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Roma, Policlinico Umberto I reparto di ginecologia, 17 novembre: “Le prenotazioni sono temporaneamente sospese”. Un avviso conciso e burocratico comunica alle donne che da quel momento (e fino a data da destinarsi) si è aggiunto un ulteriore ostacolo all’interruzione volontaria della gravidanza. Motivo: il pensionamento del solo medico non obiettore di coscienza del più grande ospedale d’Italia. Risultato: la negazione di un diritto.
La direzione della struttura ospedaliera blocca immediatamente la lista di attesa per effettuare l’Ivg poiché, essendo impossibile prevedere quando verrà assunto un nuovo medico non obiettore, è consigliabile rivolgersi ad altra struttura. Sembra una soluzione ovvia se vengono taciuti i dati romani sul personale medico obiettore di coscienza. Secondo i dati riportati da Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194), a metà del 2014 il 15% dei ginecologi operanti nelle strutture ospedaliere pubbliche di Roma e provincia sono non obiettori (43 su 280). Il Policlinico Umberto I si affianca al Sant’Andrea, sprovvisto di medici non obiettori. In provincia non è possibile esercitare il diritto all’Ivg a Colleferro, Palestrina e Velletri. In altre strutture la situazione rimane grave: in ospedali strategici come il Casilino (3 non obiettori su 17), il Pertini (2 su 17) e il S. Giovanni (5 su 28) i numeri parlano chiaro. A complicare lo scenario, si deve aggiungere la così detta “obiezione di struttura”: infatti anche il personale sanitario non medico può dichiararsi obiettore, di conseguenza la presenza di un medico non obiettore non garantisce l’accesso all’Ivg se opera in una struttura che pratica di fatto l’obiezione (nel Lazio si contano 10 strutture su 31 in cui non è possibile effettuare l’Ivg nei primi 90 giorni, dato che aumenta a 24 per le interruzioni terapeutiche oltre i 90 giorni).
La propaganda antiabortista utilizza in modo opportunista la diminuzione del tasso di abortività negli ultimi trent’anni (si va dal 17,2‰ del 1982 al 7,8‰ del 2012) per sostenere che il numero totale di non obiettori sia adeguato alla richiesta nonostante la cospicua crescita del numero di obiettori (+17,3%). Innanzi tutto occorre evidenziare il drastico calo demografico intervenuto in questo arco temporale, inoltre le lunghe liste di attesa per effettuare l’Ivg rivelano l’insufficienza dei medici non obiettori.
È importante sottolineare come questa situazione intervenga in una città dalla composizione sociale ampia e variegata come Roma, con un’alta vocazione immigratoria e popolare: la negazione dei diritti e la carenza dei servizi pubblici viene pagata più pesantemente dalle classi disagiate in quanto la classe borghese può accedere a strutture private in cui il costo si aggira tra i 1.000 e i 1.400 euro.
Anche sul fronte dell’interruzione farmacologica che permette alla donna di scegliere in modo più tempestivo e meno invasivo l’interruzione di gravidanza, Roma dimostra una drammatica arretratezza: l’unico ospedale che adopera la RU486 è il San Camillo, in provincia solo Anzio e Nettuno. Nell’ambito della RU486 al problema degli obiettori si aggiunge quello dell’ospedalizzazione della paziente per tre giorni: obbligo quanto mai impraticabile nello scenario delle politiche capitaliste di tagli drastici e costanti alla sanità pubblica, al personale e ai posti letto.
Una volta di più si dimostra come il diritto tutelato da leggi progressiste venga di fatto schiacciato e umiliato da pratiche conservatrici. Dobbiamo affermare il principio per cui senza una costante e rigorosa lotta a sostegno dei diritti delle donne, senza un’adeguata informazione a partire dalle scuole e senza una capillare presenza dei consultori nei territori, gli interessi borghesi, arretrati e reazionari prevalgano, con conseguenze tanto più gravi poiché subite dagli strati più disagiati della società. Alla lotta per la reale e completa attuazione della legge 194, si deve affiancare la lotta per il superamento dell’obiezione di coscienza e per la diffusione della RU486.

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