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Rifondazione comunista a Milano ha lanciato la campagna per il lavoro, una raccolta di firme a sostegno di alcuni progetti di legge regionali contro i licenziamenti, le delocalizzazioni, per il salario sociale e per la continuità produttiva delle aziende in crisi. Una campagna meritevole che vuole qualificare il profilo del partito quale partito del lavoro e che vuole essere una risposta ai tanti che davanti alla pesante crisi economica si chiedono e ci chiedono “ma quali sono le proposte di Rifondazione?”.

La domanda è più che lecita. Meno lecita è una risposta che si limita a sovrapporre la risposta politica di un partito ad una o più proposte di legge. Va da sé la critica che nella misura in cui non ci sono i rapporti di forza nelle istituzioni, ogni proposta legislativa è destinata a rimanere lettera morta. Il nostro gruppo dirigente sostiene effettivamente che le petizioni sono una “scusa” per aprire un dialogo fra i lavoratori ai quali ci rivolgiamo per raccogliere sostegno attorno a quelle proposte che di per sé suscitano il conflitto di classe e hanno quindi il vero obiettivo di modificare i rapporti di forza in primo luogo sul piano sociale, prima ancora che istituzionale.

E qui veniamo al centro del problema: queste proposte di legge suscitano davvero il conflitto, rappresentano davvero un orizzonte al quale i lavoratori possono tendere attraverso un lotta di conquista di nuovi diritti?

La Prodi-bis e la continuità produttiva

Vorremmo qui entrare nel merito della proposta sulla continuità produttiva. Il tema è di primaria importanza, la crisi economica nel nostro paese si esprime in primo luogo con la desertificazione industriale e produttiva. Non solo le grandi realtà, ma soprattutto le medie e piccole imprese sofforno della crisi del credito bancario e chiudono i battenti. La proposta di legge regionale prevede l’estensione della L. 270/99, detta Prodi-bis, anche alle imprese sotto i 200 dipendenti consentendo loro di accedere alla procedura attraverso le Regioni. Oggi la Prodi-bis consente al governo di nominare un commissario delle realtà in crisi per avviare il risanamento. Con questa legge regionale anche le piccole e medie imprese, alle soglie del fallimento, eviterebbero la chiusura consegnando i libri contabili in tribunale e la Regione avrebbe la facoltà, come il Ministero, di nominare un commissario straoridnario. La proposta di legge prevede anche la costituzione di un Istituto regionale per la riqualificazione e riconversione industriale (Irrri) che sarebbe l’ente che acquisirebbe le aziende insolventi e garantirebbe le risorse finanziarie per l’applicazione del piano industriale.

Gli esempi di utilizzo della Prodi-bis a livello nazionale non sono ben auguranti la continuità produttiva: Genta ha acquistato la Innse dal commissario straordinario per 700mila euro, cioè gratis, con lo scopo di rottamarla e solo l’ostinata lotta dei lavoratori glielo ha impedito; Bondi, commissario della Parmalat, ha presentato un piano di dimezzamento del personale a livello internazionale e di svendita dei siti italiani considerati non redditizi.

L’obiettivo di un commissario nominato, per esempio, da Formigoni, avrebbe, esattamente come quelli nominati a livello nazionale, il compito di risanare (leggi licenziare) e ricollocare sul mercato l’impresa trovando un padrone disposto a rilevarla.

La costituzione di una specie di Iri regionale, il quale, si parla, sarebbe garantito dalle proprietà pubbliche della Regione e delle Provincie, vedrebbe risorse pubbliche cospicue messe a disposizione non della collettività, ma di padroni privati, la cui volontà di continuità produttiva è sempre dichiarata quando vengono assegnate agevolazioni e mai mantenuta, quando queste finiscono.

Regionalizzazione o “federalismo” del lavoro?

Ma c’è anche un problema legato al carattere regionale della legge: in Italia gran parte delle piccole-medie imprese sono terzisti ovvero rappresentano l’indotto dei grandi complessi, indotto peraltro cresciuto grazie alle esternalizzazioni. Viene subito in mente la Fiat che mette in competizione gli stabilimenti fra di loro e i lavoratori uno contro l’altro, l’indotto contro lo stabilimento Fiat, ecc. La Fiat ha sempre puntato a condizioni diversificate per impedire un fronte operaio compatto per poter meglio governare le sue fabbriche. In questi casi l’impresa dell’indotto che accederebbe al commissariamento straordinario regionale, favorirebbe la politica industriale della casa madre che si libererebbe di un peso morto e andrebbe contro l’interesse dei lavoratori che è quello di mantenere un fronte compatto per trovare insieme le soluzioni più avanzate, sia per quanto riguarda le condizioni di lavoro che per quanto riguarda l’interesse ad un piano produttivo generale a livello nazionale e persino internazionale. Insomma questa legge aprirebbe ad un pericoloso “federalismo” del lavoro al quale dobbiamo opporci strenuamente.

Quale intervento pubblico?

Qual è, dunque, la soluzione più avanzata? Nelle realtà produttive di interesse nazionale (energia, trasporti, materie prime e loro lavorazione, auto, macchine utensili, ecc.) non si può distinguere fra realtà piccole e grandi, questo va bene per i padroni che devono accedere alle agevolazioni, ma per i lavoratori conta il futuro produttivo. Esso può essere garantito solo intervenendo sugli assetti proprietari, cioè trasferendo la proprietà da privata a statale, e conferendo la gestione non a commissari governativi, ma a “comitati operai” composti da rappresentati di tutte le figure direttamente coinvolte nella produzione, che definiscano un piano produttivo di ampio respiro negli interessi della collettività e nel rispetto delle compatibilità ambientali e che promuova il controllo e l’autogestione produttiva.

Effettivamente non esiste una legge dello Stato che contempla una siffatta nazionalizzazione a cui possiamo ispirarci, ma non possiamo negare che le leggi dello Stato, tranne quelle conquistate con le grandi fatiche della lotta, non sono a sostegno del lavoro e della collettività.

Esiste poi anche una categoria di piccola e anche piccolissima impresa che produce beni per il consumo e che ha spesso un mercato di dimensioni effettivamente locali. In questi casi ha senso l’intervento dell’ente locale, il quale, nelle situazioni di crisi certificata, è giusto che arrivi all’esproprio, proponendo una gestione “popolare”, in primo luogo conivolgendo i lavoratori e le lavoratrici dell’azienda e un mercato di carattere locale. Esistono possibili intrecci con la campagna sul carovita, dove correttamente sollecitiamo gli enti locali a promuovere il tema dei prezzi calmierati. Se gli enti locali (congiuntamente Regioni, Provincie e Comuni) rilevassero realtà produttive di beni al consumo potrebbero garantirsi il prezzo calmierato delle suddette merci. È il caso della ex Zanon in Argentina (ora Fa.Sin.Pat, Fabrica Sin Patron), fabbrica di ceramiche, espropirata e sotto controllo operaio che produce piastrelle e ha avviato un programma di fornitura per ospedali, scuole, enti pubblici, ecc. di materiali di qualità a prezzi bassi.

Tutto questo si inserirebbe in un dibattito reale nel movimento operaio, dove sempre di più, di fronte alle crisi aziendali, settori crescenti di lavoratori occupano i siti produttivi segnalandosi come gli unici veramente interessati a mantenere un tessuto produttivo all’altezza delle necessità collettive. Apriremmo un dialogo vero con i lavoratori sul senso dell’intervento pubblico nell’attuale crisi capitalista, sollecitando il protagonismo operaio e il conflitto di classe, unica garanzia affinchè si possa dire di una legge, è una nostra legge. Inoltre si aprirebbe un bel dibattito su quali sono, in questo paese, le vere forze (o classi sociali) di progresso collettivo e solidale, su chi ha un ruolo parassitario e chi deve contare. Altre modalità sono solo palliativi finalizzati a dialogare nei convegni con i rappresentanti nelle istituzioni, nelle alte sfere dei sindacati e soffiare un pò di fumo negli occhi di chi oggi la crisi la paga davvero.

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