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Le primarie milanesi, a differenza di quelle napoletane, finite ingloriosamente, hanno dato l’illusione della vittoria della partecipazione popolare sul grigiore burocratico-affaristico del Pd lombardo e milanese.

 

 

La vittoria sulla destra becera ha parzialmente nascosto il grande fraintendimento. Chi ha vinto davvero le elezioni a Milano? I milanesi gioiosi che in piazza Duomo cantavano le canzoni delle lotte partigiane e della Liberazione dal fascismo o i poteri forti salutati da Romiti e dal Corriere della Sera?

Il nostro partito dovrebbe interrogarsi su questo punto per orientare la sua azione seppur, nel contesto, modesta.

Interroghiamoci anche sulle scelte politiche della Giunta. Assunzioni di dirigenti con compensi stellari, deroga al patto di stabilità richiesta solo per Expo (e ovviamente ottenuta), vendita di un primo pacchetto di Sea e Serravalle, proseguimento della politica di aumento di rapporti privatistici nei servizi (sport, educazione, civiche) e degli sgomberi delle case, oltre alla nota introduzione dell’addizionale irpef e dell’aumento del prezzo del biglietto del trasporto locale.

Esiste una banale contraddizione fra gli interessi tutelati dal senatore assessore Tabacci (Api) e da tutto il Pd (ricordiamo la presa di posizione della capogruppo in Comune a sostegno di una zona militare speciale in Valsusa per imporre la Tav) e quelli della gran parte di coloro che li hanno votati. Come possiamo impedire il dilagare della delusione? Come intercettare il dissenso?

I nostri due rappresentanti in Consiglio non hanno votato l’Expo, attirandosi le ire del Pd. Scelta giusta. Sotto il peso del ricatto sul bilancio, hanno poi votato la vendita della quota di Sea, e il nostro consigliere indipendente (Presidente del Consiglio comunale) ha anche sostenuto la successiva quotazione in borsa.

Dov’è la coerenza della nostra posizione? Su queste basi non si può essere punto di riferimento per intercettare il dissenso.

I precari del Comune sono impegnati in una disperata vertenza per rivendicare la loro stabilizzazione o almeno il rinnovo dei contratti a tempo determinato. Sono diverse centinaia e negli ultimi cinque anni sono migliaia i precari lasciati a casa. Chiedono di tagliare i costi della politica, di far pagare i ricchi, chiedono di sapere le vere dimensioni del lavoro precario in Comune, la più grande “azienda” della città. E, dopo aver contribuito alla vittoria di Pisapia, sono soli e ci domandano da che parte stiamo. La giunta assume nuovi dirigenti, introduce lavoro interinale e da cooperative, ma non rinnova i contratti ai suoi dipendenti. La nostra consigliera ha presentato un’interrogazione in Consiglio e ha chiesto ai precari di continuare la lotta, di rivolgersi ai sindacati, di promuovere il movimento. Non possiamo fare di più perché in Consiglio siamo pochi. Se non abbiamo istituzionali non siamo visibili, se li abbiamo, comunque possono fare poco o nulla. Domanda: a cosa ci servono questi istituzionali? È davvero ineluttabile tutto ciò? Dobbiamo anche noi contribuire all’idea che la politca è un teatro dove dietro le belle parole, alla fine sono tutti uguali? Penso proprio di no. Non sarebbe forse il caso di uscire da questa maggioranza e mettere tutto il nostro partito a disposizione del movimento e del conflitto?

 

(pubblicato sulla Tribuna congressuale di Liberazione del 27 novembre 2011)

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