinistra del Prc è a nostro avviso il frutto inevitabile di tale approccio settario sia rispetto all’insieme del movimento operaio, sia rispetto alla battaglia interna al partito. Si pone quindi obiettivamente il problema della prospettiva generale di questa battaglia. Riteniamo che la lotta congressuale possa avere una prospettiva solo se verrà integrata in una strategia complessiva di costruzione dell’alternativa marxista su tutti i terreni necessari. In altre parole, giunge al capolinea quella concezione coltivata per anni da Progetto comunista che vedeva al suo centro unicamente la lotta congressuale (e negli organismi dirigenti) per riaffermare con monotona regolarità ad ogni congresso, ad ogni conferenza dei Giovani, ad ogni riunione del Cpn e di qualsiasi organismo dirigente locale, il loro “No agli accordi col centrosinistra!”.

Tale strategia ha impedito un serio sviluppo della sinistra del Prc, rinchiudendola in una gabbia che alla fine rischia di soffocarla e metterla, prima o poi, di fronte a un dilemma insolubile: o assistere ad un continuo indebolimento, con relative defezioni, espulsioni, polemiche, abbandoni, insomma proseguire sulla strada di questi anni. Oppure ad un certo punto reagire con una scissione ultraminoritaria dal Prc dettata dalla solo frustrazione crescente che molti militanti provano di fronte alla situazione attuale. E ci pare che tali spinte siano sempre più forti e non trovino adeguato contrasto da parte del gruppo dirigente di Progetto comunista, che anzi insiste ad utilizzare formulazioni ambigue al riguardo.

La nostra posizione nel congresso ha l’ambizione di indicare una via d’uscita da questo vicolo cieco. Il successo della nostra battaglia non si misurerà solo dal numero di voti raccolti (anche se non risparmieremo nessuno sforzo nel dibattito per convincere ogni singolo compagno che sia interessato ai nostri argomenti); sarà un passaggio in un percorso ben più ampio, che da tempo vede i militanti che si raccolgono attorno a questa rivista impegnati in un difficile lavoro di costruzione e radicamento delle forze del marxismo nel movimento operaio. Siamo certi che quando a marzo si faranno i bilanci, non solo valuteremo un sostegno positivo per la nostra mozione nel congresso, ma misureremo anche che l’insieme del nostro intervento potrà registrare un significativo salto di qualità su tutti i terreni.

25 novembre 2004.