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In Egitto, ormai sparito dalle telecronache dei nostri media, continuano i fermenti rivoluzionari. Le condizioni di vita sempre più precarie palesano il fallimento dei Fratelli musulmani alla guida del paese e le loro politiche mostrano in modo chiaro la loro vera natura.


L’inflazione, secondo i dati del Fondo monetario internazionale è arrivata al 10,9%. Dato che continuerà a salire visto che il governo ha in previsione numerosi tagli ai sussidi per i beni di largo consumo e l’aumento delle tasse. Lo scopo di questi provvedimenti è quello di assicurarsi il prestito di 4,8 miliardi di dollari promesso dal Fmi, in cambio delle ben note ricette di austerità. Mangiare dunque, anche un pasto frugale, il tipico full e ta’ammeya, è diventato per molti egiziani una gara ad ostacoli.
I fermenti nella società non si sono mai fermati, anche se permangono alcune difficoltà organizzative del movimento rivoluzionario. Il consenso dei Fratelli musulmani è in forte calo. Le elezioni studentesche tenutesi a marzo sono un esempio palese di questo trend. I candidati dei Fratelli musulmani hanno perso in tutte le università del Cairo, in quella di ‘Ain Shams, e nelle università di Alessandria, Tanta e Monufya. Le liste indipendenti dei gruppi di opposizione hanno conquistato la maggioranza dei voti. Il dato è particolarmente significativo poiché da una parte i giovani sono un termometro dell’umore della società, dall’altro perché i campus universitari erano, nei tempi passati, un terreno su cui i Fratelli musulmani hanno costruito la loro base sociale.
Anche sul fronte operaio gli scioperi sono continuati in maniera costante, da quelli dei medici di Mansoura, a quelli dei lavoratori del trasporto pubblico, a quelli degli autisti dei microbus, a quelli dei lavoratori del porto di ‘Ain Sokhna (porto vicino a Suez). Il limite di queste proteste però rimane l’incapacità di creare un fronte unitario, così come l’incapacità di collegarsi al movimento rivoluzionario. Le proteste operaie spesso si limitano infatti a rivendicazioni prettamente economiche, senza riuscire a fare il salto di qualità rivendicando un cambiamento radicale della società. Questo è riconducibile all’assenza di una dirigenza all’altezza del compito.
In quest’ultimo mese è partita un’interessante campagna che ha ottenuto in breve tempo il sostegno e l’appoggio di tutto il fronte di opposizione al governo di Morsi e dei Fratelli musulmani, da Kifaya al Movimento 6 aprile fino al Fronte di salvezza nazionale. Il nome della campagna è Tamarod (ribellione) e consiste in una raccolta firme. L’obbiettivo è raggiungere 15 milioni di firme entro la fine di giugno, data in cui gli organizzatori prevedono di convocare una manifestazione. La data di fine campagna è stata scelta perché è l’anniversario della salita al potere di Morsi. La raccolta firme sta ottenendo grande successo, infatti in meno di un mese sono state raccolte 3 milioni di adesioni. E sta comunque riscuotendo un grande interesse, ovunque si vedono persone con in mano i fogli con l’appello. Ci è capitato ad esempio di vederne nella metro del Cairo, sul microbus tornando da Tanta (cittadina nel Delta del Nilo) fino nei quartieri bene di Shorouk (città nata di recente vicino al Cairo nel processo di espansione edilizia che l’Egitto ha visto negli ultimi decenni).
L’appello, reperibile su internet non solo in arabo al sito www.tamarod.org, chiede le dimissioni di Morsi e la convocazione di elezioni anticipate, denunciando l’incapacità di Morsi di rispondere ai fini della rivoluzione: dignità, libertà, giustizia sociale e indipendenza nazionale. Si denunciano tutti i limiti del governo: l’assenza di sicurezza nelle strade, l’abbandono dei poveri, la mancata giustizia per le vittime della rivoluzione, il collasso economico e l’asservimento agli Usa.
La rivoluzione egiziana, seppur tra numerose difficoltà, la più importante delle quali è l’assenza di una direzione marxista, è lontana dall’essere stata messa a tacere.

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