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Iraq, occupazione e resistenza

 

Recentemente il segretario di Stato Usa Colin Powell ha ammesso apertamente il reale stato di cose in Iraq quando ha dichiarato: “Non ci aspettavamo una resistenza così”. Le parole di Powell riassumono l’elemento decisivo per comprendere le prospettive per la situazione irachena: l’amministrazione Usa si è imbarcata, ormai oltre un anno fa, in questa avventura senza aver realmente valutato a fondo le conseguenze delle proprie azioni. Ogni passo veniva compiuto senza pensare quale ne sarebbe stato l’esito e quale avrebbe potuto essere la mossa successiva. Sono passati solo sei mesi da quando Bush annunciò dal ponte di una portaerei la fine del conflitto in Iraq. Sembra invece passato un secolo, e le parole trionfanti di Bush (e di tutti i suoi tirapiedi in giro per il mondo) se rilette oggi sembrano provenire da un altro mondo.

Le menzogne di guerra

 

Così come sembra ormai invecchiata di secoli la rumorosa propaganda che aveva accompagnato l’aggressione all’Iraq. Chi si ricorda più delle fantomatiche “armi di distruzione di massa”, quelle che secondo Bush e Blair avrebbero permesso a Saddam Hussein di lanciare un attacco nucleare o chimico contro l’occidente “in soli 45 minuti”? E gli altrettanto fantomatici “legami fra Saddam Hussein e l’11 settembre”?

I giornali sono pieni in questi giorni di articoli gonfi di retorica e di ipocrisia che piangono i 19 militari italiani uccisi a Nassiriya. Ma non si spende tanto inchiostro per le migliaia di iracheni (forse 15mila, forse 20mila), fra i quali migliaia di civili, vittime della “guerra per la democrazia”. E non si dice che per ogni morto fra i soldati occupanti ce ne sono cinque, otto, dieci fra gli iracheni. E non si dice che il democratico occupante americano ha oscurato la Tv araba Al Jazira, colpevole di aver mostrato il vero volto della guerra facendo vedere i corpi di soldati americani colpiti. E bisogna andare sull’organo confindustriale il Sole 24ore per scoprire che i soldati italiani non sono per caso a Nassiriya, ma che Nassiriya sta su un giacimento di petrolio con riserve stimate oltre i due miliardi di barili sul quale da tempo l’Eni ha messo gli occhi (naturalmente nell’interesse della ricostruzione del libero Iraq!).

L’Iraq ha subito una guerra devastante nel 1991. Dopo il 1991 ci sono stati dieci anni di embargo ancora più criminale, nel quale hanno perso la vita per mancanza di medicinali, infrastrutture, acqua potabile, ecc. circa un milione di persone. Fra queste circa 500mila bambini. Qualche anno fa, sotto la presidenza Clinton, un giornalista osò chiedere all’allora segretario di Stato Usa, la signora Albright (democratica) se valeva la pena di pagare quel prezzo per isolare Saddam Hussein. E la signora Albright disse che sì, ne valeva la pena.

Ma tutto questo non interessa ai pennivendoli e ai politici “patriottici” che ci invitano a esporre il tricolore in onore dei carabinieri morti e intanto dissertano sul “fanatismo” di questi barbari iracheni che non capiscono quanto sia bello vivere sotto il tallone americano.

Diciamolo chiaramente a questi signori: a voi di quei carabinieri morti interessa meno di niente, per voi erano carne da cannone da vivi e sono oggi solo una storia succulenta per la vostra propaganda ipocrita. Il vostro atteggiamento è quello del ministro Martino, che l’indomani della strage vola in Iraq, sfodera la sua voce più autorevole per dire “noi non ce ne andiamo” e dopo poche ore torna in tutta fretta a Roma.

Noi non gioiamo affatto per la morte di soldati che sono gli ultimi responsabili di quanto avviene in Iraq. Basta guardare i nomi e le storie dei soldati americani uccisi per vedere che si tratta nella stragrande maggioranza di giovani che hanno cercato nelle forze armate un futuro che non potevano trovare altrove. Una parte di essi non sono neppure cittadini americani: senza vergogna alcuna, il governo Usa ha dato la cittadinanza americana a diversi dei soldati uccisi in Iraq: un filippino, un irlandese… carne da cannone da vivi, senza neppure il diritto di essere cittadini della superpotenza che li ha mandati a farsi macellare, ma da morti vengono chiamati eroi e seppelliti nella bandiera a stelle e strisce.

La Cia: la resistenza conta 50mila uomini

 

Il bilancio ufficiale parla di oltre 400 soldati americani uccisi in Iraq (quasi 500 includendo anche gli alleati), la maggior parte dei quali dopo la “fine” del conflitto proclamata da Bush il 1° maggio. Circa 7mila soldati americani sono stati feriti. Ogni giorno che passa la resistenza irachena colpisce sempre più duramente le truppe occupanti. L’ultimo episodio (16 novembre) è stato l’abbattimento di due elicotteri Usa a Mosul, che ha causato la morte di almeno 17 soldati americani, l’attacco più sanguinoso fino ad ora oltre alla strage di carabinieri e soldati italiani a Nassiriya il 12 novembre.

La rapida vittoria delle armi americane in aprile sembrava avere oscurato temporaneamente questa dura realtà. Ma sono bastati sei mesi per rendere evidente a tutti che l’occupazione di Baghdad il 9 aprile scorso significava non la fine, ma l’inizio dei problemi per gli americani.

Già a guerra in corso avevamo sottolineato che anche in caso di occupazione di Baghdad sarebbe cominciata una guerriglia che avrebbe messo sulla graticola le truppe di occupazione. In un articolo pubblicato il 10 aprile scorso (pubblicato sul nostro sito www.marxismo.net) intitolato La caduta di Baghdad spiegavamo come fosse inevitabile lo sviluppo di un forte movimento di liberazione nazionale.

Un rapporto della Cia, teoricamente riservato ma il cui contenuto è filtrato ampiamente sulla stampa internazionale, apre uno squarcio sulla reale situazione in campo. Secondo la Cia “la resistenza è forte, ampia e si sta ulteriormente rafforzando”. Riporta il britannico Guardian: “Il rapporto dice che se non c’è un rapido e drammatico cambiamento di rotta, perderemo questa situazione; la resistenza conta migliaia di membri, non solo un piccolo nucleo duro di baathisti. Si contano a migliaia, e crescono ogni giorno. Non tutti sono fra quelli che materialmente sparano, ma danno appoggio, protezione e così via”.

Il Pentagono e il ministro della difesa Rumsfeld si ostinano a parlare di poche migliaia di “terroristi” (forse 5mila) ma i fatti raccontano un’altra storia. Le truppe Usa sono completamente sulla difensiva, i pattugliamenti a piedi sono stati pressoché aboliti e l’attività principale degli occupanti è quella di proteggere se stessi e le installazioni americane, a partire dalla sede del “proconsole” Paul Bremer, confinato nel suo lussuoso palazzo di Baghdad. Occasionalmente gli americani effettuano ampie retate di interi quartieri, che ovviamente non daranno altro risultato che quello di creare loro migliaia di nuovi nemici. In novembre per la prima volta dalla “fine” della guerra sono stati impiegati anche artiglieria e bombardamenti aerei, e questo la dice lunga sul reale stato delle truppe americane.

L’amministrazione americana sta cercando disperatamente il sostegno di altri paesi disposti ad inviare truppe e denaro per sostenere l’occupazione. Ma finora non hanno ottenuto nulla. Anche la Turchia, che si dichiarava disposta a inviare 10mila soldati, ha fatto dietro front rifiutando di impegolarsi nel ginepraio iracheno. Gli angloamericani rimangono sostanzialmente soli, con l’appoggio secondario di Italia, Spagna, Polonia e Danimarca, a fronteggiare quello che può diventare un vulcano in eruzione. Dopo l’attacco contro gli italiani, la Corea che si accingeva a inviare 5mila soldati ha fatto marcia indietro, riducendo il contingente a 3mila e rifiutando di fissare una data per il loro invio. Anche il Giappone probabilmente dovrà tornare sui suoi passi.

150mila soldati sembrano molti, ma sono in realtà insufficienti a soggiogare un intero paese e a sorvegliarne i lunghi e permeabili confini. Il mito del piccolo esercito supertecnologico, tanto caro a Donald Rumsfeld, si sta sgretolando di fronte alla dura realtà dell’occupazione. Gli Usa dovranno affrontare nei prossimi dodici mesi una situazione che può diventare per loro drammatica. Gli 87 miliardi di dollari richiesti da Bush per finanziare l’occupazione sono già una cifra astronomica, ben oltre le previsioni iniziali. Ma potrebbero anche non bastare.

Ma soprattutto potrebbero non bastare gli uomini. Le truppe Usa sono già duramente provate, soprattutto nel morale, dallo stillicidio di attacchi (oltre venti al giorno) e dalla continua tensione. Gli avvicendamenti promessi sono stati revocati poiché la prospettiva iniziale di mantenere 40-50mila uomini nel paese è stata abbandonata (oggi gli Usa hanno circa 150mila soldati in Iraq).

Si parla ora di mobilitare le riserve della Guardia nazionale. Le conseguenze politiche in Usa saranno profonde, poiché significherebbe inviare non soldati inquadrati e in servizio, ma riservisti che vivono una vita normale, con lavoro e famiglia, e che vengono periodicamente richiamati per brevi cicli di addestramento.

Scrive il Time Magazine (5 ottobre): “Le pressioni militari sono molto serie. In marzo l’esercito si troverà di fronte a una crisi negli avvicendamenti, quando una serie di unità sono in lista per essere rimpatriate. Poche settimane fa l’Ufficio di bilancio del Congresso ha scoperto che dopo tale data l’esercito potrà mantenere una forza compresa fra i 67mila e i 106mila uomini, a meno che i turni dei 150mila che attualmente servono in Iraq vengano estesi in misura significativa ai riservisti della Guardia nazionale e ai Marines, oppure che si trovi un aiuto significativo da altri paesi, il che è improbabile. ‘In qualche modo ce la faremo’, mi ha detto con un sospiro una fonte militare. Ma il danno a lungo termine per la capacità di reazione delle forze armate Usa e per la sicurezza nazionale potrebbe essere serio. Un funzionario dell’Amministrazione mi ha detto: ‘possiamo mantenere questo livello di spiegamento circa per un altro anno’.”

Ricordiamo che l’esercito di leva venne abolito in Usa nel 1973, quando fuggirono dal Vietnam, proprio nel tentativo di innalzare una barriera fra le forze armate, completamente demoralizzate dalla guerra in Indocina, e la popolazione civile sempre più influenzata dai movimenti di opposizione alla guerra stessa. Coinvolgere le riserve significa che ci sono circa 780mila americani sparsi per tutto il paese (tanti sono i riservisti della Guardia nazionale) che cominceranno a domandarsi se domani non toccherà a loro servire nelle forze di occupazione in Iraq; non è strano che questa opzione preoccupi gli strateghi che dovranno gestire la campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno. È ormai impossibile preservare la società americana dalle conseguenze della guerra, sia sul piano economico, sia su quello politico. La realtà si farà strada dissipando i fumi della propaganda imperialista.

 

Il governo fantoccio iracheno

 

Il problema fondamentale degli Usa in Iraq è la completa mancanza di solidi punti di appoggio all’interno del paese. Esiste un sottile strato di collaborazionisti, che si incarna nel cosiddetto “Consiglio di governo”, ossia il corpo consultivo creato dal governatore Usa Paul Bremer. Gli americani tentano di basarsi sulle forze centrifughe all’interno dell’Iraq, oltre che su un sottile strato di ex fuoriusciti prezzolati dalla Cia come il malfamato bancarottiere Ahmed Chalabi.

Ma le componenti che oggi sono disposte a collaborare con l’occupazione non rappresentano una forza sufficiente a tenere soggiogato un intero paese.

La collaborazione con i partiti nazionalisti curdi (Pdk e Upk) sarà fonte di complicazioni più che di sostegno per gli Usa. Questi ultimi infatti non possono permettere la formazione di una forte autonomia curda nel nord dell’Iraq per timore della reazione dell’esercito turco, già schierato oltre le frontiere e disposto a fare qualsiasi cosa per impedire la prospettiva di uno Stato curdo indipendente ai propri confini. Inoltre la stessa zona curda non è affatto pacificata sotto il controllo dei peshmerga (guerriglieri) curdi; ci sono stati attentati e scontri anche a Mosul e Kirkuk, centri petroliferi e industriali chiave della regione.

La seconda componente sulla quale contavano gli Usa sono gli sciiti. Ora è chiaro che ampi settori del notabilato sciita hanno assunto una posizione di collaborazione più o meno aperta (12 su 25 componenti del Consiglio di governo sono sciiti), con la partecipazione di organizzazioni importanti come il Dawa e lo Sciri, sostenute anche dall’Iran. Tuttavia un conto è il notabilato sciita, un conto sono i milioni di sciiti che subiscono come tutti le conseguenze dell’occupazione.

Il leader dello Sciri Al Hakim è stato ucciso in un attentato assieme a oltre 100 fedeli nella moschea di Najaf, e lo stesso era accaduto in marzo a un altro esponente sciita che propugnava la non belligeranza verso gli Usa. Questi scontri sanguinosi mostrano come sia un grave errore considerare “gli sciiti” come un unico blocco dominato dal clero reazionario e disposti a seguire i loro capi in una politica di collaborazione con gli americani.

Gli Usa hanno cominciato a reclutare un corpo di polizia irachena che dovrebbe arrivare a 60mila uomini, nel tentativo di far fare ad altri il lavoro più sporco. Ma è già evidente come questo corpo sia assolutamente impopolare, debole e poco motivato, come dimostrano le decine di attacchi che subisce.

Un episodio significativo è stata la rivolta avvenuta in ottobre nella città di Baiji, situata a 200 chilometri da Baghdad, a metà strada fra la capitale e Mosul. Baiji è anche sede della più grande raffinerie irachena. La rivolta è stata scatenata da voci secondo le quali il petrolio veniva rubato e contrabbandato su cisterne turche e inviato in Israele. Una manifestazione dove si sono anche visti ritratti di Saddam si è scontrata con la polizia lasciando quattro morti sulla strada e la folla ha reagito attaccando la polizia e incendiando poi il municipio. L’intera forza di polizia irachena è fuggita dalla città e solo dopo che gli americani sono entrati (anch’essi hanno avuto scontri a fuoco con la popolazione) alcune pattuglie si sono nuovamente avventurate nella città.

 

Scioperi e proteste

 

L’episodio (riportiamo le informazioni dal britannico the Independent) dimostra chiaramente come l’opposizione all’occupazione non venga solo da piccoli gruppi di “nostalgici” che colpiscono di nascosto, ma che può facilmente assumere un carattere di massa di fronte al quale le forze irachene al servizio degli Usa si dimostrano del tutto impotenti.

Sono in realtà numerosi gli episodi di manifestazioni di protesta da parte di disoccupati, ex militari, e si hanno notizie anche di alcuni scioperi.

L’Iraq è preda di guerra, e le masse subiscono tutti i giorni le conseguenze economiche del saccheggio imperialista. Le multinazionali legate alla cricca della Casa Bianca fanno il bello e il cattivo tempo, si intascano i soldi degli “aiuti” e della “ricostruzione” con la complicità di qualche burattino locale. A questo proposito citiamo un altro episodio significativo: “Il primo ottobre i disoccupati di Bassora, stanchi di promesse vuote, hanno attaccato la sede del municipio tentando di occuparla. Il governatore e i membri del consiglio, che è composto in gran parte da gruppi islamici, si sono dati alla fuga. La polizia ha cominciato a sparare alla cieca per disperdere i manifestanti.

È stato registrato anche un compatto sciopero di una giornata nella più grande raffineria di Bassora al principio di ottobre, anche se l’esito non è chiaro. Nella raffineria Daura di Baghdad ci sono stati tre scioperi in due settimane. Il direttore generale della raffineria Dathar Khashab ha spiegato come ha affrontato il conflitto sindacale: “Avrei voluto risolvere la protesta con mezzi pacifici, ma, via… non possiamo avere altre fermate. Altri scioperi danneggerebbero il paese.”

Questo ex membro del Baath e ora sostenitore entusiasta delle forze di occupazione, ha fatto capire molto riguardo l’atteggiamento dei nuovi governanti quando è stato intervistato da un giornalista indipendente che era parte di osservatorio formato dalla coalizione US Labor Against the War. “La privatizzazione [del settore petrolifero] è positiva perché tiene i lavoratori nella paura di perdere il posto di lavoro. Ogni operaio qui sa che io controllo la sua vita, se lo licenzio rovino lui e la sua famiglia” (vedi Roberto Sarti, Iraqi workers stand defiant against bosses and imperialist forces su www.marxist.com)

È evidente quindi che la lotta per la liberazione nazionale coincide sempre di più nella coscienza di milioni di iracheni, con la lotta contro il saccheggio del loro paese, per conquistare una condizione di vita decente. Liberazione nazionale ed emancipazione sociale tenderanno sempre di più a fondersi nelle aspirazioni del popolo iracheno, ed è da questo punto di vista che come comunisti dobbiamo sviluppare le nostre parole d’ordine e il nostro atteggiamento riguardo la lotta di liberazione dell’Iraq e le diverse forze sul campo.

 

Il ruolo dei partiti comunisti

 

Il Partito comunista iracheno ha accettato di entrare nel Consiglio di governo. Con questa scelta, che arruola di fatto il Pci nel fronte delle forze collaborazioniste, i dirigenti di quel partito prostituiscono la tradizione comunista che pure ha resistiti in Iraq in questi decenni

Contro questa posizione si sono schierati una serie militanti che hanno di fatto dato vita a una scissione con un appello firmato “Partito comunista iracheno - quadri di base”. Riporta Stefano Chiarini sul manifesto (11 ottobre 2003): “L’occupazione americana dell’Iraq e la partecipazione al Consiglio di governo provvisorio nominato dal ‘marja bianco’ Paul Bremer del Segretario del Pc iracheno, non in quanto tale ma come ‘esponente della comunità sciita’ hanno provocato una profonda spaccatura del movimento e molti quadri del partito avrebbero deciso di rompere gli indugi, di denunciare la leadership attuale e di passare alla resistenza armata. Questo gruppo ha recentemente redatto un appello-documento a nome del ‘Partito Comunista Iracheno (Quadri di base)’ nel quale viene delineata come priorità assoluta la difesa della sovranità dell’Iraq calpestata dalle truppe di occupazione americane. Un partito quindi che riprenda il suo carattere ‘nazionale’ e che promuova l’unità tra tutte le forze del paese, al di là delle divisioni politiche o confessionali, che si oppongono all’occupazione.

(…) I Quadri del Pc sostengono la necessità, seguendo la linea di Fahd il fondatore del partito – ‘sono un patriota ancor prima di essere comunista’ - di abbandonare ‘tatticismi’, ‘attendismi’ e un presunto ‘realismo’ che porterebbero ad accettare la realtà dell’occupazione. Al centro delle critiche del documento sono in particolare l’ex segretario generale Aziz Muhammad e Fakhri Karim membro dell’ufficio politico responsabile delle finanze, della propaganda e degli apparati di sicurezza. Sotto la loro leadership, sostengono i dissidenti, il partito divenne prima ‘il megafono delle tendenze più scioviniste dei movimenti curdi’ e poi dal ‘91 si sarebbe avviato verso una sostanziale accettazione di un intervento americano in Iraq.”

Questo sviluppo indica come qualsiasi forza collabori con l’occupante tenderà a perdere la sua base popolare. Tuttavia risulta evidente come la prospettiva assunta dal gruppo di opposizione dei “Quadri di base” ripercorra i tragici errori che tante volte in passato hanno visto i partiti comunisti nel mondo coloniale subordinarsi a una logica nazionalista e aprire la strada non all’emancipazione delle masse, ma a sanguinose sconfitte. Questo argomento è approfondito in questa stessa rivista nell’articolo di Andrea Davolo Nazionalismo, movimento pan-arabo e ruolo dei Partiti comunisti.

 

Quale prospettiva per gli Usa?

 

Abbiamo già evidenziato tutte le difficoltà che gli Usa si troveranno ad affrontare. Tuttavia una cosa deve essere chiara. Nell’avventura irachena l’imperialismo statunitense ha gettato tutto il suo prestigio e la sua potenza. Non lasceranno facilmente la preda perché sanno che una loro ritirata dall’Iraq sarebbe un colpo durissimo al loro prestigio e alla loro egemonia mondiale.

Un vecchio detto della diplomazia recita “se non puoi sconfiggere il tuo nemico, alleati con lui”. Ed è proprio quello che gli Usa potebbero trovarsi costretti a fare se (o meglio, quando) il prezzo politico ed economico dell’occupazione diventerà troppo alto. Cercheranno di smembrare l’Iraq, analogamente a quanto hanno fatto in Jugoslavia, e di ingolosire qualche settore della classe dominante locale con la promessa di potersi appropriare di questo o quel brandello del paese. Piuttosto che vedere l’Iraq liberato da un movimento di liberazione nazionale che li sconfigge sul campo, lo faranno letteralmente a pezzi più di quanto non abbiano già fatto nell’ultimo decennio.

La diplomazia è già al lavoro in diverse direzioni: c’è un tentativo di giungere a un modus vivendi con l’Iran e con i capi sciiti legati a Teheran. Già abbiamo detto del ruolo dei partiti nazionalisti curdi; ma poiché questo non basta a controllare l’intero paese, si avanza l’ipotesi di coinvolgere in qualche forma anche l’ex Baath, il partito di Saddam Hussein ora illegale. Il già citato articolo del Time Magazine riporta: “Sarà impossibile creare un nuovo governo senza la partecipazione sunnita, e il partito politico sunnita tradizionale, il Baath di Saddam Hussein, è fuorilegge. ‘Forse dovremo permettere loro di ritornare, in qualche forma’ mi dice un funzionario Usa, ‘ma non li chiameremo baathisti’.” (Sia detto per inciso, pare che gli americani stiano ricorrendo alla stessa politica in Afghanistan; di fronte a una recrudescenza della guerriglia dei talebani che prende di mira l’esercito afghano del governo fantoccio capeggiato da Hamid Karzai, gli americani hanno reagito liberando quattro capi talebani, un chiaro tentativo di aprire un canale di dialogo col nemico di ieri – e, non dimentichiamolo, alleato dell’altroieri – che, guarda caso, mentre riesce in pochi mesi a fare 400 vittime afgane colpisce solo quattro soldati americani. Altra cosa, ovviamente, è che questo compromesso giunga effettivamente a maturazione).

Se gli Usa giungeranno alla conclusione di non poter mantenere l’occupazione in Iraq, la via d’uscita “migliore” dal loro punto di vista sarà quella di frantumare il paese, darlo in pasto a gruppi armati l’uno contro l’altro tentando di mantenere un controllo a distanza, per interposta persona e garantendosi il mantenimento delle basi militari. Una prospettiva di “libanizzazione” dell’Iraq che significherebbe precipitare la popolazione in un nuovo e terribile incubo.

Per scongiurare questa prospettiva il movimento di liberazione iracheno dovrà inevitabilmente porsi il compito non tanto di colpire qua e là le truppe occupanti, ma di suscitare un movimento di massa che coinvolga i settori decisivi della popolazione, la classe operaia, i contadini, i disoccupati. La lotta per l’indipendenza nazionale può assumere un carattere di massa e una forza irresistibile se tutti gli oppressi vedranno in essa la possibilità non solo di riscattare il paese da un’oppressione umiliante, ma anche di trasformare radicalmente le loro condizioni di vita.

Per questo la posizione “prima siamo iracheni, poi comunisti” assunta dai Quadri di base del Pc iracheno è in prospettiva pericolosa. Essere “iracheni”, nelle condizioni attuali, significa non solo battersi per la cacciata degli occupanti, ma comprendere che ci saranno molti “iracheni”, in particolare nella borghesia, che di fronte a un movimento di massa preferiranno la collaborazione e la protezione degli invasori piuttosto che rischiare di perdere i loro privilegi in un processo rivoluzionario. L’esempio citato delle raffinerie dice tutto sui rapporti che legano le forze occupanti, settori della borghesia irachena e dell’apparato statale da un lato, e la classe operaia dall’altro.

 

Il ruolo dei fondamentalisti

 

La propaganda americana ha tutto l’interesse a presentare il conflitto in Iraq come uno scontro fra Occidente e Islam, seguendo la famigerata teoria di Samuel Huntington dello “scontro di civiltà”. Purtroppo questa posizione trova eco anche nella sinistra, se si pensa che all’interno del Partito della rifondazione comunista lo stesso Bertinotti ha più volte paventato che la “spirale guerra-terrorismo” porti alla crescita del fondamentalismo.

Queste posizioni dimostrano una totale incomprensione del vero ruolo del fondamentalismo. I fondamentalisti non sono in grado di affermarsi in un movimento di massa in fase ascendente. Laddove hanno conquistato un’influenza, questo è avvenuto non perché interpretassero le aspirazioni delle masse, ma perché capitalizzavano la frustrazione e la delusione delle masse stesse. Hamas e la Jihad in Palestina non sono cresciute nella grande ascesa della prima Intifada (1987), ma hanno conquistato spazio dopo che tutte le forze del nazionalismo borghese e piccolo borghese, a partire dal partito di Arafat, nonché tutte le forze della sinistra dentro e fuori la Palestina, hanno accettato la trappola del “processo di pace” durante gli anni ’90. Hamas e la Jihad hanno capitalizzato in parte la rabbia e la delusione del popolo palestinese quando è emerso con chiarezza che il processo di pace era una frode e un complotto ai danni dei palestinesi.

Le responsabilità della sinistra, e in particolare dei partiti comunisti, nell’ascesa del fondamentalismo islamico sono enormi. In Iran il Partito comunista, che era una forza di massa, si pose al servizio degli ayatollah vedendo in Khomeini un “combattente antimperialista” e per tutta una fase i quadri del Tudeh parteciparono attivamente alla costruzione della “repubblica islamica”, per poi essere brutalmente estromessi e repressi nel sangue dallo stesso regime khomeinista1.

Per quanto riguarda l’Iraq, come abbiamo visto il notabilato sciita si è fortemente compromesso con gli occupanti. Gli elementi come Muqtada al Sadr che si sono opposti a tale politica appaiono per ora in minoranza all’interno del clero sciita, anche se certamente ampi settori della popolazione sciita vedono con crescente ostilità le forze di occupazione. Le forze sciite lottano più per affermare il proprio potere e controllo che per la cacciata dell’occupante, e per i loro obiettivi sono stati e saranno in futuro disposte a più di un compromesso anche con gli angloamericani.

La realtà è una sola: nessuna di queste forze è disposta a farsi carico fino in fondo della lotta di liberazione, e nessuna di queste ha un programma tale da poter suscitare quel movimento di massa che è indispensabile per raggiungere l’obiettivo.

Pertanto se è vero che una forza comunista in Iraq deve mettere in cima ai propri obiettivi la liberazione del paese, e che questo può significare anche accordi tattici con movimenti nazionalisti borghesi di altra natura (nasseriani, baathisti, ecc.) questo non significa in nessun modo né abbassare la critica né tanto meno fondersi con movimenti come quelli citati, pena rischiare di condurre il movimento in un vicolo cieco. A maggior ragione questo vale per le forze della reazione religiosa, sia quelle sciite che quelle (più o meno fantomatiche) legate ad Al Qaeda che pensano di potersi conquistare in Iraq la patente di combattenti per la liberazione, cosa che non sono, non sono mai stati e non saranno mai.

 

Tutti i regimi arabi sono in crisi

 

La lotta per la liberazione irachena si inserisce in un contesto esplosivo nell’intero Medio oriente. Tutti i paesi della regione sono attraversati da una crisi profonda, inclusi quei paesi che in passato erano i baluardi della stabilità e punti d’appoggio decisivi per l’imperialismo.

Tra questi in primo luogo va citata la Turchia, cuneo avanzato della Nato in direzione del Caucaso, dell’Asia centrale e del Medio oriente. La Turchia vive una crisi a tutti i livelli della società: economico (dopo il crollo finanziario del 1998), istituzionale (con il conflitto strisciante fra potere militare e potere civile), istituzionale, politico (testimoniato dalla vittoria elettorale del partito islamico) e di strategia internazionale. Con l’avvventura irachena Bush ha gettato la Turchia in un vero e proprio vicolo cieco; l’appoggio americano ai curdi viene visto come il fumo negli occhi dai militari turchi, che hanno schierato le loro truppe lungo il confine iracheno e anche oltre. D’altra parte l’Unione europea lo scorso dicembre ha sbattuto la porta in faccia alla Turchia, vista come un cavallo di Troia americano. Durante il conflitto iracheno il parlamento turco ha negato il diritto di transito alle truppe americane, e in luglio tra Usa e Turchia c’è stata una grave crisi diplomatica quando gli americani hanno arrestato in Iraq undici agenti turchi accusandoli di spionaggio. Più recentemente pareva che la Turchia dovesse inviare 10mila soldati in Iraq, ma la prospettiva ha scatenato le reazioni ostili del Consiglio di governo iracheno e dei guerriglieri curdi nel nord iracheno, i quali hanno dichiarato che si sarebbero opposti armi alla mano all’entrata delle truppe di Ankara. Alla fine il governo turco, di fronte a queste difficoltà e a una crescente opposizione interna, ha deciso di rinunciare all’avventura.

Per gli Usa si tratta di un rompicapo strategico: la Turchia è un alleato chiave, le installazioni militari (e in particolare la base di Incirlik) sono state decisive nelle operazioni sia in Iraq che in Afghanistan. La Turchia, infine, è un anello importante nella politica americana verso il Caucaso. Non possono pertanto privarsi di un simile alleato, ma al tempo stesso la loro politica in Iraq mette a repentaglio la collaborazione. Se Washington sarà costretta a scegliere, verosimilmente sacrificherà freddamente i suoi alleati curdi (una forza secondaria nello scacchiere), ma in ogni caso non sarà facile ricucire gli strappi di questi mesi.

Un altro paese chiave per gli Usa è l’Arabia Saudita, da circa 80 anni alleato fedele e baluardo della stabilità. Ma anche qui le cose peggiorano rapidamente.

Le condizioni economiche si stanno rapidamente deteriorando, ma è soprattutto la crisi al vertice del regime che indica le tensioni sotterranee.

La monarchia saudita, una cricca di circa 5mila principi imparentati, si trova sempre più fra l’incudine e il martello; i tentativi di riforma dall’alto non risolveranno alcunché, al contrario potrebbero scoperchiare una calderone di contraddizioni esplosive. Non è certo un caso che gli Usa stiano traslocando gran parte delle loro basi militari dall’Arabia Saudita al Bahrain (e, dicono, nello stesso Iraq), in previsione di ulteriori problemi.

L’Egitto, gigante demografico e industriale della regione, ha visto come tutti i paesi della regione forti manifestazioni di protesta negli ultimi anni, sia contro l’invasione dell’Iraq, sia in solidarietà con il popolo palestinese, sia per le peggiorate condizioni economiche e sociali. Mubarak sta tentando di organizzare una successione indolore passando il potere al proprio figlio, ma anche qui è chiaro che la classe dominante si trova in forti difficoltà.

L’Iran vive già da alcuni anni una crisi di regime con una spaccatura aperta al vertice dello Stato. Le mobilitazioni studentesche (alle quali si sono aggiunti anche gli scioperi) preannunciano una nuova esplosione. La guerra irachena ha interrotto temporaneamente il processo il timore di aprire la strada all’offensiva americana può frenare per una fase la mobilitazione di massa. Non a caso uno dei leader della protesta studentesca ha affermato che quando Bush ha dichiarato il suo sostegno agli studenti, con questa sola frase ha seppellito la protesta. E tuttavia anche l’Iran, paese chiave dal punto di vista economico e per numero di abitanti, non sfugge alla generale instabilità. Con un elemento decisivo: un movimento di massa in Iran sarà contemporaneamente ostile agli Usa, che stanno manifestando tutta la loro arroganza in Iraq, e antifondamentalista, poiché dopo un quarto di secolo di dominio degli ayatollah i lavoratori non possono che respingere le utopie reazionarie della “repubblica islamica” e del regime teocratico. La rivoluzione iraniana riprenderà la migliore tradizione degli anni ’70 e del movimento di massa che attraverso una lotta eroica e sanguinosa rovesciò il regime dello Scià nel 1979.

Infine la situazione in Palestina, che viene approfondita nell’articolo di Francesco Merli in questa stessa rivista, vede uno Sharon scatenato nella ricerca di una vera e propria nuova “soluzione finale” della questione palestinese.

 

Per la federazione socialista del Medio oriente

 

È dunque evidente che il Medio oriente e il mondo arabo si avviano a una nuova serie di esplosioni rivoluzionarie. Ci si può solo domandare quale sarà il paese che aprirà la strada, e quando il processo si manifesterà apertamente. Ma quando si apriranno le prime crepe nella diga, l’intera regione potrebbe vedere una reazione a catena pari a quella che da tre anni vede l’America Latina attraversata da una rivoluzione dopo l’altra, dall’Ecuador al Venezuela, dall’Argentina alla Bolivia.

In questo contesto riemergerà con più forte che mai il problema storico irrisolto dell’unità della nazione araba, ossia della federazione socialista dei paesi arabi e dell’intero Medio oriente. La prima causa dell’oppressione e della miseria che affliggono la regione sono i confini artificiali tracciati dalle potenze imperialiste negli ultimi cento anni, confini disegnati appositamente per frantumare il popolo arabo, per permettere di controllarlo attraverso le varie cricche oligarchiche locali. La questione nazionale si presenta sotto il duplice aspetto della lotta contro la penetrazione imperialista e della necessità di creare un quadro nel quale si possano risolvere tutti i problemi delle numerose minoranze nazionali che pressoché ognuno di questi Stati ha al proprio interno, dai berberi in Algeria, ai curdi – divisi fra quattro Stati –, alle diverse minoranze etniche e religiose. Solo una federazione dell’intera regione può creare una cornice sufficientemente vasta da offrire tale soluzione, a partire dalla questione palestinese. Ma tale federazione potrà nascere solo sulla base di una rivoluzione sociale, che liberi il Medio oriente dall’oppressione imperialista, ma anche dei regimi ormai marci e corrotti che non sono in grado di risolvere una sola delle contraddizioni che attanagliano le masse. Una rivoluzione che ponga in mano alla classe operaia, ai contadini, ai disoccupati le risorse fondamentali (petrolio, terra, acqua) che potrebbero garantire facilmente lo sviluppo economico e sociale dell’intera regione, permettendo un libero sviluppo economico e culturale di tutti i popoli che la abitano e gettando le basi per il superamento degli odii e degli antagonismi nazionali e religiosi.

Una generazione fa il sogno del nazionalismo borghese progressista di unificare la nazione araba si infranse contro i propri limiti di classe. La rivoluzione araba rimase incompiuta, sia per l’incapacità dei dirigenti nazionalisti, inclusi i più avanzati come Nasser, di oltrepassare i limiti posti dalla società capitalista, sia per il ruolo pernicioso della burocrazia moscovita che influenzò nel modo più negativo il movimento rivoluzionario e in particolare i partiti comunisti. Il risultato furono trent’anni di sconfitte e arretramenti, la crescita del fondamentalismo, il ritorno in forze dell’imperialismo e una rinnovata oppressione. Oggi siamo certi che le masse arabe sapranno sollevarsi dall’abisso in cui sono state cacciate, e che riprenderanno il cammino interrotto dalla generazione precedente. La rivoluzione araba rinascerà a un livello incomparabilmente più alto e costituirà un anello chiave nel processo della rivoluzione internazionale che da un continente all’altro cominciamo a vedere delinearsi.

 

16 novembre 2003

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