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Dopo il decreto legge su contratti a termine e apprendistato, arriva anche il disegno di legge delega per il resto del Jobs Act: il delitto è perfetto.


Per chi non conoscesse la terminologia giuridica, chiariamo subito come funziona: il decreto legge, emanato dal governo, contiene nel dettaglio la nuova disciplina ed è in vigore immediatamente con la sua pubblicazione, ma per mantenere la sua validità deve essere convertito in legge entro 60 giorni; la legge delega invece deve essere approvata dal Parlamento, ma non contiene una regolamentazione precisa della materia, bensì soltanto una serie di principi e “criteri direttivi”, che dovranno essere rispettati dal governo quando emanerà i decreti legislativi in attuazione della delega ricevuta; questi decreti non saranno più sottoposti al vaglio del Parlamento.

La riforma del lavoro, dunque, viene portata avanti da un governo che nessuno ha eletto (il terzo consecutivo!) alternando provvedimenti immediatamente esecutivi senza preventivo vaglio parlamentare, e forme normative su cui il Parlamento ha un controllo generico e limitato. Non che questo Parlamento meriti la benché minima fiducia, intendiamoci, ma il metodo autoritario usato per una riforma destinata a incidere così tanto sulla vita degli italiani è indice dello spirito che la muove: ridurre al silenzio ogni forma di dissenso.

 

I padroni festeggiano


Del resto, come ha ricordato il ministro del lavoro Giuliano Poletti agli imprenditori riuniti a Cernobbio un paio di settimane fa, il primo obiettivo della riforma è “ridurre al minimo le cause di lavoro decise dal magistrato” nella convinzione che “il lavoro è figlio di una libera scelta dei soggetti“. Peccato che non sia affatto così: chiunque abbia mai lavorato in un’azienda sa perfettamente che il lavoro è nella stragrande maggioranza dei casi figlio del rapporto totalmente squilibrato tra chi compra il lavoro, potendo attingere a un bacino sempre crescente di disoccupati o lavoratori sottopagati, e chi vende il proprio tempo e la propria competenza, spesso trovandosi in condizioni di “prendere o lasciare”. In un contesto di questo genere, che è nell’esperienza comune di chiunque, la possibilità di far valere in giudizio quei pochi diritti previsti dalla legge è l’unica chance di riequilibrare il rapporto e mantenere un livello minimo di tutele.

Ridurre (e di fatto eliminare, come è nelle speranze di governo e imprenditori) il contenzioso significa lasciare i lavoratori alla completa mercé delle imprese, e dunque necessariamente ridurre salari, tutele, diritti. E sia chiaro, penso che questa sia una conseguenza inevitabile non perché gli imprenditori siano cattivi, ma perché in un sistema in cui è possibile aumentare il tasso di sfruttamento, l’impresa che dovesse mantenere un livello di tutele (e quindi di costi) più alto del dovuto sarebbe rapidamente buttata fuori dal mercato.

 

Cosa prevede la legge delega


Fatte queste premesse, vediamo questo disegno di legge delega.

 

oletti squinzi
Squinzi e Poletti sono soddisfatti

L’art. 1 prevede una riforma degli ammortizzatori sociali, che ha come primo criterio direttivo la “impossibilità di autorizzare le integrazioni salariali in caso di cessazione di attività aziendale o di un ramo di essa“. Dunque, abolizione della cassa integrazione straordinaria, che in questi anni di crisi mantiene centinaia di migliaia di lavoratori. Segue la “revisione dei limiti di durata” degli ammortizzatori superstiti, che se tanto mi dà tanto è un modo per autorizzare il governo a ridurre ulteriormente i sussidi. E ancora, “rimodulazione dell’Assicurazione Sociale per l’impiego … rapportando la durata dei trattamenti alla pregressa storia contributiva del lavoratore“: dunque ulteriori limiti, particolarmente gravosi per chi ha dovuto lavorare a partita IVA o a progetto (non parliamo neppure del lavoro nero) e per chi è passato da un lavoro all’altro con intervalli non brevissimi di disoccupazione. Con queste premesse, la giusta misura dell’estensione del trattamento di disoccupazione a chi è reduce da contratti a progetto rischia di essere niente più che un palliativo. Curiosamente, la “introduzione, dopo la fruizione dell’ASpI, di una prestazione limitata ai lavoratori, in disoccupazione involontaria, che presentino valori ridotti” dell’ISEE, pure di per sé tutto sommato condivisibile, oltre a essere vaga e a prevedere varie condizioni discutibili, è comunque prevista solo in via eventuale.

L’art. 2 prevede vaghi incentivi alle assunzioni (cioè regali alle aziende che assumerebbero comunque) e una vaghissima riforma dei centri per l’impiego, con previsione tra l’altro della “valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati“, e cioè verosimilmente regali alle agenzie di somministrazione, che ne avevano proprio bisogno.

L’art. 3 riguarda la”semplificazione delle procedure e degli adempimenti“: a parte la previsione “tecnica” relativa alla telematizzazione e alla semplificazione delle procedure burocratiche, di sostanziale non c’è scritto assolutamente nulla. Giusto, in astratto, semplificare la burocrazia e abbandonare il cartaceo, ma non se questo avviene, come già in passato, a scapito dei controlli.
E veniamo alla delega in materia di riordino delle forme contrattuali, che è il vero nocciolo della questione. Anche qui chiaramente il disegno di legge si mantiene volutamente vago, in modo da consentire al governo, che scriverà la disciplina dettagliata, di fare un po’ quello che vuole senza alcun controllo. Il governo è delegato, secondo il progetto, ad analizzare, controllare, verificare l’esistente, e poi a scrivere un nuovo “testo organico di disciplina delle tipologie contrattuali” che semplifichi il quadro attuale, ma che allo stesso tempo “possa anche prevedere la introduzione di ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti“.

Eccolo qui, il contratto di inserimento a tutele crescenti. Ne abbiamo già parlato in abbondanza, perciò sul punto, visto anche che manca ogni specificazione sulla durata e il tipo di tutele previste, ci limiteremo a ribadire che nessuna tutela è efficace se la sanzione non è un vero deterrente: sotto il livello della reintegrazione, qualsiasi tutela economica, a maggior ragione se legata all’anzianità di servizio, non è una vera tutela. Introdurre un contratto a tutele crescenti perciò significa soltanto estendere in modo insensato il periodo di prova, dagli attuali 30 giorni (in media) a svariati anni. L’effetto quindi è del tutto analogo a quello della riforma dei contratti a termine.

Tanto per non farsi mancare niente, lo stesso articolo prevede anche la “possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, in tutti i settori produttivi, attraverso la elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti“. Stiamo parlando qui di quelle prestazioni di lavoro che possono essere pagate tramite voucher. La riforma Fornero aveva già ampliato notevolmente il campo di applicazione di questa disciplina, estendendola a tutti i casi di committenti imprenditori commerciali o professionisti, entro il limite di 2.000 Euro per ciascun committente, e 5.000 Euro complessivi nell’anno solare. Va da sé che elevare il limite di reddito significa far rientrare nell’ambito dell’occasionalità (e dunque della sostanziale deregolamentazione e ricattabilità) rapporti di lavoro che sono invece continuativi, per quanto precari e sottopagati; in coppia con l’estensione della disciplina a tutti i settori produttivi, l’effetto è di moltiplicare lo sfruttamento.

Dopo questo scempio annunciato, chiude l’art. 5 con una serie di buone quanto vaghe intenzioni sul sostegno alla genitorialità. Certo che ottenere un “tax credit” (perché non “credito d’imposta”?) quando nello stesso tempo ti levano il diritto a un posto di lavoro stabile non è un grande affare (tanto più che chi non lavora con continuità di tasse generalmente ne paga ben poche, che abbia figli o meno).

E del resto, chi se la sente più di fare figli, sapendo che appena ti vedono un anello di fidanzamento al dito non ti rinnovano il contratto senza subire alcuna conseguenza, o ti licenziano pagando due soldi, e se per caso trovi un altro lavoro sarà sempre più sottopagato?

Il governo sta procedendo come un rullo compressore sulla strada dell'azzeramento dei diritti dei lavoratori. La segretaria della Cgil, Susanna Camusso, ha criticato il decreto legge ma si è ben guardata, ad oggi, dall'annunciare proteste o mobilitazioni. Il segretario della Fiom ha dato appuntamento all'imminente congresso della sua categoria per “organizzare manifestazioni, se serviranno”.

Cosa bisogna aspettare? È di oggi la notizia che la Nestlè, applicando le nuove regole del jobs act, ha proposto uno scambio alle Rsu dei suoi stabilimenti italiani: rinnoviamo l'integrativo aziendale se i contratti dei lavoratori saranno tramutati da tempo indeterminato a determinato.

L'unica risposta davanti a questi diktat è la lotta. Se i vertici sindacali tentennano, sarà il compito dei lavoratori, partendo dagli attivisti in ogni luogo di lavoro, quello di rompere gli indugi.

 

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