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Il marxismo e il problema delle nazionalità oppresse

Lo Stato nazionale moderno è stato creato dalla borghesia nascente, che nella lotta per un mercato il più ampio e aperto possibile ha travolto le barriere del feudalesimo, ha unificato le nazioni e istituito nuove frontiere per difendere il proprio mercato contro i prodotti delle altre borghesie.

Questo processo, che ha messo fine alla divisione della società feudale e creato un ampio spazio per la crescita delle forze produttive, ha giocato all’origine un ruolo progressista, ponendo le basi di uno sviluppo economico senza precedenti. In Francia fu la Rivoluzione del 1789 a mettere fine al vecchio Stato monarchico e a creare le basi (con la vendita delle proprietà terriere feudali e la liberalizzazione del commercio) dello sviluppo economico capitalista. Invece in paesi come Spagna, Italia e Portogallo non ci sono state delle rivoluzioni borghesi classiche. Le loro borghesie hanno cercato sempre dei compromessi con l’aristocrazia e il risultato è stato uno sviluppo economico e sociale pieno di contraddizioni e una situazione di arretratezza rispetto alle nazioni dove la vecchia società era stata spazzata via. Comunque, negli ultimi due secoli il potere del mercato capitalista ha cambiato la faccia della Terra:

Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionri, ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione è una questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili - industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra. E come nella produzione materiale, così anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune. La unilateralità e la ristrettezza nazionale diventano sempre più impossibili, e dalle lomte letterature nazionali e locali esce una letteratura mondiale.

Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglierie pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi (...). La borghesia sopprime sempre più il frazionamento dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Essa ha agglomerato la popolazione, ha centralizzato i mezzi di produzione e concentrato la proprietà in poche mani. Ne è risultata come conseguenza necessaria la centralizzazione politica.

(K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito comunista, 1848, Editori Riuniti, 1996, pp. 9 e sgg.)

Nella seconda metà del secolo scorso si sono unificate Italia e Germania. Gli Stati Uniti d’America si unificarono dopo una guerra civile, ponendo le basi della maggiore potenza mondiale. Perfino il Giappone avviò la sua particolare "rivoluzione borghese", promossa dalla burocrazia statale, che non voleva soccombere di fronte ai paesi capitalisti più forti, che fu portata a compimento (riforma agraria, eliminazione dei privilegi feudali e restrizioni commerciali) solo con l’occupazione USA dopo la seconda guerra mondiale.

Gli Stati nazionali si formarono a costo di lotte sanguinose, guerre civili e criminali "pulizie etniche". Di solito la borghesia dominante imponeva un rigido centralismo al paese, una burocrazia statale sotto il suo diretto controllo, un esercito nazionale con il conseguente servizio di leva, una lingua e una cultura dominanti. In pochi casi lo Stato nazionale coincideva con una sola nazionalità; molto più spesso raggruppava più etnie, culture, lingue. Lo Stato, attraverso l’amministrazione, la scuola e anche la polizia e la magistratura, provava ovunque a centralizzare, ad assimilare le diverse nazionalità e a sostituirle nell’immaginario collettivo con un’idea di nazione che andava oltre i particolarismi locali, al servizio della quale furono creati nuovi miti.

La lingua è il principale elemento di unione tra gli uomini e quindi di collegamento nell’attività economica. Diviene lingua nazionale con il prevalere della circolazione delle merci che unisce una nazione. Su questa base si crea lo Stato nazionale, che è il terreno più adatto, più vantaggioso e più normale per lo sviluppo dei rapporti capitalistici. In Europa occidentale, se lasciamo da parte la lotta per l’indipendenza dei Paesi Bassi e il destino dell’Inghilterra insulare, l’epoca della formazione delle nazioni borghesi si è iniziata con la grande rivoluzione francese e si è sostanzialmente conclusa dopo un secolo circa, con la costituzione dell’Impero tedesco. Ma nel momento in cui in Europa lo Stato nazionale non poteva più essere la cornice adatta per lo sviluppo delle forze produttive e diveniva Stato imperialista, in Oriente — in Persia, nei Balcani, in Cina, in India — si era solo all’inizio dell’epoca delle rivoluzioni democratiche nazionali, stimolate dalla rivoluzione russa del 1905. La guerra balcanica del 1912 segnò la fine del processo di formazione degli Stati nazionali nel sud-est europeo. La successiva guerra imperialista, incidentalmente, portò a termine in Europa l’opera incompleta delle rivoluzioni nazionali, determinando lo smembramento dell’Austria-Ungheria, la creazione di una Polonia indipendente e di Stati limitrofi staccatisi dall’impero degli zar.

Se negli Stati nazionalmente omogenei la rivoluzione borghese sviluppava poderose tendenze centripete, sotto il segno di una lotta contro il particolarismo come in Francia oppure contro il frazionamento nazionale come in Italia e in Germania, negli Stati eterogenei come la Turchia, la Russia, l’Austria-Ungheria, la rivoluzione borghese in ritardo scatenava invece le forze centrifughe. Benché in termini meccanici questi processi sembrino contrapposti, la loro funzione storica è la stessa nella misura in cui, in entrambi i casi, si tratta di servirsi dell’unità nazionale come in un serbatoio economico essenziale: per questo bisognava realizzare l’unità della Germania e bisognava, invece, smembrare l’Austria-Ungheria.

Lev Trotskij, Storia della Rivoluzione Russa, Sugarco edizioni, pp. 572-3

Nel periodo di ascesa del capitalismo poteva sembrare che almeno nelle nazioni più industrializzate si era riusciti a creare delle nazioni stabili; ma oggi possiamo vedere chiaramente come il problema delle nazionalità non è stato risolto. Nazioni con una tradizione secolare, come la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna, soffrono spinte centrifughe e movimenti nazionalisti che rivendicano ampia autonomia e in alcuni casi l’indipendenza. Finché una società migliora nel suo insieme, difficilmente crescono le tendenze separatiste; ma poiché il capitalismo si sviluppa attraverso contraddizioni, creando costantemente disuguaglianze, assistiamo alle aspirazioni nazionaliste di quelle popolazioni che si considerano più ricche e/o sviluppate del resto del loro Stato, visto come una palla al piede; ma abbiamo anche il separatismo delle zone più arretrate, che si considerano sfruttate; in Italia un esempio del primo caso è la Lega Nord. Un esempio del secondo è stato il separatismo sardo o siciliano.

Ma i problemi non finiscono qui. Ci sono parecchi popoli come i curdi che, "arrivando tardi", si sono trovati divisi tra diversi Stati, senza la possibilità di crearsene uno proprio. Così come di tante popolazioni divise da frontiere artificiali in Asia e soprattutto in Africa, il continente coloniale per eccellenza, dove i governi europei hanno creato Stati artificiali, disegnati con la riga a tavolino, che oggi, dopo decenni di formale indipendenza, sono teatro di guerre civili, massacri etnici e instabilità permanente.

I portavoce della lotta per gli interessi nazionali sono le borghesie di ciascuno Stato, che abilmente camuffano i loro interessi dietro parole d’ordine "sacrosante", come "i superiori interessi della nazione", la "superiorità della nostra civiltà", "la difesa della patria in pericolo". La borghesia della nazione dominante usa lo Stato e la repressione (della lingua, della cultura ecc.) per mantenere il proprio dominio. Quella della nazione oppressa fa un appello al popolo, che soffrendo la repressione da parte dello Stato è scontento e disposto a lottare; così si costituiscono i movimenti nazionalisti.

Il movimento operaio, che entrò nell’arena della Storia alla metà del secolo scorso, lasciò invece un’impronta profondamente internazionalista. L’appello "proletari di tutti i paesi unitevi", che concludeva il Manifesto Comunista del 1848, non è una frase casuale, ma la conclusione corretta dell’analisi delle tendenze economiche, sociali e politiche del capitalismo. Il mercato mondiale, unificando tutte le nazioni almeno a livello economico, poneva tutti i salariati di fronte alle stesse condizioni di sfruttamento. Il capitale, spostandosi da un paese all’altro, avrebbe facilmente impedito qualsiasi resistenza efficace se non ci fosse stata un’autentica solidarietà tra tutti gli sfruttati.

Fin dalle sue origini il movimento operaio si è posto il problema delle nazionalità oppresse e ha provato a dargli una risposta. Il marxismo legò sempre questo problema a quello più generale dell’oppressione di classe e considerò pertanto che la lotta contro l’oppressione nazionale era legata e condizionata agli interessi generali della classe operaia dei diversi paesi e alla lotta per la rivoluzione socialista. Lo scopo di Marx ed Engels nel difendere i diritti delle nazionalità oppresse era facilitare una genuina unità dei lavoratori in tutto il mondo, cioè aiutare a costruire un forte movimento rivoluzionario socialista.

Lenin approfondì la posizione di Marx ed Engels. Il bolscevismo doveva risolvere un problema enorme: l’impero zarista contava più di cento nazionalità diverse e lo Stato sapeva usare le une contro le altre. Come scrive Trotskij:

Lenin aveva compreso tempestivamente l’inevitabilità in Russia di movimenti nazionali centrifughi e per anni aveva lottato ostinatamente, in ispecie contro Rosa Luxembourg, per il famoso paragrafo 9 del vecchio programma del partito che proclamava il diritto delle nazioni all’autodecisione cioè anche a una completa separazione. Con ciò, il partito bolscevico non si impegnava affatto a fare propaganda separatista. Si impegnava solo a opporsi intransigentemente a qualsiasi forma di oppressione nazionale e quindi anche al mantenimento con la forza di questa o quella nazionalità entro i confini di un solo Stato. Solo per questa via il proletariato russo poté gradualmente conquistare la fiducia delle nazionalità oppresse. Ma questo non era che un aspetto della questione.

La politica del bolscevismo sul piano nazionale aveva anche un altro aspetto, che in apparenza era in contrasto con il primo, ma in realtà lo completava. Sul piano del partito e delle organizzazioni operaie in genere, il bolscevismo applicava criteri rigorosamente centralistici, lottando implacabilmente contro ogni contagio nazionalistico che potesse mettere gli operai gli uni contro gli altri o dividerli. Negando fermamente allo Stato borghese il diritto di imporre a una minoranza nazionale una cittadinanza coatta o anche una lingua ufficiale, il bolscevismo riteneva al tempo stesso che fosse suo sacro dovere fondere in un tutto unico, il più saldamente possibile, sulla base di una disciplina di classe volontaria, i lavoratori delle diverse nazionalità. Così respingeva puramente e semplicemente la concezione nazional-federativa della struttura del partito.

Una organizzazione rivoluzionaria non è il prototipo dello Stato futuro, è solo uno strumento per crearlo. Lo strumento dev’essere adatto alla fabbricazione del prodotto, non deve identificarsi con il prodotto stesso. Solo un’organizzazione centralistica può assicurare il successo della lotta rivoluzionaria, anche quando si tratta di distruggere un’oppressione nazionale centralizzata.

Lev Trotskij, Storia della Rivoluzione Russa, Sugarco Edizioni, p. 573

Di fatto, il marxismo difende il diritto all’autodeterminazione delle nazionalità oppresse non per stimolare la creazione di nuove frontiere, ma al contrario per unire, volontariamente, su basi uguali la classe lavoratrice delle diverse nazionalità nella lotta contro la borghesia.

La posizione di Lenin al riguardo era molto chiara come ci spiega Trotskij:

Lenin aveva compreso con notevole acutezza la forza rivoluzionaria implicita nello sviluppo delle nazionalità oppresse sia della Russia zarista sia del mondo intero. Ai suoi occhi non meritava che disprezzo quel "pacifismo" ipocrita che "condanna" in egual misura la guerra di asservimento del Giappone contro la Cina e la guerra di emancipazione della Cina contro il Giappone. Secondo Lenin, una guerra nazionale di emancipazione, contrariamente a una guerra imperialista di oppressione, non era che una forma di rivoluzione nazionale, che a sua volta si inseriva come anello indispensabile nella lotta liberatrice della classe operaia di tutto il mondo. Da una tale valutazione delle rivoluzioni e delle guerre nazionali non deriva però in alcun modo il riconoscimento di una funzione rivoluzionaria della borghesia dei paesi coloniali e semicoloniali. Al contrario, la borghesia dei paesi arretrati, dal momento in cui si mette i denti di latte, si sviluppa proprio come un’agenzia del capitale straniero e, benché nutra, nei confronti di quest’ultimo un sentimento di invidiosa ostilità, in tutte le circostanze decisive si trova e si troverà unita al capitale straniero, nello stesso campo. Quella cinese dei compradores è la forma classica di borghesia nazionale come il Kuomintang è il classico partito dei compradores. Le sfere superiori della piccola borghesia, tra cui gli intellettuali, possono partecipare attivamente, a volte rumorosamente, alla lotta nazionale, ma non sono in grado di avere una funzione indipendente. Solo la classe operaia, messasi alla testa della nazione, può condurre sino in fondo una rivoluzione nazionale e agraria.

Lev Trotskij, Storia della Rivoluzione Russa, Sugarco Edizioni, p. 573.

Il movimento operaio non nega l’esistenza dell’oppressione nazionale. Tanto meno lascia alla borghesia delle nazionalità oppresse la direzione della lotta per i diritti nazionali calpestati. Difende fino in fondo il diritto a esprimersi nella propria lingua, a conservare la propria cultura e infine a non restare dentro di uno Stato, se non lo vogliono veramente. Ma allo stesso tempo il movimento operaio critica la posizione nazionalista che vede nell’indipendenza la soluzione ai problemi del popolo oppresso. Il movimento operaio - partendo dell’oppressione di classe della quale è responsabile anche la borghesia della nazionalità oppressa a danno dei propri connazionali - difende la lotta per la rivoluzione sociale come l’unico modo di risolvere i problemi fondamentali dei lavoratori. Anzi, il movimento operaio spiega che in una società basata sulla democrazia operaia sarà possibile estirpare qualsiasi tipo di oppressione nazionale e che ciò potrebbe creare le condizioni per renderà la richiesta di indipendenza superata dai fatti. Così facendo il movimento operaio ha ben presente che la sua proposta non sarà credibile se non risulta evidente che non si vuole in nessun modo perpetuare la situazione di oppressione e che a riprova di ciò saranno le diverse minoranze nazionali ha decidere in ogni momento che tipo di legami mantenere con lo Stato.

Trotskij, fa il paragone tra i destini della Russia zarista e del’impero austriaco:

Le recenti sorti di due Stati multinazionali, la Russia e l’Austria-Ungheria, hanno messo in luce la contrapposizione tra bolscevismo e austro-marxismo. Per circa quindici anni Lenin sostenne, con una lotta implacabile contro lo sciovinismo grande russo di tutte le gradazioni, il diritto di tutte le nazionalità oppresse di distaccarsi dall’Impero degli zar. I bolscevichi erano accusati di tendere allo smembramento della Russia, mentre un’audace concezione rivoluzionaria della questione nazionale assicurò al partito bolscevico la fiducia indistruttibile dei piccoli e arretrati popoli oppressi della Russia. Nell’aprile 1917 Lenin diceva: "Se gli Ucraini vedono che abbiamo una repubblica dei soviet, non si distaccheranno; ma se abbiamo una repubblica di Miljukov, si distaccheranno". Anche questa volta aveva ragione. La storia fornì una incomparabile verifica di due politiche nella questione nazionale. Mentre l’Austria-Ungheria, il cui proletariato era stato educato nello spirito di vili tergiversazioni, andava in frantumi sotto una scossa terribile, e l’iniziativa del crollo spettava ai settori nazionali della socialdemocrazia, sulle rovine della Russia zarista nasceva un nuovo Stato composto da nazionalità saldamente tenute insieme, sul piano economico e politico, dal partito bolscevico. Quali che siano le vicende ulteriori dell’Unione Sovietica — che è ben lungi dall’essere giunta in porto — la politica nazionale di Lenin entrerà per sempre a far parte del patrimonio dell’umanità.

Lev Trotskij, Storia della Rivoluzione Russa, Sugarco Edizioni, p. 588

Aprile 1999

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