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I risultati elettorali in Cile e l’elezione della compagna Camila Vallejo a deputata hanno suscitato un dibattito a sinistra in cui si è cercato di adattare la realtà ai propri desideri; ciò che è veramente successo purtroppo è tutto molto più prosaico e contraddittorio. Nel 2006 durante il primo mandato presidenziale della socialista Michelle Bachelet scoppia la “rivoluzione dei pinguini”, il primo episodio di una serie di mobilitazioni studentesche che, con alti e bassi, hanno influenzato la vita politica cilena da allora fino a oggi. Le rivendicazioni di queste lotte erano la gratuità degli studi e dei servizi agli studenti (inclusi i trasporti pubblici), il rifiuto dell’assetto scolastico stabilito ancora ai tempi di Pinochet, la rinazionalizzazione del sistema scolastico che durante la dittatura era stato “municipalizzato”, ovvero improntato ad una autonomia autoritaria degli istituti che va nella direzione della privatizzazione.

Represso e poi ingannato con delle concessioni parziali, il movimento del 2006, criminalizzata e isolata una seconda ondata di protesta studentesca avvenuta nel 2008, Michelle Bachelet passa il testimone al governo di destra di Sebastián Piñera nel 2010. L’anno successivo riprendono le proteste su un livello ancora più alto.

Camila Vallejo emerge come una figura politica di rilevanza nazionale proprio in quel periodo, quando è eletta al vertice della Federazione studentesca dell’università del Cile (FECh). Nel dicembre 2011 viene sconfitta alle elezioni interne della FECh, dove è superata da Gabriel Boric, espressione di una lista formata da alcuni collettivi di sinistra slegati dai partiti. In quella inattesa sconfitta di una dirigente così popolare è facile leggere la diffidenza degli studenti verso il Partito comunista cileno, che già nel 2011 è visto troppo interessato agli sbocchi elettorali e in particolare impegnato in una estenuante trattativa con la Concertación, ovvero il centrosinistra cileno.

Ancora nel 2012 la posizione ufficiale di Camila Vallejo era di ferma contrarietà all’entrata dei comunisti nel centrosinistra, che molti nel movimento studentesco denunciano come una strumentalizzazione a favore di quella Bachelet contro cui si era sollevato il movimento del 2006 e del 2008. Nel giro di pochi mesi, tuttavia, si forma Nueva mayoría (Nuova maggioranza), una coalizione del tutto simile al centrosinistra italiano, di cui entra a far parte organicamente anche il Partito comunista. Nella Nueva mayoría c’è il Partito democristiano (quella Dc che nel 1973 giustificò a posteriori il golpe di Pinochet), tre partiti che si posizionano tra la socialdemocrazia e il liberalismo (tra cui il Partito socialista), il Partito comunista e altri due partiti minori. Sia Vallejo sia Boric sono stati oggi eletti deputati: Camila nelle liste del PCCh, all’interno del nuovo centrosinistra in cui sono entrati anche i comunisti, Gabriel come indipendente di sinistra fuori dalle coalizioni elettorali.

I voti raccolti dal Partito comunista sono 220mila e hanno permesso l’elezione di solamente sei deputati. Questi sei parlamentari saranno ostaggi dei democristiani e di Michelle Bachelet, ammesso che quest’ultima vinca il ballottaggio delle elezioni presidenziali. Il programma della coalizione di centrosinistra è pieno di promesse, ma contiene poche propostre concrete, in un momento in cui la crisi economica inizia a colpire duramente anche il Cile. Con il calo del prezzo del rame, per la prima volta da dieci anni il paese potrebbe avere un deficit commerciale. I padroni chiedono misure a tutela dei profitti, mentre i minatori e i lavoratori portuali sono stati protagonisti di numerosi scioperi nei mesi di marzo e aprile per rivendicare aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro. La scelta che avranno di fronte Camila e i suoi compagni sarà drastica: rompere con la propria storia o rompere l’alleanza coi democristiani.

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