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Apprezziamo dunque la maggiore schiettezza del ministro nel dire chiaramente di cosa stiamo parlando: la minaccia di ricorso del governo contro la sentenza della Corte europea è un attacco alla legge 194 e ai diritti delle donne, che si vorrebbero equiparare a quelli di un insieme di cellule che può crescere solo all’interno del corpo di una donna… se lei lo decide…

Ci piacerebbe aggiungere queste quattro parole senza usare il corsivo ma questo richiede di intraprendere una dura battaglia. E, per quanto non possiamo non accogliere positivamente ogni sentenza contro la legge 40 (ci sono già stati tribunali italiani che si sono espressi in questo senso oltre alla sentenza della Corte costituzionale nel 2009), non possiamo non riconoscere la debolezza di argomentazioni come, nel caso in questione, “il diritto alla vita privata e familiare” rispetto alla portata della posta in gioco. Così come non possiamo relegare al piano giuridico e istituzionale questa battaglia, come l’esperienza dei referendum abrogativo del 2005, sempre sulla famigerata legge, ci ha insegnato, ma svilupparla a tutto campo anche contro gli altri attacchi che, come i tagli allo stato sociale, all’assistenza agli anziani, ai consultori, puntano a scaricare sulle spalle delle donne lavoratrici i costi della crisi.

Insomma, una legge fatta su misura per incarnare l’idea di famiglia di “nostra madre Chiesa”.

Ecco così dispiegarsi un indegno e ipocrita gioco di sponda tra il cardinal Bagnasco, indignato per il “surclassamento della magistratura italiana” (la stessa che quando si imbatte negli affari sporchi del Vaticano commette ingerenze!) e il ministro della salute Balduzzi che si spinge addirittura oltre, auspicando una riflessione che “deve partire dal bilanciamento di due principi: sono beni da tutelare la soggettività giuridica dell’embrione e la salute della madre”. Altro punto scandalosamente oscurantista: nella genitorialità si considera preponderante il legame di sangue rispetto a quello affettivo, riconoscendo minore dignità alle famiglie con figli adottivi, e facendo finta che le cronache non siano piene di casi di violenza di genitori su figli, naturali.Si tratta di violazioni talmente invasive della libertà di una donna di decidere cosa deve succedere al suo corpo che siamo abituati a dichiarazioni di indignazione “bipartisan”. 

Queste però non possono nascondere il contenuto di classe di una legge che di fatto colpisce soprattutto le lavoratrici, che solo attraverso pesanti sacrifici possono permettersi quello che per le donne delle classi abbienti è un’accessibile alternativa: andare all’estero per aggirarne gli ostacoli, tra cui anche quello della fecondazione eterologa. La legge italiana prevede infatti: riconoscimento della “personalità giuridica dell’embrione”; obbligo di impianto “unico e contemporaneo” di tutti gli embrioni preparati in vitro (massimo tre) e parallelo divieto di congelamento; divieto di diagnosi pre-impianto; limitazione del ricorso alla pma solo alle coppie sterili o nel caso in cui l’uomo sia portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili.Subito si sono levati gli scudi del governo e delle gerarchie ecclesiastiche in difesa del grimaldello con cui nel 2004 si è ripartiti all’attacco del diritto delle donne a decidere del proprio corpo, ponendosi in aperta contraddizione con la legge 194. Si riaccende il dibattito sulla legge 40, dopo che la Corte europea dei diritti umani ha accolto il ricorso di una coppia di italiani portatori sani di fibrosi cistica contro il divieto di ricorrere alla procreazione medicalmente assistita (pma) effettuando la diagnosi pre-impianto sugli embrioni. La legge 40 infatti, li costringe, volendo avere un figlio, a correre il 50% di rischio che questo sia portatore sano e il 25% di rischio che sia malato; uno dei punti più odiosi di una legge che pone come unica alternativa quella dell’aborto terapeutico (cosa a cui la coppia in questione è già ricorsa, avendo già una bambina malata).

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