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La Turchia è in una nuova fase. La polarizzazione sociale e politica si sta approfondendo. Il movimento di Gezi Park, due anni fa, è stato una potente anticipazione. Dopo le elezioni legislative, il kurds-celebrate-hdp-election-resultpartito islamista del presidente-padrone della Repubblica Erdogan, Giustizia e Sviluppo (AKP), non ha più la maggioranza assoluta in Parlamento, come si ripeteva dal 2002.

Rispetto alle presidenziali del 2014, l’AKP ha perso 3 milioni di voti e il 10%. La reazione della Borsa è stato il panico: crollo del listino dell’8% e deprezzamento della lira turca su euro e dollaro; la banca centrale ha abbassato dello 0,5% i tassi di interesse sui depositi in valuta straniera per difendere la moneta nazionale.  Il vincitore delle elezioni è stato il Partito democratico dei popoli (HDP), formato dal movimento nazionale kurdo alleatosi con parte della frammentata sinistra turca. L’HDP ha conquistato il 13%, raddoppiato i suoi voti ed ottenuto consensi rilevanti anche fuori dal Kurdistan, in particolare nelle metropoli di Istanbul ed Ankara. La candidatura di attivisti di Gezi Park e alcune rivendicazioni dell’HDP, molto avanzate, hanno accesso l’entusiasmo di tanti giovani e lavoratori turchi: la riduzione dell’orario di lavoro da 45 a 35 ore settimanali a parità di salario, l’aumento dell’80% del salario e della pensione minimi, l’abolizione del Consiglio per gli Affari Religiosi ecc. “Con noi hanno vinto gli oppressi e gli emarginati” ha detto giustamente il leader del HDP, Demirtas. Ora l’HDP è davanti al classico bivio: la prospettiva è la democratizzazione dello Stato, come afferma sempre Demirtas, o il suo rovesciamento rivoluzionario?
Altri due partiti saranno in Parlamento: i nazionalisti sempre meno laici del Partito Repubblicano del Popolo (CHP, 25%) e la destra del Movimento Nazionale (MHP, 16%); al momento non sembra realizzabile alcun governo di coalizione. L’AKP potrebbe guidare un governo di minoranza fino ad elezioni anticipate.

Operai in lotta

Questi risultati elettorali non sono soltanto il risultato della rabbia contro le avventure imperialiste in Siria, le tendenze autoritarie ed all’islamizzazione di Erdogan. Il miracolo economico turco è agli sgoccioli. Il ritmo di crescita del 10% degli anni 2000 è caduto ad un misero 2%. Inoltre, la Turchia è tra i primi cinque paesi al mondo per diseguaglianze sociali, in compagnia di USA ed Israele. E gli operai iniziano a farsi sentire. A maggio s’è infatti sviluppata la più possente ondata di scioperi nel settore privato dell’era Erdogan. L’area industriale di Bursa, centro dell’industria automobilistica, è stata il cuore di scioperi selvaggi che hanno coinvolto decine di migliaia di operai. La scintilla è stato l’accordo, migliorativo del contratto nazionale, che i lavoratori della Bosch (6mila addetti) hanno imposto all’azienda ed al sindacato collaborazionista Turk-Is. La staffetta l’hanno presa alla Renault (5mila addetti) rivendicando aumenti salariali e libertà sindacale. Lo sciopero è stato contrastato dal Turk-Is, profondamente integrato nell’apparato statale, ma si è esteso ad altre grandi fabbriche, dalla Fiat alla Ford. I lavoratori hanno costituito un consiglio di delegati per proseguire la lotta ed hanno rivendicato la cacciata del Turk-Is dalle fabbriche. Alla Renault lo sciopero si è concluso dopo 14 giorni con aumenti salariali ed una maggiore libertà sindacale.
I capitalisti del mondo intero hanno investito in Turchia per lo sfuttamento sulla manodopera assicurato da Erdogan. Hanno però anche rafforzato e concentrato la classe operaia. La ripresa della lotta di classe è una minaccia non solo per Erdogan ma anche per il capitalismo internazionale. La nostra solidarietà con gli operai turchi è più che mai un compito attuale.

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