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Nelle fabbriche metalmeccaniche si iniziano a vedere i primi scioperi spontanei contro la ventilata ipotesi di allungare l’età pensionabile.
Dopo la contestazione di Mirafiori ai segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil del mese dicembre, è ancora da Mirafiori, e da altre importanti fabbriche del nord Italia, che si fa sentire la pressione operaia contro le proposte del governo e l’eccessiva timidezza mostrata dai vertici sindacali nel contrastarle.

A riportare prepotentemente all’ordine del giorno il dibattito sulle pensioni è stata l’intervista rilasciata dal ministro del Tesoro, Padoa Schioppa, quando si aprivano i tavoli di confronto tra Governo, sindacati e padroni. Secondo Padoa Schioppa entro giugno, cioè prima che inizi la discussione sul Dpef, deve essere trovato un accordo sull’abbassamento dei coefficienti di calcolo e l’innalzamento dell’età pensionabile. Altrimenti farà testo la controriforma Maroni, partorita dal precedente governo, che entrerà in vigore dal primo gennaio 2008 che prevede l’aumento immediato dell’età pensionabile a 60 anni.

Se la linea definita dal ministro del Tesoro non è una sorpresa, non sorprende neanche l’atteggiamento di indignazione assunto dal vertice sindacale, da Rifondazione Comunista e Pdci. Si fa la voce grossa dicendo NO, ma ci si prepara a una trattativa al ribasso. Da mesi si conoscevano le intenzioni del ministro dell’economia, ma si è preferito assumere una posizione attendista invece di preparare il terreno per la mobilitazione.


Il governo, attraverso il ministro del lavoro Damiano, ha spiegato qual è lo scambio; invece di un aumento secco di tre anni dell’età pensionabile, un aumento graduale (i cosiddetti scalini) che porteranno l’età pensionabile da 57 anni a 60 entro il 2011, per poi arrivare, come prevede la controriforma Maroni a 62 anni nel 2014. La stessa minestra rancida ci viene fatta trangugiare solo un poco alla volta.

In compenso arriverà qualche misero aumento per le pensioni minime che sono a livelli vergognosamente bassi, e si individuerà qualche lavoro particolarmente usurante da escludere (cosa per altro prevista dalla Dini e mai attuata in questi 12 anni).

Mentre i vertici sindacali criticano la posizione di Padoa Schioppa, considerano una base interessante per la discussione quella di Damiano, sedendosi al tavolo senza alcun mandato da parte dei lavoratori.

Ma in realtà la differenza tra le due opzioni non esiste, è solo sui toni.

Il vertice sindacale alza a parole un polverone, non escludendo a priori la mobilitazione, ma già si inizia a discutere nelle assemblee sindacali della necessità di ricercare un compromesso con chi nel governo si mostra ragionevole.

Cosa sono disposti a concedere ancora i dirigenti sindacali al tavolo delle trattative? Aprire agli scalini pur di difendere i coefficienti.

A sentire Bonanni sembrerebbe questa la linea della Cisl. Epifani non si è pronunciato chiaramente al riguardo ma anche in Cgil si iniziano già a sentire alcune voci inquietanti di disponibilità a cedere su questo terreno.

Questo quando la battaglia ancora non è cominciata e dopo che il governo ha regalato alle aziende solo con la finanziaria, sgravi fiscali, cuneo e quant’altro per 9 miliardi di euro, mentre ai lavoratori sono stati sottratti 5 miliardi attraverso l’aumento dei contributi pensionistici.

È preoccupante a pochi giorni dall’apertura dei tavoli che le uniche assemblee che si sono svolte siano state quelle fatte su pressione dei lavoratori. I dirigenti sindacali vogliono una trattativa “a freddo”, evitando a tutti i costi di mobilitare i lavoratori.

Temono che su una questione così spinosa il “governo amico” possa entrare in difficoltà e sono disposti a tutto pur di evitarlo. Per quanto si spenda nel ribadire la sua indipendenza dall’esecutivo, il segretario generale della Cgil in realtà si mostra ogni giorno più subalterno.

Ad aprile la Cgil ha rinunciato a scioperare per il contratto del pubblico impiego e della scuola rinviando all’ultimo momento uno sciopero fino al mese di giugno, il 16 maggio si sono portati i pensionati a Roma a manifestare contro il mancato aumento delle pensioni minime, ma si è preferito fare una manifestazione sotto tono, al chiuso in un palazzetto, pur di non irritare Prodi. Per il resto è la più totale immobilità sociale nonostante il netto peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e dei pensionati.


Gli scioperi di questi giorni, pur non ancora un carattere offensivo e mantenendosi in un ambito prevalentemente dimostrativo sono importanti perché seppure non hanno ancora messo in campo la forza reale di cui dispone la classe lavoratrice, dimostrano che sulle pensioni i lavoratori sono disposti a mobilitarsi seriamente.

Le elezioni di fine maggio hanno condotto il governo a frenare il percorso, ma una volta superato lo scoglio elettorale la trattativa entrerà nel vivo. Magari non si chiuderà entro giugno come voleva Padoa Schioppa, del resto non a caso i peggiori accordi sono stati spesso firmati a fine luglio, quando l’attenzione dei lavoratori è al minimo.

Dobbiamo stare in guardia. Non ci sono solo le pensioni in gioco, non bisogna dimenticare le altre questioni sul tavolo: la riforma degli ammortizzatori sociali (nella quale vogliono tagliare i fondi per cassa integrazione e mobilità) e la riorganizzazione dei contratti nazionali (a partire dalla flessibilità oraria).

La partita è ancora tutta da giocare e l’attenzione dei lavoratori alta. È necessario cominciare fin da subito ad organizzarsi e portare avanti una campagna capillare nei luoghi di lavoro sulla base di una piattaforma di classe che preveda:

- totale abolizione dello scalone, nessun taglio dei coefficienti di calcolo delle pensioni.

- innalzamento significativo delle pensioni più basse e introduzione dei contributi figurativi nei periodi di non lavoro per tutti i precari che rischiano di avere da anziani pensioni di povertà

- separazione totale della previdenza dall’assistenza, che deve essere posta a carico della fiscalità generale.

Il solo fatto che su questa questione la Fiom chieda ai vertici sindacali di sfilarsi dalle trattative e convocare uno sciopero generale è un punto di partenza importante. Il modo migliore per sostenere la Fiom in questa proposta è promuovere la mobilitazione dal basso nei luoghi di lavoro. L’esperienza ci insegna che non possiamo limitarci a delegare a questo o quel dirigente la conduzione della lotta.

Serve una mobilitazione che coinvolga e responsabilizzi tutti i lavoratori in un percorso realmente democratico e partecipativo che ci porti fino allo sciopero generale.

Per quanto riguarda la sinistra del governo e Rifondazione in particolare condividiamo interamente l’opinione di quella lavoratrice di Mirafiori (riportata da Liberazione del 15 maggio) che si è rivolta a Giordano e Ferrero, che volantinavano ai cancelli, con parole semplici e chiare: “Vi diamo il mandato a far cadere il governo se succede qualcosa di strano sulle pensioni (una lavoratrice di Mirafiori)”.

Il tempo dell’indecisione e dei compromessi appesi con il nastro adesivo è finito, le prossime settimane sono decisive. I lavoratori sono disposti a lottare; il compito dei delegati e degli attivisti più determinati, a partire dai compagni della Rete 28 aprile (sinistra Cgil), deve essere quello di offrire un percorso e gli strumenti adeguati per vincere questa battaglia.

 

23/05/07

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